27 novembre 2013

Esperienze pre-morte: Solo un trucco del cervello?

Nel lontano 1975. Raymond Moody pubblicò un libro che avrebbe provocato un terremoto a livello mondiale: “La vita oltre la vita”. Per chi non lo avesse letto, sintetizzo il suo contenuto qui di seguito: si tratta fondamentalmente di una raccolta di racconti da parte di persone che erano state tutte vicino alla morte o che in alcuni casi erano state dichiarate morte clinicamente. Queste persone, dopo aver recuperato il loro stato di salute normale, raccontavano esperienze abbastanza simili. Generalmente, ascoltavano e vedevano ciò che avveniva intorno a loro ma da una prospettiva diversa da quella a cui siamo abituati (esperienze extracorporee), altri percepirono sensazioni di pace e felicità e alcuni videro un tunnel con una luce alla fine dove apparivano persone conosciute che erano già morte.

Molti scienziati non accettano queste esperienze come prova dell’esistenza di una vita oltre la morte ma affermano che queste sensazioni siano causate da uno stato particolare del cervello provocato dalla mancanza di sangue e di conseguenza di ossigeno.

Secondo questa teoria, la consapevolezza di se è un processo che emana fondamentalmente dalle strutture cerebrali e dai neurotrasmettitori. Tuttavia, quando siamo sul punto di morire, il cervello non cessa le sue funzioni istantaneamente ma piuttosto sperimenta una serie di trasformazioni fino a quando non sopraggiunge la scomparsa definitiva delle sue funzioni e della coscienza. In poche parole, il cervello non si “spegnerebbe” in un attimo ma lentamente.

D’altra parte, chi crede alla vita dopo la morte, si basa su quattro argomenti essenziali:

1. La consistenza: molte persone, indipendentemente dalla cultura o dal periodo storico, hanno descritto esperienze simili.
2. La realtà: le persone riferiscono queste esperienze come particolarmente nitide e reali.
3. Il paranormale: cioè, la vita dopo la morte spiegherebbe molti misteri che la scienza tuttora non ha decifrato.
4. La trasformazione: le persone coinvolte cambiano il proprio comportamento diventando più spirituali e meno materialisti.

Di questi argomenti, l’unico che può essere abbastanza convincente è il primo.

Cosa accade nel cervello quando siamo sul punto di morire?

Si sa che in molti casi il cervello soffre la mancanza d’ossigeno e di ipercapnia (aumento della pressione parziale di anidride carbonica). Questi due fattori possono spiegare alcune delle caratteristiche menzionate in precedenza, come le esperienze di de-realizzazione (che, tra l’altro, sono state riprodotte in laboratorio), la visione della luce e la sensazione che tutto sia molto reale.

Sappiamo inoltre che il nostro cervello equivale unicamente al 2% della massa corporea ma consuma più o meno il 20% dell’energia dell’organismo. Così, la mancanza d’ossigeno influisce prima di tutto sulle cellule che hanno un maggiore metabolismo (nello specifico le cellule più piccole la cui funzione è inibitrice), così che sarà necessario produrre una disinibizione di alcune funzioni cerebrali.

Allo stesso tempo, perdendo gli stimoli sensoriali in entrata, il nostro cervello inizierebbe a creare un modello di realtà che sia coerente con il suo sistema di credenze, le sue aspettative e chiaro, condito da un tocco d’immaginazione.

I segni dell’aldilà analizzati uno per uno

1. Ineffabilità: in realtà esistono molte esperienze che non possiamo spiegare a parole. Questo fenomeno non si limita alle esperienze di pre-morte. Infatti, anche alcuni sogni che danno i brividi non si spiegano facilmente, e lo stesso accade con le esperienze mistiche o con il deja vu. Tutto si spiegherebbe con l’aumento dell’attività dell’amigdala, la struttura incaricata di dare un significato agli stimoli provenienti dall’esterno.

2. Sensazione di pace e felicità: oggi sappiamo che le endorfine sono responsabili di questa sensazione e che la loro produzione aumenterebbe di molto quando siamo sottoposti a forte stress.

3. Esperienze fuori dal corpo: in realtà questa esperienza si denomina autoscopia e indica il fenomeno dell’uscita dal corpo e l’osservazione di se stessi dall’alto, un esperienza che non solo è presente in alcune esperienze mistiche ma che addirittura si è riusciti a riprodurre in laboratorio stimolando la corteccia dell’unione temporo-parietale; in concreto il giro angolare. Si è manifestata anche nel caso di persone intossicate da droghe, in casi di privazione sensoriale, negli epilettici e nella schizofrenia. Addirittura, esistono persone che possono indurre queste esperienze volontariamente.

Nella zona temporo-parietale confluiscono le differenti percezioni che sperimentiamo attraverso il tatto, l’equilibrio, la vista e la propriocezione. In questo modo ci rendiamo conto di esistere e che ci troviamo in un determinato luogo occupando uno spazio preciso. Tuttavia, quando il cervello è esposto all’anossia e all’ipercapnia, tutto cambia, anche la nostra percezione dell’io e dello spazio.

4. La luce in fondo al tunnel: dovete sapere che nella corteccia visiva dove vengono proiettate le immagini che vediamo è dove confluiscono il maggior numero di cellule. Quando questi neuroni si disinibiscono generano dei fosfeni e sono questi ultimi che danno luogo ad un cerchio luminoso apparentemente in fondo a un tunnel. Più i neuroni saranno colpiti e più grande sarà questo cerchio di luce all’interno del tunnel dandoci così l’impressione di avvicinarci sempre più alla fine dello stesso.

Un'altra spiegazione implica ciò che si consoce come “molecola spirituale”, che in linguaggio scientifico viene denominata “dimetiltriptamina”. Questo allucinogeno può essere sintetizzato dalla ghiandola pineale e si ipotizza essere relazionato a stati di meditazione profonda e ad uno stress molto intenso.

5. Ricordi di tutta una vita: chi ha avuto esperienze vicine alla morte riferisce di una sorta di “film” velocissimo nel quale rivede tutti gli episodi salienti della sua vita. Secondo gli scienziati, questo sarebbe dovuto ad una intensa attività dell’ippocampo e della corteccia de lobo temporale. Infatti, si è provato in laboratorio che la stimolazione del lobo temporale provoca il ricordo di antichi contenuti della memoria.

D’altra parte, alcuni esperimenti realizzati con cavie, hanno mostrato che la mancanza d’ossigeno nel cervello provoca un aumento del glutammato e dell’aspartato nell’ippocampo. Due neurotrasmettitori che hanno un ruolo essenziale nella memoria. Così, sarebbero questi gli incaricati di produrre l’iperattività nell’ippocampo.

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