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20 giugno 2018

Ossessionarsi con i dinosauri potenzia l’intelligenza infantile



Charlie è un bambino di 10 anni, vive nell'Essex e ha una grande passione: i dinosauri. Alcuni mesi fa, i suoi genitori hanno portato lui e suo fratello a trascorrere la notte al Natural History Museum di Londra.

Là il piccolo paleontologo si dedicò ad analizzare attentamente tutti i pezzi e vide che uno degli esemplari era stato classificato come Oviraptor mentre l'immagine mostrava un Protoceratops.

I genitori non prestarono molta attenzione quando Charlie disse loro dell'errore, ma giorni dopo, il National History Museum di Londra inviò loro una lettera ringraziandolo per la correzione e incoraggiando il bambino a continuare ad approfondire la paleontologia.

Il caso di Charlie è piuttosto singolare, ma il suo interesse per i dinosauri è condiviso da molti altri bambini di tutto il mondo. In effetti, è probabile che a un certo punto della tua infanzia anche tu sia stato ossessionato dai dinosauri o, almeno, che tu abbia avuto un amico a cui piacevano.

I bambini appassionati di dinosauri possono dare un nome senza sbagliarsi a dozzine di specie, sanno cosa mangiavano, come vivevano e anche quando si estinsero. Un adulto di solito può nominare circa 10 dinosauri, con un po' di fortuna.

L'incredibile preparazione dei bambini relativamente ai dinosauri si basa su un fenomeno che nel campo della psicologia viene definito "interessi intensi", una motivazione molto forte per un argomento specifico. In effetti, un terzo dei bambini sviluppano in qualche momento della loro infanzia, come regola generale tra 2 e 6 anni di età, un interesse intenso.

In alcuni casi, questo interesse non si estingue nell'infanzia, ma li accompagna per gran parte della loro vita. Sono quelle persone che hanno sempre avuto una passione che, in un certo modo, gli è servita da filo conduttore e da rifugio nel corso degli anni.

Naturalmente, non tutti i bambini sono appassionati di dinosauri, ci sono piccoli appassionati di astronomia che conoscono molte stelle e sanno come identificarle perfettamente nel cielo, altri sono ossessionati dagli uccelli, dagli aerei o dai treni. In realtà non importa quale sia l'oggetto della passione, ciò che conta è lo sforzo che i bambini gli dedicano e la passione che sperimentano.

Un'indagine condotta dalle università dell'Indiana e del Wisconsin ha dimostrato che gli interessi intensi sono molto utili per lo sviluppo intellettuale dei bambini.

In pratica, questo tipo di interessi, in particolare quelli che richiedono un dominio concettuale come nel caso dei dinosauri, non solo rendono il bambino più consapevole di un determinato argomento, ma incrementano anche la perseveranza, migliorano l'attenzione e le abilità più complesse del pensiero, come l'elaborazione delle informazioni. È stato anche dimostrato che anche le abilità linguistiche migliorano significativamente e sono un indicatore di elevata comprensione.

Infatti, questi psicologi spiegano che il modo in cui alcuni bambini studiano i dinosauri o qualsiasi altro oggetto di interesse, in realtà rivela la strategia che poi useranno per affrontare le situazioni nuove e i problemi durante la loro vita. Dovranno porsi delle domande e cercare le risposte da soli, chiedendo aiuto quando penseranno di averne bisogno.

Pertanto, gli interessi intensi li preparerebbero alla vita perché non si limitano ai dati generali, ma vanno a fondo oltre la superficie. Gli interessi intensi consentono loro di cambiare prospettiva, prendere in considerazione strategie per scoprire ciò che vogliono, trovare relazioni e, soprattutto, imparare autonomamente a orientare il loro apprendimento in base alle loro motivazioni.

In breve, gli interessi intensi fanno sì che i bambini approfondiscano la loro conoscenza del mondo e sviluppino il pensiero critico, motivandoli a cercare informazioni e sviluppare la passione per la conoscenza.

Il muro contro cui si scontrano gli interessi intensi


Un'indagine condotta da psicologi delle università di Virginia e Yale, ha rivelato che gli interessi intensi nell'infanzia non sembrano essere condizionati dagli interessi dei genitori, poiché di solito compaiono durante il primo anno di vita senza che i genitori li abbiano incoraggiati. In effetti, alcuni di questi interessi risultano strani agli stessi genitori.

La cattiva notizia, secondo questa stessa indagine, è che questi interessi durano solitamente tra sei mesi e tre anni. Solo il 20% dei bambini prova ancora passione per lo stesso tema con il quale sono cresciuti. Nella maggior parte dei casi la fine di quella passione coincide con l’inizio della scuola.

Apparentemente, quando i bambini iniziano a studiare, hanno molto meno tempo libero da dedicare alle loro "indagini". A ciò si aggiunge che capiscono che la scuola richiede una conoscenza più ampia, ma anche più superficiale e che spesso i loro interessi non rientrano nel curriculum scolastico, quindi finiscono per abbandonarli.

Dato che gli interessi intensi sono molto positivi per i bambini, i genitori possono continuare a coltivare quella motivazione a casa. Non dovrebbero solo assicurarsi che il bambino abbia il tempo di continuare ad approfondire ciò a cui si è appassionato, ma dovrebbero incoraggiarlo a trovare relazioni tra quell'interesse e le materie che lui o lei ricevono a scuola.

Ricordiamo questa frase di Jeff Bezos: "Uno dei più grandi errori che commettiamo è provocare un entusiasmo forzato. Non si scelgono le proprie passioni, le passioni ci scelgono a noi".

E se al tuo piccolo piacciono i dinosauri, sicuramente gli piacerà questo libro dove troverà le risposte a molte domande che probabilmente si pone sulla vita, la dieta e le abitudini.


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18 giugno 2018

Questo racconto mostra che spesso siamo gli artefici delle nostre disgrazie



C'era una volta un uomo che vendeva deliziose ciambelle sul ciglio di una strada. Gli affari andavano bene e aveva talmente tanto lavoro da non riuscire neppure ad ascoltare la radio o leggere i giornali. Non aveva tempo neanche di sedersi e guardare la televisione tanto era assorbito dalla sua fiorente attività.

Una estate venne a trovarlo il figlio, che stava facendo un master in Economia e Commercio, e gli diede una brutta notizia:

- Padre, non ascolti la radio o leggi i giornali? Stiamo soffrendo una grande crisi, il paese sta andando a rotoli.

All'inizio il padre non riusciva a crederci, ma poi cominciò a pensare: "mio figlio studia, è informato e sa di cosa sta parlando".

Pertanto, decise di essere più cauto. Il giorno dopo comprò meno ingredienti e di minore qualità per ridurre la produzione di ciambelle.

Le vendite iniziarono a ridursi giorno dopo giorno, quindi dopo un breve periodo di tempo, la sua attività iniziò ad andare in perdita. L'uomo chiamò suo figlio all'università e gli disse:

- Figlio mio, avevi proprio ragione. Siamo immersi in una grande crisi.

Questo racconto rivela come a volte siamo noi che gettiamo le basi su cui cresceranno i nostri problemi o disgrazie, ci insegna che possiamo diventare gli artefici delle nostre avversità prestando attenzione alle parole degli altri, piuttosto che accertare i fatti e riflettere sulla realtà.

Ciò che pensi sia reale finirà per essere reale per te


La concezione dualistica del pensiero, che ha dominato negli ultimi secoli e ha determinato il nostro modo di vedere e relazionarci con il mondo, ci porta a pensare che esista una realtà oggettiva completamente indipendente da noi. La verità è che la realtà è sempre soggettiva, almeno la nostra, dal momento che non possiamo astrarre dalle nostre convinzioni, aspettative, sogni e delusioni. Vediamo il mondo come siamo.

Pertanto, alcune persone possono crescere nel mezzo di una crisi mentre altre affondano. La realtà non è uno specchio nel quale rifletterci ma piuttosto un diamante con mille facce, che varieranno dipendendo da come le osserviamo. Non c'è nulla di mistico in tutto questo, in psicologia questo fenomeno si conosce come la "profezia che si autoavvera", un concetto che lanciò alcuni decenni fa il sociologo Robert Merton.

Riguarda le credenze che si avverano perché agiamo come se fossero vere. In pratica, le nostre aspettative rispetto ai risultati fanno in modo che cambiamo il nostro comportamento, proprio come fece il venditore di ciambelle, il che ha un'influenza diretta sul nostro grado di coinvolgimento nei progetti o su come le persone ci percepiscono.

Così, senza rendercene conto, con i nostri atteggiamenti e comportamenti stiamo contribuendo a trasformare in realtà la credenza originale, che all'inizio era solo un'aspettativa, un'opzione tra molte altre alternative possibili. Ciò che crediamo essere vero, finisce per diventare la nostra realtà.

Assicurati di guardare il mondo attraverso le lenti più adeguate


Non si tratta di abbracciare un ottimismo tossico e ingenuo che termina per essere dannoso perché ci distrae dalla realtà, ma poiché non siamo immuni alla profezia che si autoavvera, dovremmo almeno assicurarci che stiamo vedendo il mondo attraverso le lenti più adeguate.

Quali sono queste lenti?

Sono le lenti che ti permettono di sentirti più soddisfatto e felice, che ti aiutano a raggiungere i tuoi obiettivi e ti permettono di intravedere opportunità dove gli altri vedono solo problemi. Le lenti che ti permettono di vedere gli ostacoli in anticipo così da poterti preparare ad affrontarli senza cadere nella disperazione. Infine, sono le lenti che ti consentono di rafforzarti e tirare fuori il meglio di te, così da poter affrontare la realtà nel miglior modo possibile. È un cambio di prospettiva che vale la pena.



Fonte:
Merton, R. K. (1968) Social Theory and Social Structure. Nueva York: Free Press.
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15 giugno 2018

Se i bambini prestano più attenzione in un ambiente naturale e gli insegnanti possono insegnare il doppio del tempo, perché non insegnare all’aperto?



Aristotele insegnava nel Liceo, uno spazio situato nella foresta, vicino a un santuario, che aveva una galleria coperta ed era circondato da alberi. Il filosofo camminava nella galleria mentre discuteva con i suoi discepoli.

Quando studiavo all'università, le lezioni di cui ho goduto maggiormente e conservo un buon ricordo, erano quelle in cui un insegnante piuttosto sui generis spostava l'intero gruppo di studenti in una zona del campus verde e con molti alberi.

Sfortunatamente, questi esempi sono aneddotici. Le lezioni nella natura sono rare. Rinchiudere gli studenti tra le quattro pareti dell’aula è l'espressione di una società che ha preso definitivamente le distanze dalla natura, sentendosi superiore. È il modello educativo che abbiamo usato per decenni, ma non è il più efficace.

I 3 grandi "ostacoli" alla scuola nella natura che sono solo miti infondati


Il moderno sistema di insegnamento resiste all'idea della scuola nella natura perché si afferra a una serie di presunti ostacoli che sono in realtà miti senza alcun fondamento.

Uno di questi miti è che gli studenti non possono concentrarsi e prestare attenzione quando assistono alle lezioni in un ambiente naturale. Ma la verità è che alcuni studi mostrano esattamente il contrario. È stato dimostrato che il semplice fatto di poter vedere dalla finestra una strada alberata o un parco verde, ha effetti molto positivi sull'attenzione, la concentrazione e la memoria di lavoro degli studenti. La chiave sta nel fatto che i paesaggi naturali ci aiutano a ripristinare l'attenzione, producendo una sorta di "sottile fascino" che ci permette di rinfrescare la mente.

Il secondo mito deriva dal primo: dato che gli studenti sono distratti, perdono l’interesse e la motivazione per la lezione. Non vi è dubbio che la motivazione è un fattore decisivo nell'apprendimento, ma proprio la scuola nella natura è stata collegata a un livello più alto di impegno e godimento nell'apprendimento. Uno studio condotto presso l'Università del Minnesota ha scoperto che le lezioni all'aperto incoraggiano un maggiore interesse per la scuola e l'apprendimento in generale nei bambini delle scuole elementari. Uno studio condotto presso l'Università di Linköping ha visto che le lezioni impartite in ambienti naturali aumentano la motivazione intrinseca per l'apprendimento, anche negli adolescenti.

Il terzo mito è una conseguenza dei precedenti, si crede che gli studenti si comportino peggio nelle lezioni all'aperto. In realtà avviene il contrario. Un esperimento condotto di recente all'Università dell'Illinois nel quale hanno partecipato 300 studenti, la metà dei quali ha assistito a lezioni all'aperto in un ambiente naturale, ha dimostrato che gli insegnanti possono insegnare il doppio del tempo senza essere interrotti dal comportamento degli studenti o per chiedere loro di prestare attenzione. Inoltre, queste classi migliorarono significativamente la partecipazione degli studenti, così come il loro livello di attenzione e la motivazione nell'apprendimento.

Abbattiamo i muri: Minore stress è sinonimo di migliore apprendimento


Educare nella natura, quando possibile, aiuta gli studenti a sbarazzarsi della sensazione di oppressione che generano spesso le quattro mura della classe e la tensione di una situazione che è spesso percepita come imposta, obbligatoria e, in senso generale, qualsiasi altro aggettivo che è il contrario del godimento.

Tuttavia, gli alti livelli di stress sono un indicatore della scarsa performance accademica. Al contrario, gli psicologi dell'Università di Stavanger hanno scoperto che la scuola nella natura aiuta a ridurre la quantità di cortisolo nel sangue, oltre a ridurre la frequenza cardiaca negli studenti aiutandoli a sentirsi più rilassati e a proprio agio.

Quindi, perché non usciamo a impartire più lezioni fuori dalla classe? O meglio ancora, perché non trasformiamo qualsiasi scenario in una classe?

Forse alla scuola è accaduta la stessa cosa che al resto dei sistemi sociali che, una volta impiantati, sembrano acquisire vita propria, si atrofizzano e diventano molto resistenti al cambiamento.

Forse abbiamo dimenticato che "l'arte suprema dell'insegnante è: risvegliare la gioia per la creatività e la conoscenza", secondo Albert Einstein.

Forse abbiamo anche dimenticato che "insegnare ai bambini a contare è buono, ma insegnargli a scoprire ciò che conta davvero è ancora meglio", secondo Bob Talbert.

Ci serva questo articolo per rinfrescarci memoria.



Fonti:
Kuo, M. et. Al. (2018) Do Lessons in Nature Boost Subsequent Classroom Engagement? Refueling Students in Flight. Front. Psychol; 8: 2253.
Dettweiler, U. et. Al. (2017) Stress in school. Some empirical hints on the circadian cortisol rhythm of children in outdoor and indoor classes. Int. J. Environ. Res. Public Health; 14: 475.
Li, D. & Sullivan, W. C. (2016) Impact of views to school landscapes on recovery from stress and mental fatigue. Landsc. Urban Plan; 148: 149–158.
Fägerstam, E. & Blom, J. (2012) Learning biology and mathematics outdoors: effects and attitudes in a Swedish high school context. J. Adventure Educ. Outdoor Leadersh; 13: 56–75.
Ernst, J. & Stanek, D. (2006) The prairie science class: a model for re-visioning environmental education within thenational wildlife refuge system. Hum. Dimens. Wildl; 11: 255–265.
Kaplan, S. (1995) The restorative benefits of nature: toward an integrative framework. J. Environ. Psychol; 15: 169–182.
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13 giugno 2018

Se ami di più le scarpe che il cammino, non vale la pena percorrerlo



Ad un certo punto, sul cammino della nostra vita, possiamo perdere completamente la prospettiva, arrivando a pensare che le cose siano il fine in se stesse. Bombardati da una pubblicità sempre più invadente che è diventata l'altoparlante di un sistema che ha optato per un consumismo sfrenato, è facile pensare che le scarpe siano più importanti del cammino.

3 trappole che ci trasformano in vittime


1. Cadere nel ciclo infinito dei bisogni insoddisfatti.
Se non sei soddisfatto di ciò che possiedi, non sarai neppure felice con ciò che ti manca perché vorrai sempre di più. Il terribile meccanismo della nostra società è concepito per creare consumatori, come disse il grande economista Thorstein Veblen: "Se riesci a fabbricare desideri, fai in modo che ottenere cose che sono alla tua portata sia l'essenza della vita. In questo modo le persone restano intrappolate trasformandosi in consumatori". Quando cerchiamo la felicità nelle cose, questa diventa irraggiungibile perché cadiamo nella trappola di nuovi bisogni e desideri continuamente insoddisfatti.

2. Diventare una vittima dello stress. Se diamo più importanza alle cose che al cammino, finiremo per acquistare cose di cui non abbiamo bisogno e che non possiamo permetterci per impressionare persone a cui non importa nulla di noi. Questo ciclo consumista ci costringe a lavorare sempre di più per mantenere uno stile di vita sempre più elevato. Pensiamo così che quando raggiungeremo un certo livello economico, ci sentiremo finalmente felici e rilassati, ma non sarà così perché ci sarà sempre un'automobile più bella, una casa più grande, un computer più potente e un cellulare più moderno...

3. Identificarsi con le cose.
Forse la cosa peggiore è che, a forza di credere che la felicità stia nelle cose, finiamo per identificarci con loro. Ci sconnettiamo dalla nostra essenza e dimentichiamo chi siamo lasciando che ciò che possediamo parli per noi. Infati, chi è ossessionato dall'avere sempre di più è perché ha dimenticato chi è e vuole che le cose che possiede lo rappresentino. Il suo "io" è diventato così piccolo da nascondersi dietro le cose, come se fosse un pessimo attore, invece di essere il protagonista della sua vita. Quando siamo ossessionati per possedere le cose, le cose finiscono per possederci. E questo è molto triste.

Come uscire da queste trappole?


Il mondo che abbiamo contribuito a creare è progettato per farci credere che la felicità si trovi fuori di noi, nelle cose. Quindi terminiamo correndo dentro un labirinto dove la nostra stessa velocità ci confonde. Semplicemente non ci pensiamo. In realtà, il vero acquisto razionale non è quello in cui confrontiamo i prezzi e le caratteristiche del prodotto, come siamo stati portati a credere poiché, alla fine, la decisione di acquistare è già stata presa d'impulso e dobbiamo solo scegliere tra le diverse opzioni a nostra disposizione. Il vero acquisto razionale è quello che risponde alla domanda: ne ho davvero bisogno?

Per uscire da questa trappola è sufficiente comprendere, capire e sentire che possiamo sentirci felici e soddisfatti in questo momento, mentre perseguiamo i nostri sogni. Ciò comporta separare il nostro “io” dai beni che possediamo, non conferirgli il potere di amareggiarci la vita nel tentativo di ottenerli.

Non fraintendetemi, abbiamo bisogno delle cose e alcune di queste possono anche darci delle soddisfazioni. Ma non dobbiamo dimenticare che le scarpe sono un mezzo per percorrere il nostro cammino, un aiuto che può permetterci di arrivare più lontano e in condizioni migliori, ma ciò che conta davvero è quanto piacere ci riporta il cammino e la persona che siamo diventati mentre lo percorriamo. Tutto il resto è secondario.

Questo video riflette perfettamente la trappola in cui siamo immersi.

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11 giugno 2018

Psicobiotici: Come i batteri degli alimenti favoriscono la salute mentale



Riuscite a immaginare di sentirvi depressi, stressati o ansiosi e, invece di prescrivervi farmaci psicotropi, lo psicologo vi consiglia di consumare una quantità abbondante di crauti, kimchi o yogurt? Non è una fantasia, gli psicobiotici stanno diventando la nuova promessa nel campo delle Neuroscienze e sono altrettanto promettenti quanto i farmaci sintetizzati in laboratorio negli anni sessanta. La chiave si incontra nel sistema nervoso enterico, il nostro secondo cervello.

Cosa sono gli psicobiotici?


I cibi fermentati e le bevande, ricchi di probiotici, hanno una lunga storia, non sono una scoperta moderna. Infatti, le origini si perdono nel tempo dato che si conosce che gli uomini del Neolitico fermentavano intenzionalmente frutta, riso e bevande a base di miele. Si ritiene che il kefir sia un’invenzione dei pastori delle montagne del Caucaso settentrionale, risalente all'8.000 a.C., i quali scoprirono che il latte fermentato si conservava meglio. Inoltre, si ritiene che i crauti siano stati scoperti dai mongoli, circa 2000 anni fa in Cina, e in seguito introdotti in Europa.

Al di là del potenziale di conservazione degli alimenti fermentati, ora sappiamo che i prodotti con probiotici sono benefici per la salute. In pratica, la fermentazione aumenta la biodisponibilità dei nutrienti; in altre parole: i cibi fermentati contengono batteri benefici, noti come probiotici. Questi facilitano la digestione e, naturalmente, contribuiscono allo sviluppo di una flora intestinale sana.

Tuttavia, grazie alle ultime ricerche sul microbioma umano, ora sappiamo che questi batteri possono anche influenzare il nostro umore, le decisioni e i comportamenti. Ecco perché Ted Dinan, uno psichiatra dell'Università di Cork, conió il termine psicobiotici.

Cosa sono gli psicobiotici? Si tratta di organismi viventi che, se ingeriti nelle giuste quantità, sono benefici per la salute mentale. A differenza dei probiotici, gli psicobiotici contengono altri ceppi di batteri che hanno la capacità di modulare la funzione della corteccia surrenale, che è responsabile del controllo dell'ansia e della risposta allo stress, perché lì è dove si produce circa il 95% del cortisolo del corpo umano.

Ma prima di capire come funzionano gli psicobiotici è necessario comprendere il funzionamento del sistema nervoso enterico, considerato anche il nostro secondo cervello.

Il sistema nervoso enterico: Come funziona il nostro secondo cervello?


Diversi neuroscienziati di tutto il mondo studiano da decenni il nostro sistema intestinale da una prospettiva diversa, al punto di considerarlo il nostro secondo cervello.

Si è scoperto che il nostro sistema intestinale possiede circa 100 milioni di neuroni, più di quelli che si trovano nel midollo spinale e nell'intero sistema nervoso periferico. Questi neuroni non solo ci permettono di "percepire" il nostro mondo interiore, essendo responsabili delle sensazioni che descriviamo come "farfalle nello stomaco" o "un nodo nello stomaco", ma garantiscono anche una certa indipendenza al sistema nervoso enterico del cervello.

Ciò che ha sorpreso la maggior parte dei neuroscienziati è che nel sistema nervoso enterico vengono prodotti oltre 30 neurotrasmettitori, le sostanze che usano normalmente i neuroni per comunicare tra loro. Infatti, si è scoperto che il 95% della serotonina del corpo, legata al piacere e alla tranquillità, si trova nell'intestino.

Il sistema nervoso enterico sarebbe "connesso" al cervello attraverso il nervo vago, che è il principale responsabile del trasporto delle informazioni dall'intestino al cervello. È interessante notare che i batteri che abitano l'intestino sono anche attivamente coinvolti nella produzione di questi neurotrasmettitori.

Gli psicobiotici hanno la capacità di generare molti neurotrasmettitori e neuromodulatori che si trovano nel cervello, come GABA, norepinefrina, serotonina, dopamina e acetilcolina. Attraverso l'asse intestino-cervello, una complessa rete di comunicazione bidirezionale composta dal sistema nervoso autonomo e enterico, dal sistema neuroendocrino, dal sistema metabolico e dal sistema immunitario, questi neurotrasmettitori finiscono per influenzare il nostro umore, le nostre decisioni e i nostri comportamenti.

Pertanto, il malfunzionamento dell'asse intestino-cervello è correlato a disturbi mentali come l’ansia, la depressione, l’autismo, la schizofrenia e alcuni disturbi neurodegenerativi. Questa scoperta acquisisce una particolare rilevanza nell’attualità soprattutto a causa dell'abuso di antibiotici e medicinali, nonché del consumo di alimenti con conservanti artificiali e tracce di erbicidi, che influenzano l'equilibrio del microbioma intestinale.

In effetti, alcuni neuroscienziati hanno addirittura ipotizzato che i livelli epidemici di ansia e depressione che stiamo vivendo non si spiegano solo con lo stile di vita moderno, ma sarebbero anche causati da una alimentazione errata che influisce sui batteri responsabili della produzione di alcuni neurotrasmettitori fondamentali per migliorare il nostro umore e il funzionamento delle nostre funzioni cognitive.

I benefici degli psicobiotici per la salute mentale


Sia gli esperimenti sugli animali che gli studi condotti sull’uomo hanno raggiunto le stesse conclusioni: gli psicobiotici sono benefici per il nostro umore e le funzioni cognitive.

In che modo gli psicobiotici possono aiutarci?


- Riducono la reattività emotiva. I neuroscienziati della UCLA hanno chiesto a un gruppo di persone di consumare yogurt ricco di psicobiotici due volte al giorno per quattro settimane. Quando vennero sottoposti a scansione cerebrale, si scoprì che mostravano un’attività ridotta nelle aree cerebrali associate con i sentimenti e le emozioni, il che significa che erano in grado di controllare meglio le loro risposte emotive di fronte agli stimoli e non reagivano con stress eccessivo.

- Migliorano le funzioni cognitive. Nello stesso studio, i neuroscienziati videro che i partecipanti che avevano consumato alimenti psicobiotici mostravano una migliore connettività tra il tronco cerebrale e la corteccia prefrontale, l'area del cervello associata alla cognizione e il processo decisionale. Questa connettività faciliterebbe la comunicazione con il midollo spinale e i nervi periferici.

- Riducono i livelli di stress e ansia. Alcuni neuroscienziati giapponesi chiesero a un gruppo di studenti di medicina che si stavano preparando per un esame importante, di bere latte fermentato per otto settimane. Quando confrontarono i risultati con il gruppo che seguì la dieta abituale, scoprirono che chi consumò psicobiotici aveva livelli più bassi di cortisolo, un marcatore dello stress, così come alti livelli di serotonina, che potenzia la sensazione di benessere. Inoltre, riportarono una quantità minore di sintomi gastrointestinali legati allo stress e all'ansia.

- Migliorano l'umore. Uno studio condotto da ricercatori iraniani scoprì che le persone che seguivano una dieta che includeva cibi psicobiotici, mostravano un miglioramento significativo dell’umore. Dopo otto settimane avevano anche livelli significativamente più elevati di glutatione, un amminoacido che aiuta a prevenire la depressione.

- Combattono l'ansia e le ossessioni. Si è scoperto che gli alimenti psicobiotici contenenti il Lactobacillus rhamnosus, batteri che si trovano nell'intestino umano, possono attenuare l'ansia perché cambiano l'espressione dei recettori del GABA, il principale neurotrasmettitore inibitorio e rilassante nel sistema nervoso centrale. E se questo non bastasse, uno studio sviluppato presso la Lehigh University ha rilevato che, almeno negli animali, questo batterio è efficace nel trattare il disturbo ossessivo-compulsivo quanto la fluoxetina.

- Attenuano la depressione. Una meta-analisi realizzata da neuroscienziati cinesi, ha scoperto che i cibi psicobiotici possono alleviare i sintomi della depressione maggiore nelle persone sotto i 65 anni. Hanno anche visto che il consumo di Lactobacillus rhamnosus o del Bifidobacterium infantis per appena 6 settimane, era sufficiente per produrre un miglioramento significativo e hanno scoperto che questi batteri cambiano effettivamente la biochimica cerebrale, riducendo ulteriormente il livello di stress psicologico.

Naturalmente, questo non significa che gli alimenti psicobiotici siano l’elisir perfetto per curare le malattie mentali, ma rappresentano una nuova possibilità che potrebbe funzionare nei soggetti che non rispondono ai farmaci convenzionali o per i quali i farmaci psicotropi causano troppi effetti avversi. Per ora, dovremmo semplicemente preoccuparci un po' di più di nutrire correttamente il nostro secondo cervello.


Fonti:
Kato-Kataoka, A. et. Al. (2016) Fermented milk containing Lactobacillus casei strain Shirota preserves the diversity of the gut microbiota and relieves abdominal dysfunction in healthy medical students exposed to academic stress. Applied and Environmental Microbiology; 82(12):3649-3658.
Akkasheh, G. et. Al. (2016) Clinical and metabolic response to probiotic administration in patients with major depressive disorder: A randomized, double-blind, placebo-controlled trial. Nutrition; 32(3): 315-320.
Huang, R. et. Al. (2016) Effect of Probiotics on Depression: A Systematic Review and Meta-Analysis of Randomized Controlled Trials. Nutrients; 8(8): 483.
Dinan, Timothy G. et al. (2015) Collective unconscious: How gut microbes shape human behavior. Journal of Psychiatric Research; 63: 1-9.
Kantak, P.A. et. Al. (2014) Obsessive-compulsive-like behaviors in house mice are attenuated by a probiotic (Lactobacillus rhamnosus GG). Behav Pharmacol;25(1): 71-79.
Tillisch, K. et. Al. (2013) Consumption of Fermented Milk Product With Probiotic Modulates Brain Activity. Gastroenterology; 144(7).
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8 giugno 2018

Essere costantemente occupato distrugge la tua creatività



Nella nostra società, essere sempre occupati è praticamente sinonimo di importanza. Molti persino presumono quanto sono impegnati, quanto è piena la loro agenda e di non avere un minuto di tempo libero. Ma essere costantemente occupati non è buono. In effetti, è una pessima abitudine! Anche se hanno cercato di venderci il contrario, dicendoci che il tempo è denaro e che non dovremmo "sprecarlo".

L'ideale per la nostra mente sarebbe di equilibrare il pensiero lineare, che richiede una grande capacità di concentrazione, con il pensiero creativo che nasce dall'inattività. Essere in grado di cambiare approccio, sognare ad occhi aperti e rilassarsi senza fare altro che riposare, è un'abilità vitale che viene seriamente minacciata ed è praticamente in pericolo di estinzione a causa dell'insopportabile trambusto al quale ci sottomettiamo ogni giorno.

Il rumore quotidiano che ci satura


Il sovraccarico al quale siamo sottoposti quotidianamente è semplicemente inaudito. Oggi consumiamo cinque volte più informazioni rispetto a 25 anni fa. Al di fuori del lavoro elaboriamo circa 100.000 parole al giorno, una quantità esagerata.

Il problema è che il nostro cervello non può elaborare una tale quantità di informazioni, quindi queste terminano per trasformarsi in rumore. Leggiamo notizie ma non le memorizziamo, semplicemente perché passiamo troppo in fretta da un contenuto all'altro.

Questo consumo eccessivo ci fa perdere tempo senza aggiungere valore, oltre ad esaurire la nostra energia mentale. A peggiorare le cose, il mantenerci costantemente occupati, come se avessimo paura di restare da soli con noi stessi, mina profondamente la nostra creatività.

Essere in grado di disconnettere è essenziale per la creatività


Per capire il profondo impatto causato dall'essere continuamente occupati, dobbiamo capire che il pensiero lineare è il risultato della rete esecutiva centrale, che necessita di tutte le risorse di concentrazione del nostro cervello. Tuttavia, il pensiero creativo è in gran parte il risultato della rete neurale di default, la stessa che viene attivata quando ascoltiamo musica o siamo inattivi.

La creatività è legata alla nostra capacità di sognare ad occhi aperti, che stimola il libero flusso e l'associazione di idee, creando collegamenti tra concetti e modalità neurali che altrimenti non potrebbero essere stabiliti. Quando lasciamo vagare la nostra mente senza meta, scopriamo cose incredibili, cose che sono fuori dalla nostra portata quando siamo impegnati in un compito.

Per capirlo meglio, possiamo immaginare che il pensiero lineare sia come un tunnel, nel quale dobbiamo concentrarci su ciò che abbiamo davanti, cercando di raggiungere un obiettivo. Questo tipo di pensiero è utile ed importante, ma ci impedisce di apprezzare i dettagli che ci circondano. Il pensiero creativo, d'altro canto, non persegue un obiettivo prefissato, ma salta e divaga, lasciandosi catturare dai dettagli, come quando camminiamo in un ambiente naturale.

Non è un caso che molte delle menti più brillanti della storia fossero consapevoli della necessità di disconnettere e fecero alcune delle loro grandi scoperte mentre si godevano la più assoluta tranquillità. Nikola Tesla intuì la rotazione dei campi magnetici mentre faceva una tranquilla passeggiata nelle vie di Budapest e Albert Einstein amava rilassarsi ascoltando Mozart quando si riposava dalle sue intense sessioni di lavoro.

Per entrare in questa modalità, dobbiamo premere il pulsante di reset, il che significa tenerci del tempo libero durante la nostra giornata per restare sdraiati senza fare nulla, meditare o rilassarci ascoltando della musica strumentale. È una missione impossibile quando ogni momento libero che abbiamo, sia sul lavoro che a casa, lo utilizziamo per portare a termine quel compito che abbiamo lasciato in sospeso o per controllare lo smartphone.

Assuefatti alla stimolazione costante


Poco a poco, il sistema attenzionale del nostro cervello si abitua a ricevere una stimolazione costante, al punto che diventiamo dipendenti da questo flusso continuo di informazioni e quando questo si interrompe, sperimentiamo una vera e propria sindrome da astinenza, ci sentiamo irrequieti e irritabili. Diventiamo dipendenti da stimoli e attività.

Questo è molto pericoloso per la nostra qualità di vita perché non solo ci sottrae la creatività, ma anche la nostra capacità di rilassarci, facendo in modo che siamo continuamente in "standby". A lungo andare, questa connessione costante, l'incapacità di rilassarci e goderci semplicemente il “dolce far niente”, finisce per danneggiarci a livello cognitivo, emotivo e fisico.

Il giornalista Michael Harris scrisse dell'importanza di rilassarsi e persino annoiarsi nell'era del sovraccarico cognitivo: "forse dovremmo includere la scarsità nelle nostre comunicazioni, interazioni e le cose che consumiamo. Altrimenti, le nostre vite si trasformeranno in una trasmissione in codice Morse senza interruzione: uno sciame rumoroso che copre i preziosi dati sottostanti."

Pertanto, è conveniente riconsideare la nostra quotidianità cercando di uscire da questo stato di frenetica superficialità, liberandoci dalla dipendenza dagli stimoli e assicurandoci del tempo libero in cui dedicarci al dolce far niente.
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6 giugno 2018

Questo breve video ci ricorda che per avanzare dobbiamo affrontare degli addii dolorosi



Pochi video sono riusciti a catturare, con una fedeltà così straordinaria, la tempesta emotiva che si produce dentro di noi quando siamo costretti a lasciarci alcune cose alle spalle. Potrebbe essere la casa in cui abbiamo vissuto bei momenti, la città in cui siamo cresciuti, una persona che abbiamo amato profondamente ma che non c’è più, un progetto eccitante che non ha funzionato...

Tutti noi dobbiamo attraversare fasi in cui è necessario dire “addio”, per andare avanti e non restare legati a un passato che esiste solo nei nostri ricordi. A volte questi addii possono essere molto dolorosi.

Rinunce dolorose, le fasi emotive


Questo video, creato da Hani Dombe e Tom Kouris, riesce a trasmettere il mare di sensazioni, dalla nostalgia incredibile e spesso paralizzante per ciò che non c’è più, alla voglia di aggrapparsi ad un passato in cui ci sentiamo comodi, compreso il momento doloroso in cui abbiamo preso la decisione di andare avanti.

Lili, che è il titolo di questo video, mostra le fasi che attraversiamo quando dobbiamo lasciarci alle spalle un meraviglioso passato che non esiste più e non può offrirci nulla di nuovo.

Possiamo notare la tranquillità che il peluche trasmette alla bambina, la rappresentazione di tutte quelle cose conosciute del passato che ci fanno sentire al sicuro. Nell'atto di usare il nastro adesivo per fissare tutti i suoi giocattoli rileviamo la nostra tendenza ad aggrapparci al passato, la nostra resistenza al cambiamento.

Più avanti, vedremo che la sua decisione di lottare contro il vento, sebbene coraggiosa e non esente da qualche tenerezza, non ha alcun senso perché la vita continua il suo corso, che lo vogliamo o no. Poi assistiamo a uno stadio di profonda negazione della realtà per cui siamo passati tutti, quella fase in cui la realtà ci colpisce con tutta la sua forza.

Quando ci rendiamo conto che non possiamo continuare a lottare contro la realtà, qualcosa dentro di noi si spezza e il primo impulso è aggrapparsi ancora di più al passato, anche se non esiste più, semplicemente perché il futuro ci fa paura. Poi troviamo rifugio nei momenti felici. Infatti, non a caso in questa parte del video il peluche è più grande della bambina, rivelando che è la sua fonte di sicurezza.

Allora possiamo quasi toccare la paura di dire addio, la resistenza a lasciare la zona di comfort in cui abbiamo vissuto, quel misto di nostalgia, senso di colpa e tristezza quando ci troviamo di fronte ad un addio doloroso ma necessario.

Allora è quando, finalmente, facciamo il passo e riusciamo a fare pace con il nostro passato. Il passato non scomparirà, lo porteremo sempre con noi, ma non sarà più un peso, ma un dolce ricordo che ci incoraggia a continuare e ci ricorda quanto siamo forti.

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4 giugno 2018

Cosa è veramente l'empatia?



L'empatia è la base dell'intimità e della connessione più stretta. Senza di essa, le nostre relazioni sarebbero superficiali dal punto di vista emotivo e più simili a rapporti commerciali. Senza empatia, potremmo passare ogni giorno accanto a una persona e conoscere talmente poco i suoi sentimenti che questa rimarrebbe un’estranea. Pertanto, l'empatia è un potente "collante sociale".

Ma non è solo il motore alla base della connessione, serve anche da freno quando ci comportiamo male e ci rendiamo conto del dolore che stiamo causando. Quando una persona non ha quel freno e agisce sempre nel proprio interesse, finisce per devastare quelli che ha accanto. Pertanto, è essenziale capire cos'è l'empatia e cosa significa essere empatici.

Cosa non è l’empatia?


- Empatia non è lo stesso che simpatia

Spesso usiamo le parole empatia e simpatia in modo intercambiabile, ma in realtà sono processi diversi. Quando proviamo compassione per qualcuno, significa che ci identifichiamo con la situazione in cui si trova quella persona. Possiamo provare simpatia per gli estranei e anche per problemi che non abbiamo mai vissuto personalmente.

Tuttavia, provare simpatia non implica necessariamente collegarsi emotivamente a ciò che una persona prova. Possiamo simpatizzare con la situazione che qualcuno sta attraversando, senza avere alcuna idea dei suoi sentimenti e pensieri. Pertanto, la simpatia non dinamizza quasi mai il nostro comportamento, non ci incoraggia ad agire. La simpatia non crea connessione.

L'empatia si spinge oltre, perché implica identificarsi con ciò che qualcuno sente e sperimentare quei sentimenti in prima persona. Pertanto, simpatia è provare qualcosa per qualcuno; empatia è provare ciò che sente quel qualcuno.

- L'empatia non si limita all'intuizione


La maggior parte delle persone ritiene che l'empatia sia intuitiva, che sia più una reazione viscerale che una funzione del pensiero. Ma l'empatia non si limita solo allo scambio di emozioni, un processo che normalmente avviene al di sotto della nostra soglia di coscienza, ma è anche necessario che intervengano le funzioni di controllo esecutivo perché possiamo modulare questa esperienza.

La ricerca mostra che la mimica è una parte importante dell'interazione umana e si verifica a livello inconscio; cioè, imitiamo le espressioni facciali delle persone con cui interagiamo, insieme alle loro vocalizzazioni, posture e movimenti. Se parliamo con qualcuno che aggrotta le sopracciglia, probabilmente finiremo per accigliare anche noi. È probabile che questa mimica inconscia abbia aiutato i primi esseri umani a comunicare e provare affinità. In effetti, le Neuroscienze hanno confermato che quando vediamo qualcuno che soffre, nel nostro cervello si attivano le aree che registrano il dolore. Il mimetismo è la componente che precede l'empatia.

Ciò nonostante, l'empatia richiede anche che siamo in grado di assumere la prospettiva di un'altra persona, che è una funzione cognitiva. Inoltre, è imperativo che siamo in grado di modulare le emozioni generate dall'empatia. Dal momento che gli stati d'animo possono essere "contagiosi", l'autoregolamentazione ci impedisce di sperimentare tali emozioni così intensamente da poter aiutare l'altra persona.

Cos'è l'empatia?


Quando ci chiediamo cos'è l'empatia, la prima definizione che ci viene in mente è la capacità di metterci nei panni di qualcun altro. Ad ogni modo, l'empatia va ben oltre, di solito non è solo un fatto intellettuale, ma qualcosa di profondamente emotivo.

Ci sono diverse descrizioni dell’empatia, una delle più azzeccate è "l'esperienza di comprendere la condizione di un'altra persona dal suo punto di vista". Questo significa mettersi nella pelle di questa persona e sentire ciò che sta vivendo. È una partecipazione affettiva alla realtà di qualcuno, facendo nostro il suo mondo emotivo.

Questo meraviglioso cortometraggio spiega cos'è l'empatia, e anche cosa non è, così come il suo enorme potere.

 

 L'empatia è cosa di due: L'approccio diadico

Da un punto di vista antropologico, il significato dell'empatia dal punto di vista individuale implica la sua limitazione. Una ricerca condotta presso l'Università di Amsterdam suggerisce che l'empatia dipende anche da "ciò che gli altri vogliono o possono dire di se stessi". In questo modo, l'empatia acquisisce una dimensione diadica, il che significa che la persona che prova empatia è importante quanto la persona che risveglia quella sensazione. Infatti, non siamo ugualmente empatici con tutti.

L'empatia è anche mediata da norme culturali e sociali. Nello stesso studio è stato apprezzato che i bambini fossero più empatici quando un insegnante ricordava loro che dovevano essere buoni compagni di classe, ma che l'empatia diminuiva quando si trattava di scegliere da che parte mettersi in un gioco. Gli amici che vennero eletti per ultimi e si infastidirono, furono consolati, ma i semplici compagni di classe che si sentivano allo stesso modo erano etichettati come "piagnucoloni".

Questo significa che anche il contesto, le convenzioni sociali e la persona oggetto dell'empatia sono fattori determinanti, indipendentemente dalla capacità individuale di provare empatia.

I tre tipi di empatia


Esistono diverse classificazioni dell’empatia. Lo psicologo Mark Davis ha suggerito che ci sono 3 tipi di empatia.

- Empatia cognitiva. È un'empatia "limitata" poiché adottiamo solo la prospettiva dell'altro. Questa empatia implica che siamo in grado di comprendere e assumere i suoi punti di vista e metterci nei suoi panni. È un'empatia che nasce dalla comprensione intellettuale.

- Distress personale. Si tratta di provare, letteralmente, i sentimenti dell'altro. Questa empatia entra in gioco quando vediamo qualcuno soffrire e soffriamo con lui. È dovuta a un contagio emotivo; cioè, l'altra persona ci ha "contagiato" con le sue emozioni. Alcune persone sono così inclini a manifestare questo tipo di empatia da esserne sopraffatti, sottoponendosi così a un enorme stress.

- Preoccupazione empatica Questo modello corrisponde meglio alla nostra definizione di empatia. È la capacità di riconoscere gli stati emotivi degli altri, di sentirsi connessi emotivamente e, sebbene potremmo sperimentare un certo grado di disagio personale, siamo in grado di gestire quel disagio e mostrare preoccupazione autentica. A differenza del distress, la persona che sperimenta questo tipo di empatia si mobilita per aiutare e confortare, non è paralizzata dai sentimenti.


L'empatia si apprende


Molte persone pensano che nasciamo empatici, ma in realtà l'empatia è un comportamento che viene appreso. I bambini imparano a identificare e regolare le loro emozioni attraverso le interazioni con gli adulti, in primo luogo con i loro genitori. Quando gli adulti rispondono agli stati emotivi dei bambini, non creano solo le basi per la differenziazione dell'io, ma anche per sviluppare la percezione dell'altro. Nel corso del tempo, quel seme si trasforma in empatia.

Si è visto che i bambini che non sperimentano questi tipi di interazioni hanno una ridotta percezione di se stessi, soffrono di difficoltà nel gestire e regolare le proprie emozioni e spesso mostrano una empatia limitata. Quando si sviluppa una forma di attaccamento evitante, ad esempio, la persona non si sente a suo agio nei contesti intimi e ha problemi per riconoscere le proprie emozioni e quelle degli altri. Quando si sviluppa una forma di attaccamento ansioso, la persona spesso non ha la capacità di moderare le proprie emozioni, quindi potrebbe terminare sopraffatta dalle emozioni di un'altra persona. Questa non è empatia.

Pertanto, mentre è vero che il nostro cervello è cablato per provare empatia, è necessario che questa abilità si sviluppi durante tutta la vita, specialmente nei primi anni.

Cosa significa essere empatici? Le condizioni di base dell'empatia


Perché una persona possa provare empatia è necessario che esistano certe condizioni di base.

1. Imitazione motoria e neuronale. L’empatia è compromessa nelle persone che soffrono di alterazioni neurologiche. Infatti, per essere empatici è necessario che si attivino i nostri neuroni specchio, che si produca una mimica corporea e facciale, che ci aiuta a metterci nei panni dell'altro.

2. Conoscere lo stato interiore dell'altra persona, inclusi i suoi pensieri ed emozioni. Solo allora possiamo essere consapevoli di ciò che l'altro pensa o sente e identificarci con il suo punto di vista, situazione e/o stato emotivo. Questa condizione ci consente di crearci una rappresentazione più o meno chiara di ciò che l'altra persona sta vivendo, della situazione che sta attraversando e del suo stato affettivo.

3. Risonanza emotiva. Per provare empatia affettiva, è necessario che lo stato emotivo dell'altra persona entri in risonanza con noi. Dobbiamo agire come un diapason, in modo tale che i problemi e/o le sensazioni dell'altro facciano eco dentro di noi.

4. Proiettarsi nell'altro. Per provare empatia, è essenziale essere in grado di abbandonare la nostra posizione per un momento per identificarci con la situazione dell'altro. Se non riusciamo a lasciare le nostre coordinate, difficilmente possiamo metterci al posto di quella persona. Una volta che facciamo quell'atto di proiezione, possiamo tornare nel nostro "io" e ricreare nella nostra mente come ci sentiremmo se fosse successo a noi. In effetti, l'empatia implica un dispiegarsi, un continuo andare avanti e indietro tra l'altro e il nostro “io”.

5. Autoregolazione emotiva. Restare nel distress non è vantaggioso per noi o per la persona che soffre. È necessario fare un ulteriore passo avanti e passare alla gentilezza empatica, che consiste nel comprendere che ci sentiamo male per l'altro superando questi sentimenti per aiutarlo. Si tratta di gestire le nostre reazioni emotive per poter aiutare l'altro.



Fonti:
Roerig, S. et. Al. (2015) Researching children’s individual empathic abilities in the context of their daily lives: The importance of mixed methods. Frontiers in Neuroscience; 9(261): 1-6.
Wölfer, R. et. Al. (2012) Embeddedness and empathy: How the social network shapes adolescents’ social understanding. Journal of Adolescence; 35: 1295-1305.
Bernhardt, B. et. Al. (2012) The Neural Basis of Empathy. Annual Review of Neuroscience; 35 (1): 1-23.
Davis, M. (1980) A Multidimensional Approach to Individual Differences in Empathy. JSAS Catalog of Selected Documents in Psychology; 10: 2-19.
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