13 maggio 2014

Quando generalizzare è sbagliato: L’esperienza a volte inganna



Nel lontano 1976 due psicologi, Hamilton e Gifford, hanno progettato un esperimento che è ormai considerato un classico nella storia della psicologia. Questi ricercatori hanno creato due gruppi, il gruppo A (i fiori d'arancio) e il gruppo B (le begonie), e hanno in seguito elaborato una lista di caratteristiche positive e negative. Ad esempio, hanno indicato che i membri del gruppo A erano soliti aiutare le vecchiette ad attraversare la strada mentre quelli del gruppo B orinavano sul marciapiede.

In seguito vennero coinvolte altre persone, fu chiesto loro di leggere queste caratteristiche e di giudicare ciascun gruppo. È interessante notare che tutti consideravano che il gruppo B sembrava una banda di gangster e che il loro comportamento fosse molto ribelle, mentre i fiori d'arancio (A) sembravano persone migliori.

La cosa interessante è che per il gruppo B vennero descritti 18 comportamenti negativi e 8 positivi mentre per il gruppo A (i fori d’arancio) 9 positivi e 4 negativi. Cioè, statisticamente parlando, entrambi i gruppi avevano la stessa quantità di comportamenti negativi (circa il 44%) mentre il resto erano positivi.

Chiaramente, le statistiche non contano molto ai fini del giudizio. E non importava neppure che si fosse offerta la metà dell’informazione in merito al secondo gruppo, lo consideravano migliore comunque. Che cosa è successo? Come si è arrivati a questa generalizzazione, che ovviamente era ingiusta?

In sostanza, ciò che è accaduto nell'esperimento era che i lettori videro elencati un numero maggiore di comportamenti negativi riferiti ad un gruppo e quindi hanno concluso che questo era peggio dell’altro. Indipendentemente dal fatto che anche i comportamenti positivi erano più numerosi.

Come possiamo essere così parziali nei nostri giudizi?

Una possibile spiegazione è che il nostro cervello non capisce molto di statistiche, soprattutto quando si tratta di emettere giudizi morali. Ad esempio, se nel vostro quartiere vivesse un alieno che ascolta musica ad alto volume, getta i rifiuti per la strada e non saluta nessuno, immediatamente generalizzereste e sareste portati a pensare che tutti gli alieni sono così. Anche se di extraterresti ne avete conosciuto solo uno: il vostro vicino.

Lo stesso problema esiste con gli stranieri provenienti da culture diverse. Basta incontrare due o tre persone (o ascoltare le notizie dei media) per stabilire che anche il resto si comporta nella stesso modo. Niente potrebbe essere più lontano dalla verità !

Il punto chiave sta nel fatto che cerchiamo sempre di dare un senso al mondo che ci circonda. Il nostro cervello tende a etichettare tutto perché, in caso di emergenza, possiamo disporre di una generalizzazione pronta per l'uso. Questo è un processo perfettamente normale, lo facciamo tutti.

In realtà, si tratta di una risposta così viscerale che il problema non sta nella generalizzazione in sé, ma in ciò che facciamo dopo con essa. Ci nasconderemo dietro la generalizzazione ingiusta ed erronea o lasceremo aperto lo spazio per il cambiamento? Ovviamente, la risposta dipende solo da noi.

Fonte:
Hamilton, D. L. & Gifford, R. K. (1976) Illusory correlation in interpersonal perception: A cognitive basis of stereotypic judgments. 
Journal of Experimental Social Psychology; 12(4): 392-407.

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Jennifer Delgado Suárez

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