16 aprile 2018

Aporofobia: La parola dell’anno nel 2017 che dovrebbe farci vergognare



"Ma se il pensiero corrompe il linguaggio, anche il linguaggio può corrompere il pensiero", disse George Orwell, riferendosi all'enorme potere delle parole. Non ne siamo pienamente consapevoli, ma la verità è che il linguaggio determina in larga misura la nostra realtà. Ci sono parole che segnano una generazione, un gruppo sociale o una fase della storia. Queste parole sono il frutto di una coscienza collettiva, espressione di una realtà, a volte sublime, a volte vergognosa. Pertanto, non è mai di troppo chiedersi cosa si nasconde dietro le nuove parole che incorporiamo nel nostro vocabolario.

La parola dell'anno, un grido sordo che nessuno ascolta 

Nel 2014 la parola dell'anno, secondo la Fondazione Spagnola Urgente, è stata "selfie". Quella del 2017 “aporofobia”, un termine che può sembrare nuovo ma in realtà non nasconde nulla di nuovo, si riferisce a una paura atavica che si attiva ogni volta che entriamo in un periodo di crisi economica, quei periodi che possono tirare fuori il meglio e il il peggio dell'essere umano.

Il termine aporofobia fu coniato dalla fisolosofa spagnola Adela Cortina, che la usó in diversi articoli e libri. Nelle sue opere indicò che, per una mera questione politica o forse nel tentativo di salvare la faccia, la nostra società spesso definisce "xenofobia" o "razzismo" il rifiuto degli immigrati o dei rifugiati, quando in realtà questa avversione non è dovuta al loro status di stranieri, ma al fatto che sono poveri.

Pertanto, il termine aporofobia significa letteralmente "rifiuto o avversione verso i poveri". In greco, la parola áporos significa "colui che non ha risorse".

Perché è così importante chiamare le cose con il loro vero nome?


Tutte le fobie - omofobia, islamofobia, xenofobia - sono patologie sociali che si manifestano come odio verso qualcuno che è percepito come diverso, ma in questo caso il rifiuto è mascherato, quindi, più difficile da combattere.

Se il discorso normativo sociale fa riferimento al rifiuto degli stranieri, porta a equivoci. Ma è evidente che gli stranieri pieni di soldi sono accolti a braccia aperte e con un tappeto rosso. I più bisognosi sono invece respinti.

Questa filosofa sostiene che ciò che preoccupa gran parte della società del benessere è la povertà in generale, ma non si ha il coraggio di riconoscerlo, e dal momento che di solito questa viene con gli stranieri, è meno imbarazzante e più facile presentare queste persone come una minaccia per l'identità nazionale. In questo modo si costruisce il discorso sociale dell'odio.

George Orwell spiegò come tali discorsi possono fare breccia nella nostra coscienza: "sapere e non sapere, essere consci di ciò che è realmente vero mentre si dicono bugie attentamente elaborate, sostenere contemporaneamente due opinioni sapendo che sono contraddittorie e credere tuttavia in entrambe".

Ovviamente, chiamare una cosa con il suo nome non la farà scomparire come per magia. Sapere che esiste l’aporofobia non eliminerà il rifiuto dei poveri, ma almeno è il primo passo per diventare consapevoli del problema reale. È anche il modo migliore per togliersi le maschere sociali.


In ogni caso, dobbiamo ricordare che nessuno è troppo povero per avere qualcosa da dare. A tal proposito vale la pena di ricordare quanto disse Seneca: "il povero manca di molte cose, ma l'avaro manca di tutto".

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Jennifer Delgado Suárez

Psicologa di professione e per passione, mi dedico a dar forma e contenuto alle parole. Scopri i miei libri

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