18 dicembre 2013

Musica triste: Come viene gestita dall’amigdala

Il centro delle emozioni umane riposa nel sistema limbico e non nel cuore, come si pensava anticamente. Il lato curioso è rappresentato dal fatto che la musica sia in grado di giungere con una intensità tutta particolare fino all’amigdala, la struttura che gestisce le emozioni. Infatti, quando il nostro cervello percepisce una melodia, il nostro sistema neuronale si collega con i nuclei dell’emozione ed è per questo che possiamo riconoscere una canzone o associarla a determinati ricordi.

Uno studio sviluppato dall’Università di Frëie, in Germania, ha scoperto che le persone che presentano lesioni nell’amigdala non riconoscono le differenze tra una musica leggermente triste ed una decisamente tenebrosa (come quella utilizzata in alcuni film dell’orrore allo scopo di generare paura negli spettatori), ma riconoscono solo la musica allegra.

L’indifferenza davanti alle emozioni che trasmette la musica è stata riscontrata in chi soffre della Sindrome di Asperger, un disturbo nel quale l’amigdala è poco sviluppata. Queste piste sono servite ai ricercatori per ipotizzare che la musica è fortemente legata al processo emotivo e che incide su di noi indipendentemente dall’età e dalle radici culturali.

In generale, la musica che potremmo qualificare come “triste”, imita la tonalità di una voce stanca e depressa, caratteristiche abbastanza universali e trasversali alle differenti culture. Tanto è che i ricercatori dell’Università di Stoccolma, hanno sviluppato studi trans-culturali nei quali si è riscontrato che i camerunensi, anche quando non avevano mai ascoltato musica occidentale, erano in grado di distinguere quando si trattava di un brano triste, allegro o tenebroso.

Ovviamente, questo non significa che solo la musica dal tono triste sia in grado di stimolarci delle emozioni. Infatti, anche una melodia allegra può farci emozionare.

Una prospettiva inusuale

Il fatto che le note tristi ci rendano tristi non è un segreto. Risulta anzi logico. Tuttavia, la musica triste ha una funzione ancor più sorprendente e addirittura, contraddittoria. Infatti, in alcuni casi ci può anche rallegrare.

Mi riferisco a quei momenti nei quali ci sentiamo nostalgici e depressi e scegliamo una musica intonata al nostro stato d’animo. Non si tratta di avere delle tendenze masochiste ma, realmente, la musica in generale stimola la liberazione di dopamina (conosciuta come l’ormone del piacere).

Come si può immaginare, non tutte le canzoni provocano la liberazione della stessa quantità di dopamina. Questo dipenderà da quanto piacevole ci risulti la musica stessa. Utilizzando tecniche complesse per ottenere immagini (tomografia per emissione di positroni e risonanza magnetica funzionale) si è potuto riscontrare che la dopamina viene liberata nel momento più alto e piacevole della melodia, proprio in questo istante quando ci sentiamo assalire da un brivido. Tuttavia, appena alcuni secondi prima si produce un'altra scarica di dopamina che è relazionata con l’anticipo della melodia (ovviamente, questo se conosciamo la canzone).

In questo momento di piacere si attiva una zona del sistema limbico denominata nucleo accumbens che viene letteralmente inondato di dopamina. Questa zona è la responsabile dell’euforia ma svolge anche un ruolo centrale nella sensazione di piacere e nelle addizioni.

Questo significa che in realtà la musica triste esercita un potere regolatore delle emozioni e realmente ci rallegra. Infatti, quando ci sentiamo male non scegliamo una musica a caso ma piuttosto quella che ci piace molto. In questo modo, senza saperlo, stiamo equilibrando le nostre emozioni.


Fonti:
Koelsch, S. et. Al. (2005) Adults and children processing music: An fMRI study. NeuroImage; 25: 1068 – 1076.
Koelsch, S. & Siebel, W. A. (2005)Towards a neural basis of music perception. Trends in Cognitive Sciences; 9(2): 578-584.
Juslin, P. N. & Laukka, P. (2004) Expression, Perception, and Induction of Musical Emotions: A Review and a Questionnaire Study of Everyday Listening. Journal of New Music Research; 33(3): 217-238.

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