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19 febbraio 2018

Se vuoi credere in te stesso hai bisogno di fallire



Durante gli ultimi decenni l'idea del "successo" ci ha ossessionato, diventando uno dei segni più caratteristici della narrativa sociale dominante. Tutti, come figli perfetti di questa società, perseguiamo l'obiettivo di "riuscire nella vita". Il problema è che questo successo viene presentato con delle coordinate molto limitate, che puntano all'accumulo di ricchezza, potere e/o influenza.

Ovviamente, in questo contesto il "fallimento" è ampiamente odiato, è qualcosa che dobbiamo evitare a tutti i costi perché significa che non rientriamo negli standard sociali, che non siamo abbastanza intelligenti o capaci per raggiungere l'obiettivo che tutti si propongono. Ecco perché, quando falliamo, cerchiamo di nasconderlo, neghiamo i fatti o fingiamo che non sia accaduto nulla. L'ossessione per il successo e il terrore del fallimento ci rendono insicuri e vulnerabili.

L'esperimento che ha mostrato il danno causato dall'esaltazione del "successo"


Alla fine degli anni '90, due psicologi della Columbia University hanno condotto un esperimento che ha portato alla luce il danno causato dalla pressione per avere successo. I ricercatori hanno chiesto a un gruppo di bambini di completare una serie di esercizi per valutare la loro intelligenza. Ma diedero loro dei feedback falsi che non avevano nulla a che fare con le loro prestazioni effettive.

Ad alcuni venne detto che avevano fatto bene, altri vennero elogiati come "piccoli geni" e al resto non venne semplicemente detto nulla.

In seguito, gli psicologi spiegarono ai bambini che potevano scegliere tra dei compiti molto facili, che avrebbero probabilmente risolto bene ma dai quali avrebbero imparato poco, o compiti più difficili nei quali potevano commettere errori ma imparare anche delle cose nuove.

Il 65% dei bambini che erano stati elogiati ed etichettati come "geni" optarono per il compito facile mentre negli altri gruppi la percentuale diminuì di quasi la metà.

Quei bambini avevano solo tra i 10 ed i 12 anni, il che significa che a quell'età abbiamo già introiettato i concetti di successo e fallimento, in modo tale che iniziano a influenzare le nostre decisioni, limitando le nostre possibilità di apprendimento e crescita.

In effetti, uno dei problemi principali di temere il fallimento è che limita il successo. Quanto più siamo ossessionati dal successo, tanto più temiamo il fallimento, il che ci farà prendere decisioni più caute che in molti casi possono portarci lontano dal nostro obiettivo. È un serpente che si morde la coda.

Non sai quanto sei forte fino a quando essere forte è l'unica possibilità che ti resta


La resilienza è una capacità che cresce nelle avversità. Coloro che hanno superato una malattia grave, ad esempio, riconoscono spesso che l'esperienza li ha rafforzati, consentendo loro di scoprire una forza interiore che non sospettavano di avere.

Quando le avversità bussano alla nostra porta, ci costringono ad attivare le nostre risorse psicologiche, rivelando così delle potenzialità che non sospettavamo di avere. Quando finalmente usciremo da questa situazione qualcosa sarà cambiato dentro di noi: sapremo di essere in grado di affrontare le difficoltà ei fallimenti senza crollare.

Così, quando ci troviamo di nuovo nei guai, possiamo contare sulla nostra capacità per andare avanti. Possiamo fidarci pienamente di noi stessi perché sappiamo esattamente fino a che punto possiamo arrivare e cosa possiamo sopportare.

Il cantante e compositore Neil Young parlò dell'idea del fallimento come catalizzatore della fiducia personale allo Slamdance Film Festival del 2012 quando gli chiesero quale fosse la strada per il successo:

"L'altra cosa che dovete essere disposti a fare è essere in grado di abbracciare, accettare e accogliere nella vostra vita, a braccia aperte e con una visione molto ampia, il fallimento. Assicuratevi di dare sempre il “benvenuto” al fallimento. Dite sempre: “fallimento, felice di averti accanto, vieni pure”. Perché in questo modo non avrete nessuna paura. E se non avete paura, credete in voi stessi e vi ascoltate, siete i numeri uno. Tutto il resto è dietro di voi. È la vostra vita, il vostro film. Fanculo tutto il resto."

I fallimenti a cui Young fa riferimento sono quelli relativi alle nostre esperienze di vita, quei fallimenti che contengono un insegnamento, sia in merito a noi stessi che alle nostre circostanze, sono fallimenti che ci trasformano perché ci permettono di intravedere una forza interiore che non conoscevamo.

Fallire ci consente di capire che è possibile ricominciare e andare avanti. Ci rende più forti e ci da potere, permettendoci di sapere chi siamo veramente, di cosa siamo capaci e dove possiamo arrivare nella vita.



Fonti:
Mueller, C. M. & Dweck, C. S. (1998) Praise for intelligence can undermine children's motivation and performance. Journal of Personality and Social Psychology; 75(1): 33-52.
Dweck, C. S. (1999) Caution - Praise can be dangerous. American Educator; 23: 4–9.
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16 febbraio 2018

Un racconto zen dedicato a chi critica



Bankei Yōtaku fu uno dei grandi maestri Zen giapponesi, visse per anni come eremita e quando finalmente raggiunse l'illuminazione, rifiutò una posizione onorevole all'interno del monastero e preferì continuare ad aiutare in cucina. Tuttavia, la fama della sua saggezza era così grande che gli studenti venivano da tutto il Giappone per ascoltarlo.

Si dice che, durante una di quelle settimane di meditazione, uno dei discepoli fu sorpreso a rubare. Il giovane fu denunciato a Bankei perché lo espellesse. Ma Bankei ignorò il caso.

Alcuni giorni dopo, sorpresero di nuovo il discepolo commettendo un atto simile ma, ancora una volta, Bankei ignorò la questione. Questa situazione fece arrabbiare gli altri discepoli, che scrissero una petizione chiedendo che il ladro lasciasse il monastero perché non lo consideravano degno di stare lì. Se il maestro Zen non l'avesse fatto, sarebbero stati loro a lasciare il monastero.

Quando Bankei lesse la petizione, radunò tutti i suoi discepoli e si diresse a loro:

- Siete persone sagge - disse loro. - Conoscete la differenza tra giusto e sbagliato. Potete andare in un altro monastero per continuare il vostro apprendistato, se lo desiderate. Ma questo povero giovane non sa nemmeno come distinguere il bene dal male. Chi glielo insegnerà se non lo faccio io? Lo terrò vicino a me finché non impara.

Un fiume di lacrime inondò la faccia del discepolo che aveva rubato. In quel preciso istante, tutto il desiderio di rubare era sparito.

Tutti possono criticare, pochi possono perdonare ed essere compassionevoli


A volte una semplice storia può insegnarci molto più di un libro di filosofia. L'enorme potere delle storie è dovuto al fatto che superano le barriere della razionalità, arrivando a toccare le fibre emozionali, che sono quelle che generano la conoscenza più profonda.

Infatti, nel Buddhismo si afferma che tutto ciò che vale la pena d’imparare non può essere insegnato. Significa che le lezioni più importanti, quelle che ci cambiano e trasformano il nostro modo di vedere il mondo, provengono dall'interno.

Bankei ci offre una grande lezione attraverso questa semplice storia e ci ricorda qualcosa che gran parte della nostra società sembra aver dimenticato: criticare dice di più di chi critica, piuttosto che di chi viene criticato. Se vogliamo essere ricordati e costruire davvero un mondo migliore, dovremmo praticare molto di più il perdono e la compassione.

Bankei ci invita a riflettere sulla facilità con cui possiamo voltare le spalle alle persone che sbagliano, a coloro che non condividono i nostri punti di vista o si comportano in modo contrario ai nostri valori. Invece di costruire un ponte, preferiamo etichettarle come "persone tossiche" e fuggire.

A livello sociale, talvolta si verificano degli autentici linciaggi mediatici, che rafforzano l'idea che sia giusto criticare, anche se non conosciamo la persona, le sue motivazioni e non abbiamo nemmeno la certezza che abbia agito in modo sbagliato. Lo facciamo perché ci conforta credere che esistano il bene e il male assoluti, questa idea ci trasmette una sensazione illusoria di ordine e sicurezza.

Quando giudichiamo l'altro pretendiamo metterci al di sopra di lui, assicurandoci di essere i "migliori" perché non agiremmo mai nello stesso modo. Quindi neghiamo la dualità che esiste dentro di noi e, in un certo modo, la proiettiamo sull'altro. Neghiamo i valori e gli atteggiamenti negativi che ci spaventano e crediamo di vedere nell'altro.

Certo, non si tratta di premiare un cattivo comportamento, non c'è dubbio che la società deve mantenere un certo ordine, e quindi ci sono regole e punizioni per coloro che non le rispettano. Né si tratta di prendere una posizione masochistica porgendo l'altra guancia; in certi casi, allontanarsi da alcune persone è l'unica cosa che possiamo fare per preservare il nostro equilibrio emotivo. Ma prima di criticare gli altri ed escluderli dalle nostre vite, sarebbe opportuno prendersi il tempo per cercare di aiutarli.

Provare compassione per una persona vulnerabile o sofferente è una risposta naturale, il nostro cervello è "programmato" per questo. Perdonare chi ha commesso degli errori, e cercare di aiutarlo a cambiare, è molto più complicato perché richiede un atto consapevole nel quale dobbiamo essere in grado di metterci nei panni dell'altra persona. Questo richiede non solo un grande sforzo ma anche una enorme fiducia in se stessi.

Tuttavia, se ci fermassimo per un momento a guardare più in profondità, oltre il comportamento, potremmo vedere la persona. Uno studio condotto presso l'Università della California ha rivelato che le persone più critiche e feroci sono anche le più vulnerabili dal punto di vista emotivo, perché usano le critiche come strategia difensiva per nascondere la loro fragilità.

Questa bellissima storia zen ci incoraggia a non affrettarci a giudicare le persone e imparare a perdonare, per aiutare compassionevolmente coloro che non hanno gli stessi strumenti che abbiamo noi. A volte, per aiutare, è sufficiente dare l'esempio e dimostrare che siamo capaci di perdonare, provare compassione ed essere tolleranti.


Fonte:
Schriber, R. A. et. Al. (2017) Dispositional contempt: A first look at the contemptuous person. Journal of Personality and Social Psychology; 113(2): 280-309.
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14 febbraio 2018

Frasi motivazionali di 20 donne straordinarie che fecero la storia



La maggior parte delle liste di frasi motivazionali sono dominate da parole di uomini, il risultato di secoli di condizionamento in una società patriarcale. Tuttavia, nel corso della storia ci sono state anche molte donne straordinarie il cui pensiero o azioni hanno contribuito a cambiare il mondo.

Alcune di loro ci hanno ispirato con le loro vite, le scoperte scientifiche, la tenacia nel seguire una passione in un campo che era considerato patrimonio esclusivo degli uomini, la loro lotta per i diritti umani e il loro compromesso.

Grandi donne che ci ispirano con la loro vita o il loro lavoro


1. "Quando una porta della felicità si chiude, un'altra si apre, ma molte volte guardiamo la porta chiusa così a lungo che non vediamo quella che è stata aperta per noi" - Helen Keller
A 19 mesi perse la vista e l'udito in un momento in cui questo rappresentava una condanna. Ad ogni modo, riuscì a superare se stessa diventando un instancabile attivista che combatteva per i diritti delle persone con disabilità.

2. "Riservati il diritto di pensare, anche se hai torto è meglio che non pensare affatto" - Ipazia di Alessandria

Fu la prima donna matematica di cui si ha conoscenza, ma si avventurò anche nel campo dell'astronomia. Migliorò il disegno degli astrolabi primitivi per determinare le posizioni delle stelle e inventò l'idrometro, motivo per cui è considerata un pioniere della tecnologia. Il suo rifiuto di piegarsi al cristianesimo e negare le sue idee la condannò ad una morte atroce.

3. "La cosa più difficile è prendere la decisione di agire, il resto è semplice tenacia" - Amelia Earhart

Fu pioniera dell'aviazione e la prima donna ad attraversare da sola l'Atlantico in volo. Scrisse diversi libri sulle sue esperienze, lottò per i diritti di genere e ispirò altre donne a sviluppare la fiducia in se stesse.

4. "Nessuno può farci sentire inferiori senza il nostro consenso" - Eleanor Roosevelt

La First Lady degli Stati Uniti dal 1933 al 1945, era anche un difensore dei diritti umani e civili. Venne nominata delegata dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite e svolse un ruolo chiave nella stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

5. "Non possiamo sempre fare grandi cose, ma possiamo fare piccole cose con un grande amore" - Madre Teresa di Calcutta

Madre Teresa di Calcutta dedicò la sua vita al servizio dei poveri e dei diseredati, trasformandosi in un'icona globale del servizio disinteressato, fu insignita del Premio Nobel per la Pace nel 1979.

6. "Molti ricevono consigli, ma solo gli intelligenti ne approfittano" - Harper Lee

Questa scrittrice americana scrisse il famoso romanzo "Kill a Mockingbird", che tratta della sgregazione razziale nel sud degli Stati Uniti negli anni '30. Nonostante il libro divenne un best-seller negli Stati Uniti e gli portò il premio Pulitzer, la scrittrice preferì sempre l'anonimato e la solitudine, resistendo all'assalto della fama.

7. "Nulla nella vita deve essere temuto, solo compreso. Ora è il momento di capire di più, per avere meno pura"- Marie Curie

Fu la prima donna a ricevere il premio Nobel e la prima persona a vincere il premio Nobel in due diverse categorie. Il primo premio lo ricevette per la ricerca sulla radioattività e il secondo per il suo lavoro in chimica. Contribuì anche a sviluppare le prime macchine a raggi X.

8. "Costruire un muro intorno alla tua stessa sofferenza significa rischiare che ti divori dall'interno" - Frida Kahlo

La pittrice messicana non solo è uno dei grandi esponenti dell'arte del suo paese, ma la sua vita serve anche da ispirazione nei momenti più difficili. Infatti, Frida fu costretta a sottoporsi ad oltre 32 operazioni chirurgiche e, anche così, conservò la forza per andare avanti e continuare a dipingere anche se torturata dal dolore.

9. "Se vuoi essere insostituibile, devi essere diverso" - Coco Chanel

Chanel non è stata solo una delle disegnatrici di moda più innovative, ma ebbe anche un ruolo decisivo nella definizione dello stile femminile nel 20° secolo, aiutando le donne a liberarsi della camicia di forza del tempo.

10. "Ci sono due tipi di persone: quelle che lavorano e quelle che cercano il merito. Cerca di essere nel primo gruppo: c'è meno competizione"- Indira Gandhi

Sebbene il suo ruolo storico non sia privo di controversie, Indira Gandhi fu la prima donna a ricoprire la carica di primo ministro dell'India. Era una grande stratega e pensatrice politica, vedendosi nella necessità di consolidare la sua autorità in una società estremamente patriarcale, diventò una delle donne più potenti del mondo.

11. "L'importante non è quello che ci fa il destino, ma ciò che noi facciamo di lui" - Florence Nightingale

Questa infermiera britannica prestò servizio durante la guerra di Crimea, svolgendo un ruolo fondamentale nel cambiare la percezione della professione infermieristica. La sua dedizione non solo le valse l'ammirazione di coloro che la conoscevano, ma portò anche ad un significativo miglioramento nel trattamento dei soldati feriti.

12. "L'intelletto cerca, ma chi trova è il cuore" - George Sand

Questa scrittrice francese osò fare molte delle cose proibite alle donne del diciannovesimo secolo. Abbandonò il marito e indossò abiti maschili per avere accesso a luoghi che erano proibiti alle donne, in particolare per la sua posizione sociale, dato che era una baronessa.

13. "Ignoriamo la nostra vera altezza finché non ci alziamo" - Emily Dickinson
Una delle poetesse più importanti degli Stati Uniti, trascorse la maggior parte della sua vita in isolamento, ma i suoi poemi audaci e anticonvenzionali segnarono un prima e un dopo nella poesia del XX secolo.

14. "La vera generosità consiste nel donarsi completamente e, anche così, sentire che non ti è costato nulla" - Simone de Beauvoir

Questa filosofa francese nota per la sua relazione con Jean Paul Sartre, ebbe anche un ruolo chiave nel movimento femminista, soprattutto grazie al suo straordinario libro "Il secondo sesso", in cui riflette su ciò che significa per lei essere donna e denuncia le tradizioni sessiste del tempo.

15. "Quelli che non si muovono non sentono le loro catene" - Rosa Luxemburg
Questa rivoluzionaria marxista cercò di portare la riforma sociale in Germania. I suoi scritti sono una feroce critica dell'imperialismo. Il suo ruolo e la sua influenza furono tali che fu assassinata, dopo un tentativo fallito di provocare una rivoluzione comunista in Germania.

16. "La triste verità è che il male è fatto, il più delle volte, da coloro che non hanno deciso, o non hanno deciso di agire, né per il male né per il bene" - Hanna Arendt

Questa libera pensatrice ebrea-tedesca che dovette fuggire dalla persecuzione nazista rifugiandosi negli Stati Uniti, diventò la maggior studiosa del totalitarismo e le sue idee la trasformarono in uno dei filosofi più influenti del ventesimo secolo, anche se lei cercava sempre di sfuggire a quell'etichetta.

17. "Non permettere mai che l'immaginazione limitata degli altri ti limiti" - Mae Jemison

Questa americana fu la prima donna afro-americana a viaggiare nello spazio. Laureata in medicina, prestò servizio anche in Africa occidentale, in particolare in Sierra Leone e in Liberia. Dopo aver lasciato la NASA, fondò la società che sviluppò i sistemi di telecomunicazione via satellite, originariamente destinati a migliorare le cure mediche nei paesi in via di sviluppo.

18. "Non c'è nessuna barriera, lucchetto o catenaccio che tu possa imporre alla libertà della mia mente" - Virginia Wolf

Questa scrittrice britannica è una delle figure più importanti del modernismo letterario del XX secolo. Scrisse anche saggi che divennero veri e propri stendardi del movimento femminista, in cui fece riferimento alle difficoltà per una donna di dedicarsi alla scrittura in un mondo dominato dagli uomini.

19. "Per vincere una battaglia è possibile che dobbiamo combatterla più di una volta" - Margaret Thatcher


Fu la prima donna a ricoprire la carica di Primo Ministro in Gran Bretagna, dove governò per oltre 10 anni. Le sue decisioni possono essere controverse, ma la verità è che cercò sempre di enfatizzare la responsabilità individuale.

20. "Aiutando gli altri, impari come aiutare te stesso" - Aung San Suu Kyi

Questa politica birmana ha passato anni a combattere per la democratizzazione del suo paese, e ciò gli è valso il Nobel per la pace. La sua lotta è un esempio di tenacia per una causa.
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12 febbraio 2018

Ikigai: La filosofia di vita degli ultracentenari



Era l'autunno del 1942 quando Viktor Frankl, neurologo e psichiatra viennese, fu deportato nel campo di concentramento di Theresienstadt. Più tardi, nel 1944, fu trasferito ad Auschwitz. Durante i tre anni trascorsi in quegli inferni si dedicò a confortare i prigionieri per prevenire i suicidi. Così si rese conto che le persone che erano più propense a sopravvivere in quelle condizioni di estrema sofferenza, erano quelle che avevano una ragione per vivere.

Nel 2008, i ricercatori della Scuola di Medicina dell'Università di Tohoku hanno osservato un fenomeno simile in un contesto completamente diverso. Hanno pubblicato quello che è noto come lo "studio Ohsaki", nel quale hanno analizzato 43.391 persone per sette anni, durante i quali sono avvenuti 3.048 decessi.

Scoprirono così che gli uomini e le donne con un “Ikigai” vivevano più a lungo, e non solo avevano un minor rischio di morire per problemi cardiovascolari ma anche per cause esterne. Un successivo studio condotto presso l'Università Medica di Iwate, nel quale furono seguite più di 73.000 persone per cinque anni, arrivò alle stesse conclusioni.

Cos'è l'Ikigai?


Tutto sembra indicare che, oltre alla dieta, un altro dei segreti della longevità giapponese, in particolare dei centenari che vivono ad Okinawa, sta proprio nell’Ikigai, una motivazione vitale, qualcosa che dà loro la forza di alzarsi tutte le mattine e continuare a vivere.

La parola Ikigai deriva dall’unione delle parole Ikiru e Kai. Ikiru significa vivere e Kai si riferisce alla materializzazione di ciò che ci si desidera. Pertanto, questo concetto può essere tradotto come "ragion d’essere". Secondo questa filosofia, tutti noi abbiamo un Ikigai, ma non tutti lo scopriamo perché è necessaria una ricerca profonda che implica un viaggio introspettivo alla scoperta di sé.

Abraham Maslow si riferì a questa ragion d’essere quando scrisse: "Un musicista deve comporre canzoni, un artista deve dipingere e un poeta deve scrivere, se vuole vivere in pace con se stesso. Ciò che un uomo può essere, lo deve essere".

Non si tratta di cercare la felicità, ma di trovare ciò che facciamo bene e ci appassiona


L'obiettivo finale dell’Ikigai non è la felicità. Infatti, il Giappone è al trentunesimo posto nei paesi più felici del mondo. È un dettaglio interessante, perché si è visto che coloro che cercano la felicità hanno un rischio maggiore di ossessionarsi con essa ed essere infelici. La pressione per essere felici e l’analisi costante delle nostre reazioni emotive generano di solito l'effetto opposto e ci fanno sentire più insoddisfatti e infelici.

L'obiettivo dell'ikigai è scoprire ciò in cui siamo veramente bravi, che ci dà piacere quando lo realizziamo e può apportare qualcosa al mondo. Quando troviamo il nostro posto nel mondo e ci sentiamo soddisfatti, la felicità viene da sola. Infatti, una persona può sentire l'ikigai anche nei giorni più bui perché le avversità non gli tolgono la profonda convinzione o la sua passione.

Quando troviamo il proposito, tutto diventa più facile e piacevole, ci divertiamo a fare il nostro lavoro e ci sentiamo utili perché apportiamo qualcosa al mondo. Questo genera una piacevole sensazione di potere, oltre ad eliminare gran parte dello stress.

In effetti, diversi studi hanno dimostrato che le persone che riferiscono di aver trovato una ragione di vita hanno una maggiore capacità di integrare le esperienze di vita stressanti sperimentando meno conflitti e incertezze. Questa capacità si esprime in una diminuzione dell'ansia, nonché in una minore attivazione del sistema nervoso simpatico durante gli eventi avversi.

Per trovare il nostro Ikigai è anche importante che sentiamo di apportare qualcosa di prezioso a coloro che ci circondano, perché altrimenti potrebbe prendere il sopravvento la frustrazione. Il nostro contributo potrebbe andare da un aiuto diretto a risolvere un problema specifico alla trasmissione della conoscenza, dare gioia o pace in mezzo al caos.

Come trovare il tuo Ikigai?


Nella vita di tutti i giorni non è sempre facile trovare momenti d’introspezione. A volte le abitudini, gli impegni sociali e le pressioni ci portano su di un cammino che non è il più appropriato per noi. Se accade questo, non è strano che ci sentiamo depressi, soffriamo di attacchi di panico o proviamo profonda frustrazione o insoddisfazione per la vita.

Infatti, coloro che per molti anni hanno fatto un lavoro che non amano o si sottomettono a impegni sociali che non li soddisfano, di solito pensano di non avere un ikigai, di non possedere abilità o obiettivi speciali da soddisfare nella vita. Questo perché si sono allontanati troppo dalle loro abilità innate e hanno perso la connessione con il sesto senso per la felicità.

Ma non è mai troppo tardi per cercare il nostro posto nel mondo. Ci sono alcuni momenti chiave nella vita che rendono più facile intraprendere questo percorso di ricerca, uno di loro è l'adolescenza, quando stiamo cercando di trovare il nostro posto nel mondo e una ragione per cui valga la pena vivere. Tuttavia, in questo momento non tutti riescono a trovare il loro Ikigai perché è molto facile essere influenzati dal discorso normativo del successo.

Un altro momento importante è quando stiamo attraversando una crisi. Ad esempio, se abbiamo perso il lavoro o intendiamo cambiare città o paese, è il momento ideale per chiederci cosa vogliamo veramente fare. Nelle peggiori crisi, quando tutto sembra nero, potrebbe essere più facile trovare l'Ikigai dato che abbiamo meno da perdere e i legami sociali si sono indeboliti. Possiamo approfittare di queste situazioni apparentemente negative per trasformare le nostre vite in positivo.

Queste domande possono aiutarci a trovare la nostra ragion d’essere:


- Con cosa ti senti veramente a tuo agio? Ci sono persone che si sentono a proprio agio interagendo con gli altri, altri preferiscono attività più solitarie. Ci sono quelli che amano il rischio, altri lo temono. L'idea è che trovi ciò con cui ti senti a tuo agio, così comodo che ti fa sentire che "sei nato per questo".

- Con quali attività il tempo vola? Rispondere a questa domanda ti permetterà di entrare nello "stato di flusso" a cui fa riferimento Mihaly Csikszentmihalyi. Si tratta di cercare quell'attività in cui ti immergi completamente, in cui perdi la nozione del tempo perché tutta la tua concentrazione è su ciò che stai facendo. E provi piacere a farlo.

- Cosa trovi facile da fare? Abbiamo tutti diverse abilità, cose che facciamo meglio. Si tratta di trovare cosa ci riusulta facile da fare, indipendentemente da quanto possa sembrare insignificante all'inizio. Tutte le abilità possono essere canalizzate in attività utili che portano soddisfazione.

- Cosa ti piaceva quando eri un bambino? Crescendo, ci distanziamo dalle cose che ci piacevano di più e ci davano vera soddisfazione per piegarci al dovere e alle responsabilità. Tuttavia, noi tutti da bambini avevamo dei "doni naturali", cose in cui eravamo bravi e ci davano un'enorme felicità. Purtroppo succede che molti di questi talenti sono stati silenziati nell'età adulta. Per trovare l'Ikigai a volte basta solo guardare indietro.

Dalla "rivelazione trascendentale" alla pratica mondana


In questa ricerca dobbiamo essere consapevoli che l'Ikigai non è sempre una "grande rivelazione interiore" che ci motiva a cambiare radicalmente la nostra vita, può anche consistere semplicemente nel guardare con occhi diversi alla nostra realtà, trovando in essa le ragioni per sentirsi pieni. Infatti, per i giapponesi le piccole gioie quotidiane sono quelle che ci conducono al nostro obiettivo finale nella vita.

Uno studio condotto presso l'Università della California conferma questa idea. Questi psicologi hanno scoperto che le persone con un Ikigai sanno adattarsi alle circostanze, trovando in ogni situazione un modo per mostrare le loro migliori capacità per aiutare gli altri. In effetti, a volte la cosa più difficile non è trovare l'Ikigai ma mantenerlo durante le vicissitudini della vita.

Il segreto sta nel connetterti con te stesso, trovare ciò che ti appassiona e scoprire come metterlo in pratica nel tuo ambiente, apportando valore agli altri. Quando ci riesci, il resto delle cose che desideri verrà da solo.



Fonti:
Ishida, R. (2011) Enormous Earthquake in Japan: Coping with Stress Using Purpose-in-Life/Ikigai. Psychology Scientific Research; 2(8): 773-776.
Tanno, K. et. Al. (2009) Associations of ikigai as a positive psychological factor with all-cause mortality and cause-specific mortality among middle-aged and elderly Japanese people: Findings from the Japan Collaborative Cohort Study. Journal of Psychosomatic Research; 67(1): 67-75.
Sone, T. et. Al. (2008) Sense of life worth living (ikigai) and mortality in Japan: Ohsaki Study. Psychosom Med; 70(6):709-715.
Ishida, R. (2006) Effects of a firm purpose in life on anxiety and sympathetic nervous activity caused by emotional stress: assessment by psycho-physiological method. Stress & Health; 22(4): 275–281.
Yamamoto-Mitani, N. & Wallhagen, M. I. (2002) Pursuit of psychological well-being (ikigai) and the evolution of self-understanding in the context of caregiving in Japan. Cult Med Psychiatry; 26(4): 399-417.
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9 febbraio 2018

“Prima di domani” un film che tutti dovrebbero vedere



"Forse puoi permetterti di aspettare. Forse per te c'è un domani. Forse ci sono mille mattine, tremila o diecimila. Forse hai così tanto tempo da poterlo sprecare. Ma per alcuni di noi c'è solo oggi. La verità è che non puoi mai essere completamente sicuro".

Inizia così il film "Prima di domani" (Before I Fall), un adattamento del romanzo di Lauren Oliver “E finalmente ti dirò addio”. Il film è rivolto al pubblico adolescente; infatti, ha vinto i FOX Teen Choice Awards, ma la verità è che molte delle questioni che affronta possono riguardare tutti.

Un film che promuove la riflessione, se sai come allontanarti dai cliché


Non possiamo considerare "Prima di domani" un film eccellente. Non è certamente un film cult come per esempio "Ricomincio da capo", uno dei migliori film fantasy ai quali si ispira. Non cerca di trasformare i suoi personaggi in eroi e cattivi, affrontando questioni complesse come il bullismo, il suicidio degli adolescenti e i cambiamenti nell’immagine di sé. Eppure, è vero che non riesce neppure a sfuggire a certi cliché e a volte ricorre alla lacrima facile.

La storia parla di Sam e delle sue tre migliori amiche, il classico gruppo di ragazze famose del liceo. Durante i primi 15 minuti il ​​quartetto genera un forte rifiuto, ma se superi questo momento il film da una svolta inaspettata. Nella notte della "Festa di Cupido", le ragazze sono vittime di un incidente stradale e alla protagonista accade qualcosa di strano: è costretta a ripetere lo stesso giorno più e più volte. Da quel momento inizia un viaggio interiore molto interessante, che non è sempre pienamente espresso nel film, ma può essere intuito.

In effetti, l’aspetto più trascendentale del film è che lascia molto spazio alla riflessione. Anche se non approfondisce tutti i livelli psicologici, ci lascia intravedere paure, insicurezze e pensieri per i quali possiamo provare empatia, a prescindere dalla nostra età. Si apprezza anche un percorso emozionale molto interessante nella protagonista nel quale siamo passati tutti quando perdiamo qualcosa e non lo vogliamo accettare, per lo shock e la negazione fino all’ira, la rabbia con il mondo e, infine, l'accettazione.

Frasi che contengono grandi insegnamenti per la vita


1. "Molte cose diventano belle quando le guardi veramente".

Spesso corriamo troppo veloci nella vita, immersi nei nostri pensieri senza renderci conto della bellezza che ci circonda, non solo la bellezza fisica, ma la bellezza dei piccoli gesti di coloro che ci amano, che spesso passano inosservati o non riconosciuti come meriterebbero.

2. "È molto facile sbagliarsi completamente rispetto alle persone: vedere una piccola parte di loro e confonderla con il tutto, vedere la causa e pensare che sia l'effetto, o viceversa".


Ogni giorno ci lasciamo trasportare dalle prime impressioni, applichiamo stereotipi e traiamo conclusioni affrettate. A volte sarebbe solo necessario prendersi il tempo utile per conoscere quelle persone che critichiamo così rapidamente.

3. "Se attraversi una linea e non succede nulla, la linea perde significato (...) Poi si traccia una linea sempre più lontano, e la si attraversa. Ecco come le persone finiscono per camminare sul bordo del precipizio (...) È molto facile perdersi".

La protagonista si riferisce a vivere in uno stato d’inerzia, in cui smettiamo di vedere i segnali d’allarme, perché questi perdono significato per noi. Senza dubbio, è uno dei meccanismi alla base della dipendenza, ma possiamo esserne vittime tutti in diverse sfere della vita.

4. "Come è possibile cambiare così tanto, senza essere in grado di cambiare assolutamente nulla?"

Quando cominciamo un processo di crescita personale ci accorgiamo spesso che possiamo cambiare molto, che tutto è cambiato per noi, ma sorprendentemente, il mondo rimane lo stesso.

5. "Mi sento come se ci fosse un “io” reale e un riflesso di me, e non ho modo di dire chi sia chi".

Nell'adolescenza, i conflitti d’identità sono comuni. Ad un certo punto ce ne dimentichiamo. Ma se riflettiamo dal punto di vista sociale potremmo chiederci se quelle maschere che abbiamo iniziato a usare nell’adolescenza si sono appropriate di noi, al punto che è difficile stabilire dove inizia l’io autentico e dove finisce l’io sociale.

6. "È incredibile quanto sia facile cambiare le cose, come è facile iniziare sulla stessa strada che percorri tutti i giorni e finire in un posto nuovo. Basta un passo falso, una pausa, una deviazione...".

Ogni decisione, per quanto piccola, ci conduce su un percorso piuttosto che su un altro, è uno degli insegnamenti fondamentali della filosofia buddista. Ciò significa che in molte occasioni, per migliorare le cose, basterebbero delle piccole decisioni quotidiane, molte delle quali non vengono prese perché siamo legati alle nostre abitudini e abbiamo paura di lasciare la zona di comfort.

7. "La speranza ti tiene in vita".

Viktor Frankl disse che ciò che teneva in vita i prigionieri nei campi di concentramento nazisti era il significato della vita, la speranza che ci sarebbe stata vita oltre quell'inferno, una ragione a cui afferrarsi per sopportare tutto.
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7 febbraio 2018

Questo è l’esercizio psicologico più importante e benefico che puoi fare



"Più profondo e viscerale della sessualità, più recondito del desiderio di potere sociale e più profondo anche del desiderio di accumulare beni, è il desiderio diffuso e universale di sapere che stiamo andando nella direzione giusta e che ci guidano", disse lo psicologo William Sheldon all'inizio del 20° secolo.

Indubbiamente, la necessità di essere accettati dagli altri è molto forte, al punto che molte persone arrivano quasi a cancellare la propria identità per sottomettersi alle tradizioni, alle credenze e alle opinioni degli altri. Tuttavia, senza raggiungere questi estremi, tutti sacrifichiamo una parte importante di noi stessi per adattarci alla società. A volte quel "sacrificio" è troppo grande e causa una profonda insoddisfazione e infelicità.

Il problema è che non siamo sempre in grado di individuare quali credenze detengono il nostro futuro. Pertanto, uno degli esercizi psicologici più importanti e benefici che possiamo fare è scoprire quali sono questi condizionamenti sociali e come liberarcene per condurre la vita che desideriamo realmente.

L'inoculazione di modi di pensare socialmente accettati


Appena nati, siamo costretti a imparare a navigare e ad orientarci in un mare di simboli che definiscono la realtà. Le figure autoritarie hanno il compito di guidarci in questo vasto universo di informazioni. In questo modo, è probabile che i nostri genitori ci abbiano trasmesso tradizioni sorpassate, la chiesa ci ha instillato ideologie dogmatiche e la scuola ci ha insegnato a memorizzare e ripetere le informazioni invece di metterle in discussione.

I pensieri che sono generati attraverso queste esperienze, che in Psicologia sono chiamate "condizionamenti sociali", finiscono per determinare il nostro modo di vedere la realtà e il modo in cui reagiamo ad essa. Infatti, in molti casi il processo di "maturazione" e "sviluppo" non è altro che passare dalla espressione infantile autentica a ripetere frasi e modi di pensare trasmessi dalle figure autoritarie con cui ci relazioniamo.

Quando ripetiamo questi cliché, stiamo ricorrendo a generalizzazioni, il che significa che ci astraiamo dalla nostra unicità. In altre parole, ci nascondiamo dietro un'entità che chiamiamo "loro". Assumendo come nostre le tradizioni, punti di vista, credenze e obiettivi degli altri, ci allontaniamo dalla nostra essenza. Il problema è che possiamo finire perseguendo sogni che non sono nostri e vivere una vita che non è quella che desideriamo. Pertanto, non è strano che l’insoddisfazione e l’infelicità diventino le costanti della nostra quotidianità.

Subcezione: Sentire che c'è qualcosa di sbagliato, senza sapere esattamente cosa sia


Ordan Peterson, uno psicologo e professore dell'Università di Toronto, propone un esercizio basato nella "subcezione", termine coniato dallo psicologo Carl Rogers per spiegare i meccanismi inconsci che attiviamo davanti ad una minaccia "subcedita". In altre parole, si riferisce ad una discriminazione senza che esista una rappresentazione cosciente. È una sensazione di ansia diffusa, la sensazione che qualcosa non va senza sapere esattamente di cosa si tratta.

La subcezione, secondo Jordan Peterson, è una sorta di sesto senso che ci indica come reagire internamente ed è spesso usata come un meccanismo di difesa che ci porta a mettere in atto strategie a livello inconscio per evitare che uno stimolo inquietante entri nel campo della coscienza.

Ad esempio, una delle strategie più comuni che usiamo è dare la colpa agli altri per il nostro stato emotivo. Così evitiamo di assumere la responsabilità di quei sentimenti che, secondo la società, non dovremmo sperimentare.

In pratica, quando ci esponiamo a una minaccia, rispondiamo inconsciamente e non diciamo ciò che vogliamo veramente esprimere, ma ripetiamo semplicemente ciò che abbiamo sentito prima e che ci hanno trasmesso le figure autoritarie.

In questo modo soffochiamo la nostra unicità, un fenomeno che Nietzsche ha descritto perfettamente quando affermò che "le persone si nascondono dietro le abitudini e le opinioni per paura del loro vicino, che richiede loro conformità". La buona notizia è che possiamo superare questa incongruità e riconnetterci con la nostra essenza.

Un esercizio per smontare le nostre idee e pensieri


Carl Rogers spiega che quando ci allontaniamo da questo atteggiamento difensivo e reagiamo in modo più costruttivo alla sensazione di subcezione, "sviluppiamo un’apertura crescente all'esperienza, senza distorcere il momento per adattarci alla personalità o al concetto di sé, ma consentendo che la personalità e il concetto di sé emanino dall'esperienza".

Per raggiungere questo obiettivo, Jordan Peterson propone un esercizio d’introspezione e decostruzione molto interessante che ci aiuta a evitare che i fantasmi del passato ci ingannino, per evitare di conferire valore a vecchie convinzioni che non hanno voce in capitolo nel nostro presente.

È un esercizio per aprire la mente a ciò che sta accadendo ora, riconnetterci con le sensazioni corporee, assumere la nostra responsabilità per ciò che siamo e crediamo e riuscire ad esprimerci con maggiore libertà nei diversi ruoli sociali.

"Inizia assumendo che la maggior parte delle cose che dici e pensi non siano tue e che non ci credi; sono solo cose che hai raccolto per una ragione o per l'altra.

Immagina i tuoi pensieri come se fossero stati raccontati da qualcuno che hai appena incontrato, per staccarti da loro.

Smettila di ripetere ciecamente le opinioni degli altri.

Nota che questo non sei tu.

Quindi inizia ad ascoltare ciò che dici e, soprattutto, inizia a sentire ciò che dici.

E poi ricorda di seguire questa regola:

Presta attenzione se ciò che dici ti fa sentire più potente o più debole.

Se ti senti più forte, continua a ripeterlo.

E se ti fa sentire più debole e noti, ad esempio, una sensazione di disintegrazione o frammentazione nello stomaco, smetti di ripeterlo.

Ogni volta che senti una sensazione fisica di instabilità, fermati.

Quindi cerca le parole che non sono vere.

Cambia quelle parole in modo tale che quando riformuli i tuoi pensieri, il tuo senso di integrità, forza e autenticità riappaia.

Potrai sentirle a livello corporeo.

Dire qualcosa che non è vero ti lascia una sensazione di debolezza, perché ti dissoci; una parte di te è d'accordo e un'altra no, e questo frammenta la tua psiche.

Ad esempio, dicendo cose in cui non credi per impressionare qualcuno, o perché un certo ordine sociale ti accetti, crei una maschera dietro la quale nascondi ciò che senti veramente.

Devi evitare la menzogna quando rappresenta te stesso, altrimenti potresti finire impantanato in una serie infinita di bugie.

Ma se riesci a usare le parole giuste, puoi sentire come recuperi l'allineamento.

Quando esegui questo esercizio, subordini la tua capacità di parlare alla tua capacità di prestare attenzione.

In realtà, l'attenzione è una funzione cognitiva superiore rispetto all'intelletto, perché lo guida.

Pertanto, presta molta attenzione a ciò che dici.

Cerca di articolare le tue convinzioni il più attentamente possibile.

Quindi, accetta il risultato. Assumi la tua verità.

Per resistere alle devastazioni della vita, dovrai imparare a parlare dal profondo della tua anima.

Non c'è niente di meglio."




Fonte:
Schirp, M. (2017) Jordan Peterson Explains the Most Useful Psychological Exercise Anyone Can Ever Do. In: High Existence.
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5 febbraio 2018

La mancanza di gioco alimenta la depressione infantile



Siamo tutti conformisti, che ci piaccia o no. Fa parte della natura umana. Non potremmo vivere in società se non avessimo un lato conformista. Perché tutto scorra, è necessario un certo grado di conformismo.

La psicologia sociale riconosce due ragioni principali per essere conformisti. Una ha un carattere pragmatico ed è correlata al dominio delle informazioni. Ad esempio, pensiamo che se molte persone attraversano il Ponte A ed evitano il Ponte B, potrebbero sapere qualcosa che non conosciamo.

Per essere sicuri, è meglio che anche noi attraversiamo il Ponte A. In effetti, uno dei grandi vantaggi del vivere in società è che non dobbiamo imparare tutto per tentativi ed errori. Non dobbiamo cercare di attraversare il Ponte B e rischiare di cadere per renderci conto che non avremmo dovuto farlo. Se vediamo che altre persone lo evitano e sopravvivono, noi semplicemente le imitiamo. Questa si conosce come influenza informativa.

L'altro motivo principale del conformismo si basa sulla coesione del gruppo e sul desiderio di essere accettati dagli altri. Che lo vogliamo o no, dipendiamo in larga misura dagli altri. I gruppi sociali non possono funzionare se non c'è un certo grado di coesione tra i membri, il che implica anche un certo grado di conformismo del comportamento e obiettivi comuni.

Il conformismo consente a un gruppo di agire come un'unità coordinata piuttosto che come una somma di persone separate. Ecco perché tendiamo ad assumere le idee, le tradizioni e le abitudini dei gruppi a cui apparteniamo. Ciò promuove l'accettazione e consente al gruppo di funzionare come un'unità.

In questo caso, pensiamo che se attraversiamo tutti il ​​Ponte A, è perché siamo "quelli del Ponte A". E siamo orgogliosi di esserlo! Se qualcuno attraversa il Ponte B, forse lo fa perché non vuole far parte del tuo gruppo, quindi ti sembrerà strano, possibilmente pericoloso, ed è probabile che lo eviterai. Questo tipo di conformismo è chiamato influenza normativa.

Le influenze sociali e il conformismo non sono fenomeni negativi, o almeno non completamente. Ma a volte, la nostra tendenza al conformismo può farci dire o fare cose che non hanno alcun senso, o che possono persino essere dannose. E tutto ciò influisce, che ci piaccia o no, nell'educazione dei nostri figli.

Una norma sociale dolorosa che durò mille anni


Ogni cultura ha le sue norme sociali e le seguiamo fondamentalmente a causa delle conseguenze negative che implica l’essere diversi. In generale, la maggior parte di queste norme è positiva, ma alcune sono dannose o addirittura crudeli, come l'abitudine cinese di fasciare i piedi delle ragazze, tradizione conosciuta anche come "piedi di loto".

Per circa mille anni, a partire dal X secolo, alle ragazze cinesi venivano fasciati i piedi. Normalmente la pratica iniziava tra i 4 ei 6 anni, i piedi delle ragazze erano fasciati con bende sempre più strette. Il processo prevedeva la rottura deliberata delle ossa delle dita dei piedi e dell'arco, per piegare le dita verso il basso, in modo tale che i piedi fossero molto più piccoli e conformi agli standard di bellezza dell’epoca.

Oltre ad essere un processo estremamente doloroso, le donne avevano anche difficoltà a camminare normalmente per tutta la vita. Questo procedimento poteva anche causare infezioni e più di una ragazza morì di cancrena.


Gli storici ipotizzano che questa pratica iniziò nel decimo secolo, quando l'imperatore Li Yu rimase affascinato dalla seducente danza di una delle sue concubine, alla quale erano stati fasciati i piedi. Così, altre signore della corte iniziarono a fasciarsi i piedi, e gradualmente la pratica si diffuse al resto della popolazione e divenne sempre più estrema. A metà del diciassettesimo secolo, la fasciatura del piede era così diffusa che la maggior parte delle ragazze e delle donne in Cina aveva i piedi piccoli.

Le uniche che riuscirono a sfuggire a questa pratica erano le ultime figlie e quelle che provenivano da famiglie molto povere, perché avevano bisogno di piedi forti per lavorare come serve o nei campi. Così, i piedi grandi diventarono un segno di appartenenza alla classe bassa, mentre i piedi piccoli facilitavano il matrimonio alle donne.

Più tardi vennero realizzate delle campagne per cercare di eliminare questa pratica, ma la norma sociale era così radicata che non ebbero molto successo. Le madri continuavano a fasciare i piedi delle loro figlie, non perché fossero "cattive", ma proprio perché avevano delle buone intenzioni credevano che fosse un male necessario per facilitare la loro vita in futuro.

Fu solo ne diciannovesimo secolo, con l'arrivo delle idee occidentali, che le donne della classe alta smisero progressivamente di fasciare i piedi delle loro figlie, così all'inizio del XX secolo questa pratica secolare scomparì.

Norme sociali che influenzano le attuali pratiche genitoriali


Oggi non bendiamo i piedi dei bambini, ma ci sono altri modi in cui interferiamo con il loro sviluppo. Per natura, i bambini devono svilupparsi fisicamente, socialmente, emotivamente e intellettualmente attraverso il gioco e l'esplorazione, insieme ad altri bambini. Infatti, durante quasi tutta la storia dell'umanità, eccetto nei periodi di schiavitù o di lavoro infantile intensivo, i bambini trascorrevano gran parte del loro tempo giocando ed esplorando con altri bambini, lontano dalla costante supervisione degli adulti. Il gioco libero era la loro principale fonte di gioia e il modo naturale per imparare a diventare persone indipendenti, responsabili e competenti.

Solo 30 o 40 anni fa, era ancora comune che i genitori lasciassero che i bambini giocassero fuori casa, dove potevano trovare altri bambini e giocare a ciò che volevano. Tuttavia, negli ultimi decenni si sono gradualmente sviluppate una serie di norme sociali che impediscono questo tipo di gioco. E il dato curioso è che ci sono buone ragioni per credere che queste regole che limitano la libertà dei bambini siano una delle principali cause dei livelli record di depressione, ansia e altri disturbi mentali che proliferano tra i giovani d’oggi.

Dal 1950 ad oggi, i sintomi della depressione e dell'ansia nei bambini e negli adolescenti sono saliti alle stelle. Attualmente, l'85% dei bambini e degli adolescenti mostrano livelli di depressione e ansia molto più elevati rispetto agli anni 50. Tra il 1938 e il 1955, solo l'1% dei bambini soffriva di depressione infantile, tra il 2000 e il 2007 questa cifra ha raggiunto l'8%. Tra il 1950 e il 2005, negli Stati Uniti il tasso di suicidi tra i bambini sotto i 15 anni è quadruplicato. Forse privare i bambini del gioco libero con i loro pari fuori dalle quattro mura di casa è crudele come legare loro i piedi.

In effetti, è curioso che molti genitori riconoscano che i loro figli giocano all'aperto con altri bambini molto meno di quanto lo facessero loro quando avevano la stessa età. Molti di loro sono consapevoli dell'importanza del gioco libero, lontano da casa e con altri bambini. Tuttavia, affermano anche che è impossibile, soprattutto perché gli altri genitori non lasciano uscire i loro figli a giocare. D'altra parte, spiegano che se gli altri vedono i loro figli da soli in diverse occasioni, ci sono buone probabilità che informino i servizi sociali e concludano che sono genitori negligenti. Nel caso di questi genitori, la paura di ciò che gli altri possono pensare e la conformità con le norme sociali imposte, gli impedisce di dare maggiore libertà ai loro figli.

Non c'è dubbio che le norme sociali possono diventare imperativi morali e, quando ciò accade, è particolarmente difficile violarle. I giudizi morali prevalgono sul buon senso. Se una pratica è percepita come immorale o sbagliata, anche se non vi sono prove contrarie e la logica impone che in realtà sia utile, il conformismo ci farà seguire l'imperativo morale.

Uno studio particolarmente allarmante condotto all'Università del Michigan ha rivelato come la distribuzione del tempo nei bambini tra i 6 e gli 8 anni sia cambiata in poco più di un decennio. I più piccoli dedicano il 25% di tempo in meno al gioco, che è fondamentalmente diretto e con dispositivi elettronici, mentre il tempo di gioco all'aperto diminuisce del 25%. Al contrario, trascorrono il 18% di tempo in più a scuola, dedicano il 145% di tempo in più a fare i compiti e il 168% di tempo in più a fare shopping con i loro genitori.

Sfortunatamente, l'attuale norma sociale di protezione estrema dei bambini non è solo una regola sociale, ma è diventata anche una norma morale. Se i genitori non vigilano continuamente i loro figli o li lasciano con qualcuno, vengono visti male ed etichettati come negligenti.

In questo senso, uno studio condotto presso l'Università della California ha rivelato come i giudizi morali possono offuscare il nostro ragionamento. La ricerca ha coinvolto più di 1.500 adulti di origini diverse. Tutti lessero delle storie in cui un bambino veniva lasciato solo per un certo periodo di tempo. Ad esempio, in una storia, un bambino di 8 anni rimaneva da solo per 45 minuti, leggendo un libro in una caffetteria a un isolato di distanza dal padre. Dopo ogni storia, le persone dovevano valutare il grado di pericolo a cui quei bambini erano esposti mentre il padre era assente.

Sorprendentemente, molte persone hanno ritenuto che il bambino si trovasse in una situazione di massimo pericolo. Ma la cosa più curiosa, che denota un giudizio morale di fondo, è che le persone erano più propense ad aumentare il grado di pericolo quando sapevano che il padre aveva lasciato il bambino da solo deliberatamente. Il grado di pericolo diminuiva se la storia diceva che il padre era stato costretto a lasciare il bambino da solo a causa di un inevitabile incidente.

Tuttavia, questa percezione va contro la logica, che ci indica che se un padre lascia deliberatamente suo figlio da solo, è perché ha già soppesato i rischi e lo lascia in un posto sicuro mentre, se dovesse partire a causa di un incidente improvviso, non potrà prendere le necessarie precauzioni. Ma anche così, i partecipanti giudicavano contro il buon senso, applicando una regola morale: i bambini devono essere costantemente monitorati.

Certo, è importante assicurarsi che i bambini vivano in un ambiente sicuro, ma forse la paura per la loro sicurezza sta causando che passiamo dalla protezione all'iperprotezione. Forse non sarebbe così male che i bambini socializzassero con i loro coetanei negli spazi aperti, dove possono anche giocare a ciò che vogliono e avere l'opportunità di sviluppare le abilità sociali e l'Intelligenza Emotiva essenziali per la loro vita da adulti.



Fonti:
Gray, P. (2017) Social norms, moral judgment and irrational parenting. Psychology Today.
Thomas, A. et. Al. (2016) No child left alone: Moral judgments about parents affect estimates of risk to children. Collabra; 21: 1-15.
Foreman, A. (2015) Why foot binding persisted in China for a millennium. Smithsonian Magazine.
Gray, P. (2011) The Decline of Play and the Rise of Psychopathology in Children and Adolescents. American Journal of Play; 3(4): 443-463.
Twenge et al. (2010) Birth Cohort Increases in Psychopathology Among Young Americans. Clin Psychol Rev; 30(2): 145-154.
Hofferth, S. L. & Sandberg, J. F. (2001) Changes in American Children’s Time, 1981–1997, in Children at the Millennium: Where Have We Come From? Where Are We Going? Advances in Life Course Research; 6: 193–229.
Twenge, J. M. et. Al. (2000) The Age of Anxiety? The Birth Cohort Change in Anxiety and Neuroticism, 1952–1993. Journal of Personality and Social Psychology; 79: 1007–1021.
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2 febbraio 2018

Sindrome di Procuste, perché disprezziamo chi ha successo



Alcune persone, a causa della loro insicurezza o semplicemente perché non hanno le competenze necessarie, cercano di mettere in ombra coloro che possono superarle. Non accettano che qualcuno brilli più di loro, pensano che gli faccia ombra così cercano di spegnere la sua luce. Queste persone non avanzano, ma non lasciano neppure avanzare gli altri. Questo fenomeno è stato battezzato Sindrome di Procuste e può essere visto in tutti i contesti, dal quello personale a quello professionale.

Il mito di Procuste


La mitologia greca racconta che Procuste era un uomo di statura e forza straordinaria, che viveva sulle colline dell'Attica, dove offriva la sua locanda ai viaggiatori solitari. Quando il viaggiatore dormiva, Procuste lo imbavagliava e lo legava ai quattro angoli di un letto di ferro. Se il corpo della vittima era molto grande, amputava le parti che sporgevano dal letto, sia che si trattase dei piedi o la testa.

Al contrario, se la vittima era piccola, la rompeva a colpi di martello per allungarne il corpo. Si dice anche che nessuno rientrasse mai nelle dimensioni del letto perché Procuste aveva due letti, uno esageratamente lungo e l'altro troppo corto.

Quella macabra tradizione continuò fino a quando Teseo invertì il gioco e sfidò Procuste a vedere se il suo corpo si adattava alle dimensioni del letto. Quando il locandiere si sdraiò, Teseo lo imbavagliò e lo legò al letto. Poi gli dette da provare la sua stessa medicina.

Attualmente, questo mito è usato per riferirsi a persone che cercano di sbarazzarsi o sminuire tutti quelli che considerano essere meglio di loro. Procuste tagliava le loro teste, ma queste persone ricorrono al boicottaggio, all'umiliazione o all’inganno per fare in modo che gli altri non diventino una minaccia. In pratica, invece di sforzarsi di migliorare e sviluppare ulteriormente le proprie capacità, decidono di limitare le capacità degli altri.

La Sindrome di Procuste è un'auto-condanna alla mediocrità


La persona che soffre della Sindrome di Procuste inizia a vivere nel mondo che costruisce nella sua mente, un universo parallelo che la porta a sconnettersi dalla realtà. Infatti, spesso emette giudizi irrazionali basati unicamente nelle sue idee di come dovrebbe essere la realtà.

D'altra parte, la sua tendenza a confrontarsi continuamente con gli altri la porta a pensare che, se gli altri sono brillanti, significa che lei non lo è. Non riesce a concepire che qualcuno brilli più di lei, così invece di sforzarsi di crescere come persona e allargare i propri orizzonti, cerca di limitare quelli degli altri. Pensa che tutti finiranno per essere uguali.

Senza dubbio, vivere in questo modo è estenuante. In effetti, non è strano che queste persone finiscano per sviluppare disturbi mentali perché, nel fondo, mostrano un comportamento profondamente disadattivo.

Ma la cosa più curiosa è che trasformrsi nel personaggio mitologico significa semplicemente condannarsi a ciò che si intende evitare: la mediocrità. La persona che destina le proprie risorse a far inciampare gli altri per abbassarne il livello, non cresce realmente, ma si rassegna alla sua mediocrità.

Come si riconosce la persona che soffre della Sindrome di Procuste?


- Assume un atteggiamento prepotente per nascondere la sua insicurezza e il sentimento d’inferiorità. Sebbene non lo riconoscano, queste persone provano una enorme sensazione d’inferiorità, motivo per cui si sentono minacciate da qualcuno che li può superare. La paura di perdere la propria posizione è ciò che li spinge a far inciampare gli altri. Ma la paura e l’insicurezza di solito si manifestano come arroganza perché queste persone desiderano mascherare le loro mancanze.

- Reagisce mettendosi sulla difensiva. Per coloro che soffrono della sindrome di Procuste, chiunque può diventare il nemico. Per questo motivo di solito reagiscono a qualsiasi commento mettendosi sulla difensiva e attaccando per cercare di superare il loro rivale e contenere la minaccia percepita.

- Deforma la realtà a suo vantaggio. Il termine "letto di Procuste" è anche usato per riferirsi a un errore in cui queste persone tendono a cadere: distorcono la realtà in modo tale che si adatti alle loro idee. In pratica, invece di accettare i dati oggettivi, li manipolano a piacimento per farli corrispondere alla loro immagine della realtà.

- È intollerante. Alla base della Sindrome di Procuste c'è una scarsa tolleranza per le differenze. Queste persone non accettano che siamo tutti unici e abbiamo competenze diverse in aree diverse.

- Accumula molte responsabilità. Alcune di queste persone vogliono eccellere a tal punto che finiscono per accollarsi tutte le responsabilità, con l'obiettivo che gli altri notino la loro "incredibile" capacità lavorativa. Sono anche infastiditi quando vengono affidati dei compiti agli altri perché lo interpretano come un attacco personale.

- Sviluppa una forte resistenza al cambiamento. Abbiamo tutti una certa resistenza al cambiamento, ma le persone con la Sindrome di Procruste sono ancora più resistenti perché temono di non essere in grado di adattarsi e avere successo nelle trasformazioni. Tutto ciò che li fa uscire fuori dalla loro zona di comfort gli genera rifiuto e paura.

- Esprime giudizi sotto forma di verità assolute. Per queste persone, le uniche idee valide sono le loro, tutte le altre non trovano posto, quindi di solito è molto difficile relazionarsi con loro. Il problema è che normalmente le loro idee rispondono a standard arbitrari e loro cercano di costringere gli altri a seguirli alla lettera. In questo modo ottengono l'uniformità che desiderano.

Come affrontare queste situazioni?


Non è facile vivere con qualcuno che si comporta come Procuste. Questa persona sarà costretta a vivere permanentemente con la guardia alta, in attesa del prossimo attacco, della nuova umiliazione o della punizione esemplare. Essere calpestata continuamente può indurre la persona a reagire in due modi: o si rassegna all'umiliazione e poco a poco diventa più piccola, oscurando tutta la luce che è in lei; o va accumulando risentimento e odio. Nessuna delle due situazioni è positiva.

Se vediamo che qualcuno vicino a noi si comporta come il personaggio mitologico, la cosa più conveniente è boicottare la sua strategia senza perdere la calma. Dobbiamo essere consapevoli che in alcuni casi non possiamo cambiare il suo modo d’essere e di pensare, ma possiamo impedire che i suoi attacchi ci colpiscano.

Il modo migliore per farlo è ricorrere a fatti incontestabili della realtà, ma senza cadere in inutili confronti. L'idea da trasmettere è che siamo tutti diversi e abbiamo diversi livelli di capacità, il che non significa che siamo migliori o peggiori. È importante capire le dinamiche mentali di questa persona e assicurarsi che non ci percepisca come un avversario da battere.

Certo, è anche importante stare attenti di non trasformarci noi stessi in Procuste. Quel gigante malvagio può nascere a partire da una scintilla d’invidia, un sentimento d’inferiorità o un obiettivo mancato.



Fonte:
Fariñas, G. (2011) El lecho de Procusto o la convención sobre la competencia humana. Revista Semestral da Associação Brasileira de Psicologia Escolar e Educacional; 15(2): 341-350.
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