31 agosto 2016

Se tuo figlio dimentica i compiti a casa non portarglieli a scuola

iper-genitorialità

Praticamente tutti i bambini hanno dimenticato i loro compiti a casa qualche volta. A questo proposito, si crede che un buon genitore dovrebbe rendersene conto e portarglieli a scuola, così che il bambino non si senta in imbarazzo di fronte ai coetanei o per evitare che la maestra lo riprenda.

Ad ogni modo, oggi sono sempre di più le opinioni contrarie a questa abitudine. Insegnanti e psicologi suggeriscono che quando queste sviste si ripetono ei genitori fanno in modo che i bambini evitino le conseguenze della loro dimenticanza, in realtà non stanno facendo loro un favore, ma gli fanno del male.

Il dono che rinchiudono le avversità


Per la maggior parte dei genitori parole come “errore” e “fallimento” hanno un tono terribilmente negativo, soprattutto quando riguardano i loro figli, ma in realtà questo rifiuto profondo è solo un punto di vista che ci ha inculcato la società. L'errore contiene sempre una preziosa opportunità di apprendimento che non dovremmo mai togliere ai bambini.

Ogni volta che i genitori “salvano” i loro figli dalle conseguenze dei loro errori, sviste o scelte sbagliate, interrompono il ciclo naturale di apprendimento. Di conseguenza, i bambini non diverranno mai completamente maturi, ma svilupperanno una dipendenza emotiva che impedirà loro di costruirsi degli strumenti per affrontare la vita.

Infatti, uno studio condotto presso l'Università della Pennsylvania ha scoperto che la capacità di recuperarci dalle avversità e perseverare nei nostri obiettivi è fondamentale per avere successo nella vita. La perseveranza in tenera età è uno dei migliori indicatori per sapere se un bambino terminerà gli studi universitari, molto più che l’intelligenza.

L’iper-genitorialità genera bambini fragili


La sicurezza e la fiducia che i genitori trasmettono ai loro figli sono essenziali perché questi si sentano sicuri esplorando il mondo e si formino un'immagine rassicurante dell'ambiente che li circonda. Infatti, un sondaggio di livello nazionale condotto dai ricercatori della Pennsylvania State University che ha coinvolto più di 100.000 studenti delle scuole superiori, ha rivelato che il 55% di essi soffriva d’ansia, il 45% di depressione e il 43% mostrava segni di forte stress. Uno studente su sei tra tutti quelli intervistati era stato diagnosticato o trattato per questi problemi durante lo scorso anno.

Una causa di questi problemi è l'iper-genitorialità, bambini e ragazzi entrano a scuola senza avere sviluppato la resilienza in modo adeguato, così non sono in grado di tollerare la frustrazione e affrontare i problemi. Questi bambini hanno difficoltà a mettere le cose in prospettiva e un giudizio negativo può essere un colpo devastante per la loro autostima.

In effetti, la iper-genitorialità non fa altro che creare dipendenza, così terminerà per minare la fiducia dei bambini in se stessi precludendogli la possibilità di avere successo in futuro, quando non avranno accanto i genitori a risolvergli i problemi e pagare per i loro errori. Questo stile educativo finisce per generare delle persone estremamente fragili.

La trappola del protezionismo


Oggi molti genitori rientrano in quella che potremmo definire la “trappola del protezionismo”. Questo effetto è stato scoperto dagli psicologi dell’Università Statale dell’Arizona, che hanno analizzato 70 bambini di età compresa tra 6 e 16 anni i quali erano in cura per depressione e ansia. Si è così potuto scoprire che alcune delle strategie messe in pratica dai genitori per affrontare i problemi emotivi dei figli non erano per nulla efficaci. Dare loro amore, trasmettergli affetto e incoraggiarli ad affrontare le paure funzionava, ma adottare un atteggiamento iperprotettivo terminava accentuando i sintomi dell’ansia e della depressione.

Il problema della iper-genitorialità è che i genitori non solo impediscono ai loro figli di commettere errori evitandogli di subire le conseguenze delle loro decisioni sbagliate, ma addirittura risparmiano loro anche la piccola dose di paura positiva. Ma il fatto ancor più sconcertante è che quanto più i bambini eviteranno le situazioni che li spaventano tanto più avranno paura e saranno meno propensi a correre dei rischi in futuro.

Dobbiamo ricordare che l'infanzia è una fase fondamentale in cui i bambini possono sviluppare quelle competenze che consentiranno loro di affrontare le avversità e le situazioni che li spaventano. Se non sviluppiamo queste abilità da bambini siamo destinati a trasformarci in adulti eccessivamente prudenti, che hanno paura di lasciare la loro zona di comfort, così non saremo mai in grado di vivere pienamente.

Qual è la soluzione?


Non si tratta di assumere una posizione estremista. Se un giorno il bambino dimentica i compiti a casa non c'è niente di sbagliato nel portarglieli a scuola. Se ha bisogno di assistenza in un progetto lo si può aiutare e se ha problemi con un compagno di classe, si può intervenire. Ma questo atteggiamento non dovrebbe essere la norma, piuttosto l’eccezione.

È fondamentale che i genitori lascino ai propri figli la libertà di fare i propri errori. In questo modo dovranno sopportare le conseguenze delle loro azioni e, di conseguenza, saranno costretti ad adattare il loro comportamento, riorganizzare le loro abitudini e imparare dall'errore commesso.

La chiave consiste nel trovare il giusto equilibrio tra sostegno e guida, protezione e sicurezza, autonomia e indipendenza. Solo in questo modo i bambini impareranno ad affrontare il mondo da soli e svilupperanno fiducia nelle loro capacità. Si tratta di uno dei più grandi doni che i genitori possono fare ai propri figli.


Fonti:
Holly, L. E. & Pina, A. A. (2015) Variations in the influence of parental socialization of anxiety among clinic referred children. Child Psychiatry Hum Dev; 46(3): 474-484.
Eskreis, L. et. Al. (2014) The grit effect: predicting retention in the military, the workplace, school and marriage. Front Psychol; 5: 36.
Silverman W. K. et. Al. (2009) Directionality of change in youth anxiety treatment involving parents: An initial examination. Journal of Consulting and Clinical Psychology; 77: 474–485.

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Jennifer Delgado Suárez

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