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25 aprile 2018

Ascoltare chi si lamenta uccide i neuroni



Alcune persone hanno fatto delle lamentele la loro ragione di vita. Queste persone non si lamentano dei problemi, ma vivono per lamentarsi. Il problema è che queste lamentele non danneggiano solo loro ma anche quelli che li ascoltano. Infatti, ascoltare qualcuno che si lamenta sistematicamente, giorno dopo giorno, non è solo estenuante, ma può anche terminare per "uccidere" i nostri neuroni.

Se le lamentele degli altri ti stressano, i tuoi neuroni ne pagheranno le conseguenze


Il problema dipende dal fatto che le lamentele degli altri causano stress, soprattutto quando siamo coinvolti attivamente nel cercare una soluzione. Ma dato che di solito le persone che si lamentano non cercano soluzioni ma desiderano solo dare libero sfogo al loro disagio, le loro lamentele ci portano in una sorta di vicolo cieco. Come risultato, ci stressiamo.

Quando ascoltiamo una lamentela di solito il nostro cervello la interpreta come una potenziale minaccia e, quindi, mette in moto una serie di risposte fisiologiche per affrontare la situazione.

Viene attivato l'asse ipotalamo-ipofisi-surrene che culmina con il rilascio di cortisolo dalla ghiandola surrenale. Normalmente questa attivazione serve a proteggerci e sopprimere la minaccia, ma se il livello di cortisolo rimane alto per un lungo periodo di tempo, si verifica un’atrofia a livello neuronale, il che significa che i neuroni muoiono, letteralmente.

I neuroscienziati dell'Università di Stanford sono stati tra i primi a testare gli effetti dei glucocorticoidi secreti nel cervello durante le situazioni stressanti. Hanno così scoperto che questi influenzano il funzionamento di diverse strutture, tra cui l'ippocampo, un'area legata alla memoria e all'apprendimento, dove la perdita di neuroni era accelerata.

Studi più recenti hanno rivelato che lo stress può interessare anche i neuroni della corteccia prefrontale, l'area correlata al controllo delle emozioni e al processo decisionale. Si è anche visto che con l'avanzare dell'età, i nostri neuroni diventano meno resistenti allo stress e perdono la capacità di riprendersi dal danno causato dallo stesso.

Infatti, è noto che il cortisolo potrebbe avere un effetto domino sui percorsi neuronali che corrono tra l'ippocampo e l'amigdala, che sono fondamentali per analizzare il significato emotivo delle situazioni che affrontiamo ogni giorno. In questo modo, viene creato un circolo vizioso che predispone il cervello a mantenere attivo uno stato costante di lotta o fuga.

Cosa ancor peggiore, lo stress cronico attiva una specie di "interruttore" nelle cellule staminali che le trasforma in un tipo di cellula che inibisce le connessioni verso la corteccia prefrontale, il che ci predisporrebbe a soffrire di problemi emotivi come ansia, depressione e disturbo da stress post-traumatico.

In breve, essere "obbligati" ad ascoltare le lamentele degli altri, quando queste non implicano una richiesta d’aiuto, ci costringe a rimanere in uno stato di disagio in cui non vi sono vie di fuga. Osserviamo la minaccia con impotenza, e questo risulta fatale per i nostri neuroni.

Come proteggersi dalle lamentele?


Ragionare su un problema ha l'effetto opposto: alimenta nuove connessioni e attiva i neuroni. Analizzare un problema significa prendere coscienza delle variabili coinvolte, a partire dalle quali possiamo prendere decisioni e pianificare azioni.

Durante questo processo, il cervello stabilisce nuove connessioni neuronali che sono il risultato del problem solving attivato. In altre parole, impariamo e sviluppiamo la nostra flessibilità cognitiva. Pertanto, aiutare gli altri a risolvere i conflitti è benefico.

Ciò che non è benefico è essere il contenitore nel quale gli altri scaricano le loro lamentele e le insoddisfazioni. Dobbiamo sempre tenere presente che molte persone si comportano come "camion della spazzatura", vogliono solo scaricare la negatività senza cercare delle soluzioni ai loro problemi. In questi casi, dobbiamo imparare ad assumere una distanza psicologica che ci proteggerà dallo stress. Dopotutto, ignorare ciò che non vale la pena non è solo un segno di saggezza, ma anche una questione di sopravvivenza psicologica.



Fonti:
Kaufer, D. et. Al. (2014) Stress and glucocorticoids promote oligodendrogenesis in the adult hippocampus. Molecular Psychiatry; 19: 1275–1283.
McEwen, B. S. & Morrison, J. H. (2013) The Brain on Stress: Vulnerability and Plasticity of the Prefrontal Cortex over the Life Course. Neuron; 79(1): 16-29.
Stein-Behrens, B. et. Al. (19994) Stress exacerbates neuron loss and cytoskeletal pathology in the hippocampus. J Neurosci; 14(9): 5373-5380.
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23 aprile 2018

Nella vita, nessuno ti appartiene veramente



È bello avere accanto delle persone di cui possiamo fidarci, persone che ci sosterranno quando le nostre forze verranno a mancare e ci incoraggeranno a realizzare i nostri sogni. Avere bisogno degli altri non ci rende più vulnerabili, al contrario, ci rafforza, sempre quando non facciamo l'errore di pensare che l'altra persona ci appartiene. La linea di confine tra un rapporto maturo e una relazione di dipendenza e possessività è molto sottile, ed è molto facile superarlo.

L'illusione dell'esclusività


Nell'immaginario collettivo si sono insinuate idee diverse che creano l'illusione dell’esclusività: l’anima gemella, il miglior amico, la guida spirituale... In realtà, sono tutte trappole linguistiche che portano a pensare che queste persone ci appartengono, sono "destinate" a noi.

Quando cadiamo in questa trappola, ci dimentichiamo che in ogni relazione ci sono sempre due persone e nessuno appartiene a nessuno. Trovare l'anima gemella significa solo incontrare una persona che soddisfa i nostri bisogni emotivi e le nostre aspettative. Ma è necessario coltivare ogni giorno quel rapporto, assicurarsi di dare e ricevere felicità, altrimenti la nostra dolce metà può diventare molto amara.

Idealizzare l'altro può generare dipendenza emotiva


In realtà, non esiste un partner o un amico perfetto, solo un rapporto nel quale entrambi devono investire tempo e fatica perché dia i frutti migliori. È importante essere consapevoli di questo per non idealizzare l'altro.

Idealizzare qualcuno è un gioco molto pericoloso perché tende ad essere il preludio della dipendenza emotiva. Se siamo convinti che la persona è fatta su misura per noi, se ci lasciamo convincere dalla "illusione dell’esclusività" diventiamo dipendenti, e ciò creerà un'asimmetria dannosa nella relazione perché chi dipende è sempre in svantaggio.

Il problema in un rapporto asimmetrico è che la persona dipendente finisce di solito per mettere da parte le sue esigenze per soddisfare l'altro, al punto di arrivare a sopprimere la propria individualità. La dipendenza non rende felici, al contrario, genera spesso la paura di perdere l'altro, che a sua volta cede il passo alla gelosia e alla possessività. Commettiamo il terribile errore di limitare la libertà della persona che amiamo per paura di perderla, perché pensiamo che ci appartenga.

Il dilemma del riccio: Come sviluppare relazioni mature che ci arricchiscono?


Uno dei passaggi più famosi del lavoro di Schopenhauer è la parabola dei ricci, che si riferisce alla sua visione delle relazioni umane.

" Alcuni porcospini, in una fredda giornata d'inverno, si strinsero vicini, vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l'uno dall'altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quell'altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali. finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.

Così il bisogno di società, che scaturisce dal vuoto e dalla monotonia della propria interiorità, spinge gli uomini l'uno verso l'altro; le loro molteplici repellenti qualità e i loro difetti insopportabili, però, li respingono di nuovo l'uno lontano dall'altro. La distanza media, che essi riescono finalmente a trovare e grazie alla quale è possibile una coesistenza, si trova nella cortesia e nelle buone maniere.

A colui che non mantiene quella distanza, si dice in Inghilterra: keep your distance! − Con essa il bisogno del calore reciproco è soddisfatto in modo incompleto, in compenso però non si soffre delle spine altrui. − Colui, però, che possiede molto calore interno preferisce rinunciare alla società, per non dare né ricevere sensazioni sgradevoli."


Non v'è dubbio che quanto più il rapporto con qualcuno è stretto, tanto più è probabile che la persona possa farci del male perché è emotivamente importante per noi. Dopotutto, solo ciò a cui diamo importanza può danneggiarci, quello a cui permettiamo di entrare nella nostra cerchia più intima. Ma quando ci allontaniamo, è probabile che proviamo angoscia e sentiamo il vuoto della solitudine.

Pertanto, nelle relazioni interpersonali, siano esse di coppia, una semplice amicizia o tra genitori e figli, è necessario trovare la distanza ottimale. Erich Fromm parlava di amore maturo quando ogni persona condivide con l’altro il necessario perché entrambi crescano, sviluppando un rapporto in cui ognuno mantiene la propria individualità.

A questo proposito, è essenziale affrontare tutte le nostre relazioni essendo pienamente consapevoli che nessuno ci appartiene. Dobbiamo essere capaci di amare abbastanza affinché quella persona sia libera in ogni momento di stare al nostro fianco o andarsene. Dobbiamo imparare ad amare senza possedere e vivere senza dipendere.
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20 aprile 2018

Le persone più intelligenti bloccano le informazioni inutili



L'intelligenza è una capacità complessa, non comporta solo essere in grado di elaborare rapidamente le informazioni e unire le idee apparentemente non collegate per risolvere i problemi, ma anche essere abbastanza flessibili per cambiare direzione quando ci troviamo in un vicolo cieco e persino avere un alto livello di autocontrollo

Tuttavia, i ricercatori dell'Università di Rochester hanno scoperto che le persone più intelligenti hanno un'altra caratteristica in comune: essere in grado di bloccare o ignorare le informazioni inutili. Il cervello delle persone che hanno un Q.I. più alto ignora automaticamente le informazioni irrilevanti.

Il blocco delle informazioni irrilevanti è una caratteristica di un cervello più efficiente


Un gruppo di persone si sottopose ad una serie di test que valutavano il loro Q.I. (quoziente intellettivo), in seguito videro un video nel quale venivano mostrati loro piccoli e grandi oggetti che si muovevano, molto lentamente, a destra o sinistra su uno schermo. L'obiettivo era identificare la direzione del movimento.

Perché questo compito?

Perché sappiamo che è più difficile per il nostro cervello seguire i movimenti degli oggetti di grandi dimensioni, ma è finemente sintonizzato per rilevare i movimenti più sottili poiché questi possono rappresentare un pericolo maggiore. Pertanto, questo compito rivela quanto efficientemente il nostro cervello funzioni quando si elaborano tutti i tipi di stimoli.

Questi psicologi scoprirono così che le differenze tra le persone nell’identificare correttamente la direzione del movimento di oggetti piccoli e grandi avevano una stretta relazione con il loro Q.I. Il modello era chiaro: quanto più era loro difficile rilevare i movimenti più grandi e quanto più precisi erano con quelli piccoli, tanto più alto era il Q.I.

Questo semplice esperimento fa riferimento alla soppressione, la capacità di inibire le informazioni irrilevanti che possono distrarci dal nostro obiettivo. Indubbiamente, la capacità di bloccare gli elementi dell'ambiente che possono distrarci è essenziale per poterci concentrare sui dati che sono veramente rilevanti e ci permettono di trovare più rapidamente una soluzione.

Bloccare ciò che non è importante è anche essenziale per essere felici


Essere in grado di ignorare tutto ciò che non vale la pena non solo ci consente di elaborare le informazioni più velocemente e concentrarci sui nostri obiettivi, ma è anche essenziale per essere felici. In effetti, una delle chiavi dell'equilibrio emotivo è proprio quella di essere in grado di analizzare i fatti nella loro giusta misura, senza dare loro più importanza di quella che hanno o meritano.

Pertanto, le persone più felici condividono un tratto comune: fanno orecchie da mercante a quelle cose che le danneggiano e non apportano nulla di valore. Queste persone bloccano:

- Le critiche distruttive, perché sanno che questo tipo di opinioni dicono di più di chi critica che di chi viene criticato, essendo consapevoli che non possono apportare loro valore ma che il loro obiettivo è spesso solo quello di causare danni.

- Le piccole frustrazioni quotidiane, perché capiscono che un contrattempo non è una ragione sufficiente per farsi rovinare la giornata. Queste persone hanno imparato a fluire, liberando rapidamente le emozioni negative che possono essere generate da piccoli contrattempi e conflitti quotidiani.

- Le persone tossiche, sanno cioè che perché qualcuno faccia loro del male, devono prima dargli il potere di farlo. Pertanto, le persone più intelligenti e felici non permettono agli altri di scaricare su di loro paure, frustrazioni, rabbia e ansia.

- Il dialogo interiore negativo, perché sono consapevoli che a volte siamo noi il nostro peggior nemico. Pertanto, queste persone imparano a dominare il dialogo interiore o, almeno, non gli permettono di farle sentire male o impedire loro di perseguire i loro sogni.


Fonte:
Melnick, M. D. et. Al. (2013) A Strong Interactive Link between Sensory Discriminations and Intelligence. Current Biology; 23(11): 1013-1017.
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18 aprile 2018

Traumi psicologici: I traumi con la “T” maiuscola e la “t” minuscola



Nell'immaginario popolare, la parola "trauma" è collegata a eventi negativi e situazioni difficili. Tuttavia, questa concezione del trauma implica avere un locus of control esterno, affidare la responsabilità alle circostanze e diventare vittime passive. Questo concetto di trauma psicologico ci lega mani e piedi.

In realtà, qualsiasi trauma psicologico è sempre il risultato dell'interazione con le situazioni che viviamo e del significato che gli diamo, il che significa che siamo tutti esposti, in misura maggiore o minore, a soffrire traumi emotivi che lasciano ferite profonde. Ma questo significa anche che possiamo proteggerci dai traumi e, soprattutto, che possiamo superarli.

Cos'è un trauma psicologico?


Pierre Janet riassume perfettamente il concetto di trauma psicologico: "è il risultato dell'esposizione ad un inevitabile evento stressante che va oltre i meccanismi di coping (affrontamento) della persona. Quando le persone si sentono enormemente sopraffatte dalle loro emozioni, i ricordi non possono essere trasformati in esperienze narrative neutrali. Il terrore diventa una fobia della memoria che impedisce l'integrazione dell'evento traumatico e frammenta i ricordi traumatici, separandoli dalla coscienza ordinaria, lasciandoli organizzati in percezioni visive, preoccupazioni somatiche e reazioni comportamentali".

Questo significa che, affinché si verifichi un trauma psicologico, devono essere soddisfatte tre condizioni:

1. Un evento che consideriamo stressante

2. Non avere le risorse emotive e cognitive necessarie per affrontare questo evento

3. Incapacità di elaborare emotivamente ciò che è accaduto, così da rimanere bloccati nel ricordo traumatico

Quando pensiamo ai traumi psicologici, di solito immaginiamo situazioni estreme. Questi sono i traumi con la "T" maiuscola, eventi generalmente inaspettati e con un grande impatto emotivo che riducono le nostre risorse di coping. Fortunatamente, questi traumi sono i meno comuni.

Ma ci sono anche traumi con la "t" minuscola, che sono molto più comuni e possono persino diventare più pericolosi poiché non siamo sempre in grado di identificarli. Questi traumi sono causati dall'esposizione ripetuta a eventi che finiscono per danneggiare le risorse di coping, come le perdite o situazioni di umiliazione e sofferenza. Si tratta di "traumi cumulativi".

Per comprendere la differenza tra entrambi i tipi di traumi, possiamo immaginare che i traumi con la "T" maiuscola siano un getto d'acqua che riempie il nostro "bicchiere psicologico" in un batter d'occhio. I traumi cumulativi, con la "t" minuscola, riempiono il bicchiere lentamente, goccia a goccia. In entrambi i casi il bicchiere finisce per traboccare.

Molte persone sottovalutano i traumi con la "t" minuscola dal momento che il loro meccanismo d'azione è più sottile, ma il loro effetto cumulativo può causare molti danni. Uno studio condotto presso il Changi General Hospital di Singapore evidenzia gli effetti di quelli che potrebbero essere chiamati "piccoli shock emotivi".

Questi psicologi hanno seguito per oltre 9 mesi più di 3.000 persone che avevano subito un incidente d'auto. Hanno così scoperto che metà di loro aveva sviluppato un disturbo psicologico a causa dell'incidente. Ma non si trattava di stress post-traumatico, dal momento che questo si sviluppa di solito a seguito di un trauma con la "T" maiuscola, ma di problemi d’ansia e depressione. Questo indica che probabilmente l’incidente è stato la goccia che ha fatto traboccare un bicchiere psicologico che era già abbastanza pieno.

Trauma psicologico: Cause e sintomi


Perché si verifichi un trauma emotivo, non è solo necessario che si produca una situazione perturbatrice, ma dobbiamo anche percepirla come tale. Pertanto, i traumi dipendono in larga misura dal significato che attribuiamo alle esperienze che viviamo. Infatti, si stima che il 64% delle persone esposte a episodi traumatici non svilupperà un disturbo psicologico.

Perché un evento generi un trauma psichico deve danneggiare il nostro equilibrio psicologico, mettendoci in una situazione di grande fragilità emotiva e incertezza. Più tardi, sebbene siamo perfettamente consapevoli che il "pericolo" è stato scongiurato, non riusciamo a sbarazzarci delle emozioni negative e della sensazione di disagio che questo ha generato.

Pertanto, fondamentalmente, la causa del trauma psicologico è la nostra incapacità di elaborare emotivamente le situazioni vissute. Queste esperienze non vengono integrate armoniosamente nella nostra vita, ma rimangono attive nella nostra mente.

Nel lungo periodo, queste esperienze possono produrre dei cambiamenti nella biochimica cerebrale. Mentre attraversiamo una situazione traumatica, l'amigdala, uno dei centri emotivi del cervello, rimane attiva, causando una produzione eccessiva di cortisolo, un ormone che inibisce il funzionamento dell'ippocampo, struttura chiave nel processo di simbolizzazione delle esperienze e la loro temporalizzazione nella nostra storia di vita. Questo è il motivo per cui è molto difficile che le esperienze traumatiche si trasformino in fatti narrativi e ci permettano di voltare pagina.

Tuttavia, non è sempre facile riconoscere che stiamo subendo un trauma, perché a volte i sintomi del trauma psicologico non sono così evidenti. Ogni persona reagisce in modo diverso, sebbene alcuni dei più comuni sintomi di trauma emotivo siano:

- Incubi. Anche nei casi in cui si verifica una dissociazione, un meccanismo di difesa attraverso il quale allontaniamo la situazione traumatica dalla nostra mente cosciente, spesso si rivivono alcuni istanti dell'evento traumatico o appaiono nei sogni sotto forma di incubi.

- Ansia, nervosismo e irritabilità. I traumi generano spesso uno stato di aspettativa ansiosa che ci tiene in sospeso, come se qualcosa di brutto potesse accadere in qualsiasi momento. Questa tensione costante terminerà presentandoci il conto sotto forma di irritabilità e nervosismo, facendoci reagire in modo esagerato alle situazioni quotidiane della vita.

- Anestesia emotiva. In alcuni casi, specialmente quando l'impatto emotivo è stato molto forte, si produce una sorta di anestesia emotiva, un meccanismo di difesa che si attiva per proteggerci da altri shock. All'improvviso, è come se la vita perdesse il suo significato, niente importa o ci incoraggia, ci sentiamo disconnessi dalle nostre emozioni, al punto che possiamo sentirci estranei a noi stessi.

- Impotenza appresa. I traumi cumulativi generano di solito questo sentimento, che si manifesta con la sensazione che nulla di ciò che facciamo potrà fare la differenza. I traumi con la "t" minuscola tendono a generare un meccanismo di difesa passiva, ci limitiamo a proteggerci perché riteniamo che ogni sforzo sia inutile, generando una sensazione d’impotenza, che di solito finisce per innescare i sintomi depressivi dato che non riusciamo ad intravedere una via d'uscita dalla situazione e ci limitiamo a soffrirla.

- Senso di colpa e vergogna. A volte possiamo provare una profonda sensazione di vergogna, specialmente quando crediamo che la situazione traumatica si sia prodotta per colpa nostra, il che a sua volta genera la vergogna. Possiamo anche reagire arrabbiandoci con noi stessi, o incolpando il mondo di ciò che è accaduto, e ciò avviene perché stiamo cercando di dare un senso all’accaduto, ma non riusciamo a trovarlo e questo ci frustra.

- Sintomi psicosomatici. Spesso i traumi psicologici finiscono per generare problemi che hanno un impatto sulla salute fisica. Il più comune è che si manifestino attraverso il dolore muscolare, ma possono anche causare problemi dermatologici, emicrania, problemi gastrointestinali, attacchi di panico o malattie psicosomatiche molto più complesse.

Come superare un trauma?


Superare un trauma non è facile, spesso è necessario appoggiarsi ad uno psicologo perché scavare a fondo nella ferita emotiva senza una conoscenza adeguata può peggiorare le cose, causando danni ancora maggiori.

Quello che possiamo davvero fare è "proteggerci" dai traumi emotivi. Si è visto che esistono due fattori che aumentano le probabilità di vivere una situazione come traumatica:

- Avere problemi psicologici precedenti alla situazione traumatica, come soffrire di stress, ansia o depressione

- Evitamento esperienziale: evitare i ricordi, sentimenti o pensieri legati all'episodio traumatico

Pertanto, riempire lo zaino di strumenti per la vita ti aiuterà ad affrontare meglio le situazioni difficili, evitando che si trasformino in un trauma. Il primo passo è capire che i traumi non sono esperienze ma risposte emotive, quindi è su queste ultime che dobbiamo lavorare.



Fonti:
Chan, A. O. et. Al. (2003) Posttraumatic stress disorder and its impact on the economic and health costs of motor vehicle accidents in South Australia. Journal of Clinical Psychiatry; 64(2): 175-181.
Rasmusson, A. M. et. Al. (2000) Low baseline and yohimbine-stimulated plasma neuropeptide y (npy) levels in combat-related ptsd. Biol Psychiatry; 47: 526-539.
Goodyer, I. M. et. Al. (1998) Adrenal steroid secretion and major depression in 8-to 16-year-olds, iii: Influence of cortisol/dhea ratio at presentation on subsequent rates of disappointing life events and persistent major depression. Psychol Med; 28: 265-273.
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16 aprile 2018

Aporofobia: La parola dell’anno nel 2017 che dovrebbe farci vergognare



"Ma se il pensiero corrompe il linguaggio, anche il linguaggio può corrompere il pensiero", disse George Orwell, riferendosi all'enorme potere delle parole. Non ne siamo pienamente consapevoli, ma la verità è che il linguaggio determina in larga misura la nostra realtà. Ci sono parole che segnano una generazione, un gruppo sociale o una fase della storia. Queste parole sono il frutto di una coscienza collettiva, espressione di una realtà, a volte sublime, a volte vergognosa. Pertanto, non è mai di troppo chiedersi cosa si nasconde dietro le nuove parole che incorporiamo nel nostro vocabolario.

La parola dell'anno, un grido sordo che nessuno ascolta 

Nel 2014 la parola dell'anno, secondo la Fondazione Spagnola Urgente, è stata "selfie". Quella del 2017 “aporofobia”, un termine che può sembrare nuovo ma in realtà non nasconde nulla di nuovo, si riferisce a una paura atavica che si attiva ogni volta che entriamo in un periodo di crisi economica, quei periodi che possono tirare fuori il meglio e il il peggio dell'essere umano.

Il termine aporofobia fu coniato dalla fisolosofa spagnola Adela Cortina, che la usó in diversi articoli e libri. Nelle sue opere indicò che, per una mera questione politica o forse nel tentativo di salvare la faccia, la nostra società spesso definisce "xenofobia" o "razzismo" il rifiuto degli immigrati o dei rifugiati, quando in realtà questa avversione non è dovuta al loro status di stranieri, ma al fatto che sono poveri.

Pertanto, il termine aporofobia significa letteralmente "rifiuto o avversione verso i poveri". In greco, la parola áporos significa "colui che non ha risorse".

Perché è così importante chiamare le cose con il loro vero nome?


Tutte le fobie - omofobia, islamofobia, xenofobia - sono patologie sociali che si manifestano come odio verso qualcuno che è percepito come diverso, ma in questo caso il rifiuto è mascherato, quindi, più difficile da combattere.

Se il discorso normativo sociale fa riferimento al rifiuto degli stranieri, porta a equivoci. Ma è evidente che gli stranieri pieni di soldi sono accolti a braccia aperte e con un tappeto rosso. I più bisognosi sono invece respinti.

Questa filosofa sostiene che ciò che preoccupa gran parte della società del benessere è la povertà in generale, ma non si ha il coraggio di riconoscerlo, e dal momento che di solito questa viene con gli stranieri, è meno imbarazzante e più facile presentare queste persone come una minaccia per l'identità nazionale. In questo modo si costruisce il discorso sociale dell'odio.

George Orwell spiegò come tali discorsi possono fare breccia nella nostra coscienza: "sapere e non sapere, essere consci di ciò che è realmente vero mentre si dicono bugie attentamente elaborate, sostenere contemporaneamente due opinioni sapendo che sono contraddittorie e credere tuttavia in entrambe".

Ovviamente, chiamare una cosa con il suo nome non la farà scomparire come per magia. Sapere che esiste l’aporofobia non eliminerà il rifiuto dei poveri, ma almeno è il primo passo per diventare consapevoli del problema reale. È anche il modo migliore per togliersi le maschere sociali.


In ogni caso, dobbiamo ricordare che nessuno è troppo povero per avere qualcosa da dare. A tal proposito vale la pena di ricordare quanto disse Seneca: "il povero manca di molte cose, ma l'avaro manca di tutto".
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13 aprile 2018

10 frasi motivazionali per le persone invidiose



L'invidia è uno dei peccati capitali e uno dei sentimenti più corrosivi che si possano provare. L'invidia si trasforma in dolore causato dal desiderio di avere ciò che hanno gli altri. Questo dolore è percepito come una sensazione frenetica di vuoto interiore, come se qualcosa avesse risucchiato tutto quello che abbiamo dentro. Con il tempo finisce per causare molti danni sminuendo la persona che ne soffre. Questa raccolta di frasi motivazionali dirette alle persone invidiose riassume perfettamente questo stato psicologico.

Invidiare è soffrire di cecità psicologica


La parola invidia deriva dal latino invidere e significa "guardare male" o “non vedere”. Nella Divina Commedia, Dante si riferiva agli invidiosi come a quelli che erano sotto un mantello di piombo, con le palpebre cucite con filo di piombo. L'etimologia della parola stessa suggerisce che l'invidia provoca una sorta di cecità psicologica.

Gli invidiosi tendono a guardare il mondo attraverso gli occhi degli altri, possono essere paragonati al capitano di una nave che solca i mari e invece di farsi guidare dalle stelle, usa una lente distorta. Di conseguenza, la nave andrà in tutte le direzioni, fino a quando non verrà trascinata verso rocce, scogliere o tempeste. In effetti, diverse frasi motivazionali sull'invidia si riferiscono all'incapacità di analizzare la realtà oggettivamente.

1. La nostra invidia dura sempre più a lungo della felicità di coloro che noi invidiamo - François de La Rochefoucauld

Gli invidiosi finiscono per vedere le vite degli altri attraverso un prisma distorto, quindi non sono in grado di rendersi conto che tutti noi abbiamo dei problemi. Poiché queste persone vedono solo ciò che vogliono vedere, la loro invidia dura molto più a lungo della felicità degli altri.

2. L'uomo invidioso pensa che se il suo vicino si rompe una gamba, egli sarà in grado di camminare meglio - Helmut Schoeck

Gli invidiosi spesso mettono in moto un modello di pensiero che rasenta l'irrazionale, e fa vedere loro la felicità dove c'è la disgrazia. Il problema è che queste persone finiscono per idealizzare la felicità o la soddisfazione degli altri, perché in realtà l'invidia non riguarda tanto ciò che l'altro ha quanto ciò che manca alla persona invidiosa.

3. L'invidia è mille volte più terribile della fame, perché essa è fame spirituale - Miguel de Unamuno

L'invidia è un sentimento corrosivo che implica l'incapacità di riempire la propria vita. L'invidioso non trova nulla che dia un senso alla sua vita, che lo faccia vibrare ed eccitarsi, così guarda gli altri alla ricerca di quelle risposte. Infatti, chiunque invidi ciò che gli altri hanno, in realtà invidia i sentimenti e le soddisfazioni che crede che queste proprietà generino.

Le condizioni essenziali perché l'invidia cresca


Perché l'invidia si imponga devono essere soddisfatte tre condizioni. In primo luogo, è necessario che la persona si paragoni a qualcuno che considera superiore, sia per le sue qualità, risultati o possedimenti. In secondo luogo, la persona deve desiderare quelle cose per se stessa, o peggio ancora, desiderare che l'altra persona le perda. Terzo, deve sentirsi male per le emozioni generate da quel confronto. A questa triade tossica si sono riferiti diversi pensatori nel corso degli anni, con frasi motivazionali sull'invidia che descrivono perfettamente questa sensazione.

4. L'invidia è il sintomo della mancanza di apprezzamento del proprio valore di unicità e di autostima.Ognuno di noi ha qualcosa da dare che nessun altro ha - Elizabeth O'Connor

L'invidioso non si valorizza abbastanza, non si sente sicuro e non è in grado di riconoscere cosa lo rende unico. In certo modo, invidiare è essere in grado di vedere ciò che è unico negli altri ma non vederlo in se stessi. Pertanto, nel fondo, l'invidia è sempre un'espressione di bassa autostima e sentimento d’inferiorità.

5. L'invidia è il tributo che la mediocrità paga al talento – Fulton J. Sheen

L'invidia è un segno di mediocrità, non necessariamente per mancanza di talento ma per mancanza di desiderio di superarsi. L'invidioso di solito non si sforza di raggiungere coloro che invidia, ma cerca di far scendere quelle persone al suo livello, è vittima di una malsana Sindrome di Procuste.

6. L'invidia è l'arte di contare le benedizioni dell'altro invece che le proprie - Harold Coffin

L'invidioso non riconosce le sue virtù e spesso le sminuisce, quindi non è in grado di approfittarne. Invece, si concentra sulle presunte virtù degli altri e le desidera ansiosamente. Ma non si rende conto che la soddisfazione autentica non arriva imitando gli altri, ma si raggiunge solo quando troviamo il nostro autentico Ikigai.

Il dolore che genera l'invidia


Il dolore dell'invidia non è causato dalle qualità o dai possedimenti altrui, ma dal senso d’inferiorità e frustrazione causati dalla mancanza di fiducia in se stessi. In questo modo, l'invidia sprofonda la persona in un ciclo di negatività che gli impedisce di raggiungere il suo massimo potenziale. Con il tempo, quell'angoscia e l'amarezza possono causare problemi di salute fisica, cosicché la persona viene consumata, letteralmente, dall'invidia.

In effetti, uno studio condotto presso l'Istituto Nazionale di Scienze Radiologiche del Giappone, ha scoperto che quando le persone si paragonano ad altre che hanno più successo e ammettono di essere invidiose, si attivano le regioni del cervello legate al dolore fisico. E più intensa è l'invidia, più queste aree neuronali sono attivate.

7. L'invidia è una dichiarazione d’inferiorità - Napoleone I.

Invidiare è riconoscere che non è possibile raggiungere lo stesso punto a cui è arrivato qualcun altro e dimenticare i propri doni. È condannarsi a sentirsi inferiori, meno capaci e, quindi, meno degni di essere felici. Ecco perché l'invidia è sempre un insulto a se stessi.

8. L'invidia è come bere del veleno e aspettarsi che sia l’altra persona a morire - Carrie Fisher

L'invidia è un sentimento molto dannoso, specialmente per chi la vive. Nulla di buono viene da questo sentimento perché comporta avere e nutrire risentimento, sensazioni d’incapacità e inferiorità.

9. L'invidia mostra quanto si sentano infelici; la loro costante attenzione a ciò che gli altri fanno o non fanno, mostra quanto si annoiano - Arthur Schopenhauer

L'invidia è un sentimento con il quale, invece di concentrarsi nel progredire e crescere, la persona concentra tutta la sua energia sugli altri, per confrontarsi e criticare. Fondamentalmente è l'espressione di una profonda noia, di non sapere cosa fare, così invece di vivere le loro vite, gli invidiosi si dedicano a vivere quella degli altri.

10. Appena l'uomo abbandona l'invidia comincia a prepararsi per entrare nel sentiero della beatitudine - Wallace Stevens

Gli invidiosi trovano difficile apprezzare le cose belle che accadono nella vita perché sono troppo occupati a confrontarsi con gli altri e vedere ciò che fanno questi ultimi. Infatti, in molti casi l'invidioso potrebbe condurre una vita migliore di chi invidia, ma non se ne rende conto.

Questo accade perché hanno il loro obiettivo posizionato continuamente sugli altri, non sono in grado di provare gratitudine per le cose buone ma le confrontano con le conquiste degli altri e considerano sempre di stare peggio. Questa profonda insoddisfazione non può portare felicità, perché se non impariamo ad apprezzare ciò che abbiamo, non saremo felici di ciò che potremmo ottenere.


Fonte:
Takahashi, H. et. Al. (2009) When Your Gain Is My Pain and Your Pain Is My Gain: Neural Correlates of Envy and Schadenfreude. Science; 323(5916): 93
7-939.
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11 aprile 2018

Il Potere del Terzo Momento



Quando l'ennesimo automobilista ti taglia la strada è probabile che tu venga assalito da un'ondata di rabbia. Quando fai una coda lunghissima e non ottieni quello che ti serve, un'ondata di frustrazione ti travolge. Quando il tuo collega riceve una promozione che pensavi di meritare tu, ti assale un'ondata di gelosia. Rabbia. Impazienza. Tristezza. Frustrazione... Trascorriamo gran parte delle nostre giornate invasi da varie emozioni.

Spesso queste emozioni sono "negative" perché ci fanno sentire male e fanno fallire i nostri piani. A causa della rabbia, dell'irritabilità o della gelosia, finiamo per fare cose che poi rimpiangeremo. Queste piccole esperienze quotidiane tingono di grigio le nostre giornate, impedendoci di provare gioia e soddisfazione, e minano il nostro equilibrio emotivo. La buona notizia è che non deve necessariamente continuare così.

Non puoi cambiare le situazioni, ma puoi cambiare le tue reazioni


Che lo vogliamo o no, le nostre reazioni emotive finiscono per modellare le nostre esperienze. Non possiamo cambiare le situazioni passate, ma in ogni momento affrontiamo delle nuove esperienze su cui abbiamo un certo grado di controllo. La nostra risposta ad ogni situazione influenzerà i prossimi minuti e ore della giornata, dobbiamo solo imparare a prestare attenzione al momento giusto.

A tal proposito può esserti d’aiuto pensare alle emozioni come ad una chiave nella serratura. Puoi inserire e girare la chiave senza problemi all'interno, ma dal momento che il tuo obiettivo è aprire o chiudere la serratura, dovrai trovare il punto preciso in cui puoi estrarre la chiave. Se non lo trovi, la chiave resterà bloccata e dovrai continuare a girarla nella serratura, e questo non farà altro che aumentare la tua frustrazione.

Allo stesso modo, nella vita alcune situazioni possono generare stati emotivi nei quali restiamo intrappolati, i più comuni sono la colpa e il risentimento, che a loro volta generano un ciclo di negatività, un ciclo che non si fermerà finché non saremo in grado di trovare quel punto preciso. Il metodo del "terzo momento" insegna come trovare quel punto, in modo tale che possiamo andare avanti usando le emozioni a nostro favore, invece di restare alla loro mercè.

I tre momenti dell'esperienza


La vita è composta da una serie di esperienze e ognuna d’esse può essere suddivisa in tre momenti.

Il primo momento: La sensazione

All'inizio, i nostri organi sensoriali percepiscono un cambiamento nell'ambiente. È quel momento in cui sentiamo pronunciare il nostro nome o vediamo una persona. In quell'istante percepiamo semplicemente, non riconosciamo ciò che sta accadendo. I nostri organi di senso acquisiscono e trasmettono informazioni.

Il secondo momento: L'attribuzione del significato

In un secondo momento, in una questione di millisecondi, che è quanto impiega lo stimolo per attraversare le reti nervose, riconosciamo che hanno pronunciato il nostro nome o abbiamo visto il volto della persona. In questo momento vengono attivati quelli che Antonio Damasio chiamò "marcatori somatici", che ci consentono di classificare automaticamente questa percezione come buona, cattiva o neutra.

Questa attribuzione non dipende esclusivamente dallo stimolo ma anche dai nostri ricordi, dalle precedenti esperienze con stimoli simili e persino dalle nostre convinzioni e aspettative. In quel momento l'esperienza inizia ad avere una valenza emotiva, ci piace o genera rifiuto. Quel meccanismo è fondamentalmente al di sotto della nostra soglia di coscienza.

Il terzo momento: La reazione

In questo momento abbiamo la possibilità di accettare o rifiutare il significato che il nostro cervello più primitivo ha dato all'esperienza. Possiamo analizzarla consapevolmente e decidere se è davvero così spiacevole e minacciosa o se, al contrario, la nostra è una reazione esagerata basata su esperienze passate che non hanno nessuna relazione con la situazione attuale.

Il terzo momento ci dà la possibilità di marcare la differenza tra azione e reazione, possiamo prendere le distanze dalle risposte automatiche, capire le nostre emozioni e pensare a una reazione.

Il metodo del terzo momento


Non possiamo influenzare le nostre sensazioni e l'attribuzione dei significati che diamo automaticamente, ma abbiamo un enorme potere sul terzo momento dell'esperienza. Possiamo usare quel tempo come una pausa, in modo tale che non ci limitiamo a reagire, ma siamo in grado di rispondere.

Il metodo del Terzo Momento ci consente di prendere il controllo e non essere vittime delle circostanze. Come applicarlo? Semplicemente osservando l'emozione.

Nel secondo momento, il nostro cervello primitivo scatena un'emozione, che è quella che ci spinge ad allontanarci o avvicinarci a ciò che sta accadendo. Dobbiamo essere in grado di rilevare quell'emozione proprio quando sorge. Si tratta di divenire consapevoli di quell’quell'emozione prima che possa innescare una risposta automatica e connettersi con qualsiasi pensiero.

Quando l'emozione è collegata a un pensiero, pensiamo che stiamo reagendo in modo razionale, ma in realtà non è così. Ad esempio, potremmo sentirci frustrati e, di conseguenza, pensare che la persona di fronte a noi sia incapace. Ovviamente, è una conclusione senza una base solida al di là di ciò che stiamo sentendo. Quando osservi l'emozione appena nata eviti di fare associazioni tali da indurti a commettere errori.

È probabile che sia tentato di rintracciare la fonte di quell'emozione. È comprensibile, ma non è utile perché puoi cadere in un loop infinito di colpevolizzazione. Invece di concentrarti su chi ha fatto cosa a chi, osserva le tue emozioni.

Non farlo come se fossi un osservatore esterno, liberandoti dell’emozione, ma devi vivila pienamente. Puoi immaginare quell'emozione come fosse un palloncino che ti riempie. Non prestare attenzione al palloncino ma a ciò che contiene.

Come ti senti? È importante non razionalizzare. Cosa c'è dentro il palloncino? In realtà, c'è solo aria, spazio vuoto.

Questo non significa che la tua emozione sia lo spazio vuoto, ma ciò ti aiuterà a capire che l'emozione in se non esiste come tu pensi, non è qualcosa di statico e solido. Poco a poco inizierai a sentirti più leggero, quell'emozione si "sgonfierà" e probabilmente ti sentirai anche felice o soddisfatto. Quando ti liberi di un'emozione che ti stava influenzando, provi il ​​sollievo di liberarti di un grande peso.

Tuttavia, non è qualcosa che si ottiene da un giorno all'altro, è necessario esercitarsi. Non c'è dubbio che nella foga del momento può essere difficile mettere in pratica questo metodo, è per questo che è importante praticare prima nelle situazioni che si possono controllare meglio.

La cosa interessante è che nella misura in cui impari a controllare questo metodo ottieni fiducia e autocontrollo e la qualità della tua vita migliora notevolmente perché smetti di reagire, smetti di essere alla mercé delle circostanze e puoi davvero scegliere come comportarti.


Fonte: The Power of the Third Moment Method
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9 aprile 2018

Tutti abbiamo bisogno di relazionarci con una persona tossica almeno una volta nella vita



Può sembrare un controsenso. L'idea è così assurda che sfiora il surreale. Tuttavia, ognuno di noi ha bisogno qualche volta di avere accanto una persona tossica nella sua vita. Le persone tossiche possono offrirci delle lezioni importanti e ci mostrano quanto forti possiamo essere quando le circostanze ci mettono alla prova.

A questo proposito, Viktor Frankl scrisse che la vita è sempre potenzialmente significativa, perché siamo in grado di estrarre significato anche dalla sofferenza stessa. Quindi a volte, le relazioni tossiche ci offrono una visione del mondo che non conoscevamo.


Tu non sai quanto sei forte fino a quando essere forte è la sola possibilità che hai


Ci sono momenti in cui sentiamo un nodo allo stomaco, un senso di soffocamento esistenziale, come se ci avessero tolto l'ossigeno psicologico, siamo paralizzati dalla paura dell'incertezza, una paura che deriva dal non sapere esattamente cosa sta succedendo... Quando ciò accade e non c'è nulla a cui aggrapparsi, facciamo l'unico passo logico che determina la nostra sopravvivenza: terminiamo la relazione con la persona tossica che minaccia di rovinare la nostra vita.

Allora iniziamo a volare con le nostre ali e, anche se non sappiamo esattamente dove dirigerci, il senso di libertà è così bello e inebriante che ne godiamo semplicemente. In quel momento la vita prende il suo corso e scopriamo la nostra vera forza interiore.

A volte basta solo uno stimolo esterno per incoraggiarci a reagire e permetterci di sviluppare una forza che non sospettavamo neppure di avere. Una persona tossica può essere la spinta di cui abbiamo bisogno per iniziare a volare con le nostre ali e scoprire il nostro potenziale mentre ci allontaniamo da ciò che ci danneggia.

Alcune persone entrano nella nostra vita per insegnarci a non essere come loro


Gli amici egoisti, i partner controllori, l’amore per la vita che ha finito per diventare un incubo, i compagni di lavoro invidiosi o anche la famiglia che ci consuma lentamente... In realtà, chiunque nel nostro ambiente può essere una persona tossica e, sebbene sia vero che l’ideale sarebbe mantenere delle relazioni mature ed equilibrate, questo non è sempre possibile e talvolta cadiamo nella sua rete. Quindi non resta che osservare la situazione dalla prospettiva più positiva possibile.

La persona tossica ci offre anche la possibilità di capire cosa apprezziamo e cosa ci mette a disagio, turba o danneggia. Senza volerlo, diventa una sorta di maestro di vita che ci spinge a riflettere sui nostri principi e valori, riaffermando così la nostra identità.

Non v'è dubbio che il tradimento, la freddezza emotiva, l'arroganza e l'umiliazione, fanno molto male, ma sono esperienze di vita dalle quali possiamo uscire rafforzati. Alla luce di queste esperienze, abbiamo bisogno di ripensare le nostre priorità e le nostre azioni verso gli altri.

A volte, attraversare un brutto momento ci rende persone migliori, ci trasforma in persone più sensibili con gli altri e capaci di apprezzare meglio l'aiuto che ci viene offerto. A volte, affrontare gli atteggiamenti negativi degli altri è come mettersi davanti a uno specchio, che ci permette di vedere cose che possiamo migliorare e capire in che modo contribuiamo a questa situazione.

Non fare l'errore di restare paralizzato


Non c'è dubbio che relazionarsi con una persona tossica può essere un'esperienza difficile, ma come in tutte le esperienze negative, possiamo imparare la lezione e crescere o, al contrario, rimanere paralizzati nel rancore, nel dolore e nel senso di colpa.

Ovviamente, tutti noi vogliamo mantenere relazioni mature ed equilibrate, ma quando cadiamo in una relazione tossica possiamo sfruttarla a nostro favore e utilizzarla per liberarci dalle nostre insicurezze. La decisione è sempre nelle nostre mani. Ricorda che a volte un piccolo cambiamento di prospettiva è sufficiente per cambiare tutto.
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