4 maggio 2016

Masticare male può danneggiare il cervello

masticazione

Masticare è qualcosa di così comune che spesso non vi prestiamo attenzione (a meno che non ci faccia male un dente). Infatti, normalmente ci preoccupiamo dei denti solo per ragioni estetiche, perché vogliamo avere un bel sorriso. Noi ci preoccupiamo di masticare correttamente.

Ma ora arriva uno studio piuttosto interessante condotto dai ricercatori dell'Università di Pisa che rivela come il nostro modo di masticare potrebbe addirittura causare dei cambiamenti permanenti nel nostro cervello. Quindi, se mastichiamo male gli effetti collaterali terminano per influenzare la nostra salute neurologica.

Masticare aiuta a mantenersi attenti


Probabilmente avrete notato che i conducenti di camion o autobus masticano spesso una gomma da masticare, lo fanno per mantenersi svegli. Infatti, se avete sonno e volete mantenervi svegli, piuttosto che consumare caffeina potete ricorrere a questo semplice trucco.

Ovviamente, questo trucco ha una spiegazione dal punto di vista neurofisiologico: si è scoperto infatti che masticare non solo aumenta l’attenzione, ma anche la velocità di elaborazione cognitiva. In pratica, quando mastichiamo ci concentriamo meglio e siamo più attenti, così che rispondiamo più velocemente agli stimoli.

Gli scienziati ritengono che si tratti di un’eredità ancestrale dato che, generalmente, quando gli animali mangiano sono più indifesi. È quindi logico che in quel momento abbiano bisogno di affinare i sensi per rilevare possibili pericoli e fuggire immediatamente.

Un altro studio realizzato dall'Università di Cardiff ha scoperto che le persone abituate a masticare chewing gum sperimentano livelli più bassi di ansia, stress e depressione. Questi ricercatori ritengono che la masticazione sistematica attivi uno schema di neurotrasmissione della serotonina, che è il principale responsabile di inibire la rabbia e migliorare l’umore.

Ma cosa succede se mastichiamo in modo sbagliato?

L’equilibrio nella masticazione è essenziale


Diversi studi realizzati con animali hanno dimostrato che la perdita dei denti provoca uno squilibrio mandibolare, che a lungo andare finisce per causare la perdita di neuroni in alcune parti del cervello, come nel giro dentato.

Il giro dentato è una delle poche aree del cervello in grado di generare neuroni nuovi per tutta la vita ed è composto principalmente da cellule granulose, che possono duplicarsi. Questa struttura è legata all'apprendimento e alla memoria, si pensa che possa essere una sorta d’istruttore “non supervisionato” che collabora nell’immagazzinamento e recupero dei ricordi, ragion per cui potrebbe esserci un legame tra la masticazione e alcune forme di demenza.

Infatti, è stato anche dimostrato che la perdita asimmetrica dei denti provoca una ipertrofia degli astrociti nell’ippocampo (fondamentale per la formazione di nuovi ricordi), in modo simile a quando si verifica un processo di neurodegenerazione.

Questi studi indicano che prendersi cura della nostra bocca non è solo una questione estetica, ma ha anche un impatto sul cervello e può causare danni a livello cognitivo. Ma forse il dato più preoccupante è che studi recenti dimostrano anche che i problemi di masticazione generano cambiamenti a breve termine nell'attività cerebrale.

Perché è così importante la simmetria nella masticazione?


A quanto pare, il problema fondamentale è la asimmetria nella masticazione. L'asimmetria mandibolare provoca dei cambiamenti nei muscoli del viso, le conseguenze più evidenti si notano nel volto, ma produce anche cambiamenti interni che non sono visibili.

Le persone con disturbi temporomandibolari presentano un'asimmetria nell'attività dei muscoli coinvolti nella masticazione, che provoca una diminuzione dell'attività in alcune aree cerebrali. Infatti, gli studi epidemiologici hanno rivelato che la perdita dei denti prima dei 35 anni è un fattore importante di rischio di sviluppo della demenza o del morbo di Alzheimer in età avanzata.

I ricercatori ritengono che l’asimmetria mandibolare provochi problemi a livello cognitivo perché altera il funzionamento dei muscoli del volto. Questi, a loro volta, sono collegati al cervello, in modo tale che il processo di masticazione viene codificato in modo diverso e il cervello assume che non è necessario attivare tanti neuroni dato che i muscoli non funzionano come prima. Questo provoca il deterioramento cognitivo.

Ma non tutto si riduce a una ipertrofia, uno studio condotto dal Massachusetts Institute of Technology ha scoperto che la masticazione attiva la produzione del fattore neurotrofico derivato dal cervello, che agisce come fattore di crescita nervoso, così come della neurotrofina-3, una proteina del fattore di crescita che aiuta i neuroni esistenti a sopravvivere e differenziarsi, nonché potenzia la crescita e la differenziazione dei nuovi neuroni e delle sinapsi. Tuttavia, ciò avviene solo quando il trigemino si attiva in modo simmetrico.

Gli impianti dentali possono rappresentare una soluzione


La buona notizia è che i ricercatori hanno scoperto che gli impianti dentali riducono notevolmente l’asimmetria della masticazione e lo squilibrio che si verifica nel nervo trigemino. Pertanto, si può fermare il declino cognitivo per tempo.


Fonti:
De Cicco, V. et. Al. (2016) Oral Implant-Prostheses: New Teeth for a Brighter Brain. PLoS ONE; 11(2).
Weijenberg, R. A. et. Al. (2011) Mastication for the mind--the relationship between mastication and cognition in ageing and dementia. Neurosci Biobehav Rev; 35(3): 483-497.
Okamoto, O. et. Al. (2010) Relationship of tooth loss to mild memory impairment and cognitive impairment: findings from the fujiwara-kyo study. Behavioral and Brain Functions; 6:77.
Smith, A. (2009). Chewing gum, stress and health. Stress and Health; 25 (5): 445-451.
Onozuka, M. et. Al. (2000) Impairment of spatial memory and changes in astroglial responsiveness following loss of molar teeth in aged SAMP8 mice. Behav Brain Res; 108(2): 145-155.
Fan, G. et. Al. (2000) Formation of a full complement of cranial proprioceptors requires multiple neurotrophins. Dev Dyn; 218(2): 359-370.

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Jennifer Delgado Suárez

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