1 agosto 2013

Paranoia o insicurezza? La linea sottile che le distingue

Prima o poi tutti abbiamo provato la sensazione di insicurezza che, a sua volta, può generare sospetto. Tuttavia, quando i nostri pensieri sono continuamente concentrati sulla percezione della minaccia dovremmo fare un passo indietro, dato che potremmo cadere nella paranoia.

La paranoia è una distorsione cognitiva, una visione consistente ma senza alcun fondamento che gli altri desiderino in qualche modo farci del male. Si distingue per la tendenza a interpretare le situazioni neutrali come minacciose. É anche una caratteristica di alcune malattie mentali gravi, soprattutto della schizofrenia.

Ma la paranoia non si limita a chi soffre di una psicopatologia ma si manifesta in moltissime forme che possono interessare persone apparentemente sane. Infatti, si dice che la paranoia quotidiana interessi almeno un terzo della popolazione mondiale. In questo caso, chi soffre di paranoia quotidiana crede che i suoi amici, i conoscenti e addirittura gli estranei, siano tutti ostili o almeno molto critici nei suoi confronti.

Ciò che distingue la paranoia clinica dalla paranoia quotidiana è la forza delle idee e quanto queste interferiscono nella vita dell’individuo. Ovviamente, i limiti non sono ben definiti dato che dipenderanno da quanta sofferenza e incapacità provoca la paranoia stessa.

Ad ogni modo, la paranoia comune è in continuo aumento. Perché? Dovuto essenzialmente al fatto che i mezzi di comunicazione attuali non smettono di trasmettere notizie minacciose che generano paura in nelle masse già di per se suscettibili. Adesso come mai, lo scenario è pronto per promuovere il sospetto.

Allo stesso modo, le reti sociali come Twitter o Facebook, che ci fanno credere che i dettagli della nostra vita privata interessino a tutti, possono anche queste contribuire a generare piccole dosi di paranoia quotidiana.

Un poco di sfiducia è utile e ci aiuta a individuare e prevenire il pericolo. Senza questa, non ci renderemmo conto dei segnali che ci invia l’ambiente ma, la paranoia va un passo oltre e ci fa reagire in modo esagerato.

“Cosa guardi …?”

La paranoia è caratterizzata da una forte tendenza a gettare una luce negativa sulle interazioni ambigue, soprattutto quelle che lasciano molto spazio all’interpretazione. Per esempio, stiamo camminando nel corridoio dell’ufficio mentre un collega passa senza salutare. Cosa pensiamo? Se siamo come la maggioranza delle persone si attiveranno immediatamente una serie di interpretazioni ed è li dove entra in gioco l’interpretazione paranoica. Cioè, possiamo pensare che era preso dai suoi pensieri tanto da non rendersi conto della nostra presenza o, al contrario, che ha qualcosa contro di noi e quindi non ci saluta per questo motivo. Una situazione neutrale si trasforma in negativa nella nostra mente.

Il problema dipende dal fatto che le persone paranoiche soffrono di un piccolo difetto cognitivo che gli impedisce di leggere adeguatamente le espressioni emotive degli altri. In questo modo, riempiono il vuoto con l’immaginazione.

Anatomia della paranoia

Il nostro cervello è quasi sempre allerta di fronte al minimo segnale di pericolo. Prevenire le minacce è importantissimo per poter sopravvivere, e questa è un’eredità ancestrale che ci lasciarono i nostri antenati dell’età della pietra.

La valutazione del grado di pericolo si origina nell’amigdala che in seguito genera uno stimolo al combattimento o alla fuga. Questa valutazione-reazione si verifica in pochi secondi e a volte deve intervenire la nostra corteccia cerebrale frontale per calmarci e farci vedere che non si tratta di un serpente ma di un ramo d’albero.

Naturalmente, questo sistema è soggetto ad alterazioni molto sottili derivate da ansia, depressione, consumo di droghe o perdita del sonno. Questi fattori possono trasformare gli stimoli inoffensivi in situazioni di panico. In  altre parole, noi non ci rendiamo conto che il serpente è un ramo e il nostro sistema d’allarme rimane acceso. Un processo simile avviene nel cervello dei paranoici, solo che questi confondono i comportamenti neutrali o addirittura amichevoli con quelli ostili.

Nel 2008, alcuni ricercatori dell’Università di Oxford, svilupparono un esperimento molto interessante. Invitarono 200 persone normali a fare una visita virtuale nella metropolitana di Londra. In seguito, ognuno doveva riferire cosa avesse provato. Sorprendentemente, il 40% riportò idee paranoiche.

Tuttavia, la parte più curiosa fu che chi maggiormente riportava pensieri paranoici erano coloro che avevano manifestato in precedenza maggiore solitudine e mancanza di appoggio sociale, due indicatori chiave che aumentano l’ansia. Si sa, mentre più ansiosi siamo meno opportunità avremo di distinguere il serpente dal ramo.

Ad ogni modo, la preoccupazione e l’isolamento non sono gli unici percorsi che conducono alla paranoia. Chi ha una predisposizione genetica all’ansia può essere più suscettibile alle idee paranoiche. Si è anche dimostrato che la depressione e la bassa autostima contribuiscono anch’esse alla paranoia.

Esiste anche una teoria che afferma che quando siamo adolescenti tutti siamo particolarmente inclini alle idee paranoiche. Perché? Semplicemente perché in questa fase della vita ci sentiamo più vulnerabili e confusi, quasi mai ci sentiamo a nostro agio con il nostro corpo e le nostre capacità e tendiamo a credere che gli altri ci osservino e che ridano di noi. Però, nella stessa misura in cui cresciamo e andiamo consolidando la nostra personalità, la paranoia ci abbandona. Ma non sempre …

Gli studi epidemiologici hanno dimostrato che le persone con un livello socioeconomico più basso tendono ad avere più idee paranoiche e che gli uomini sono più inclini ad essere paranoici in maniera intensa rispetto alle donne (le quali sono più colpite dalla paranoia quotidiana).

Fortunatamente, la paranoia quotidiana si può controllare. Basta fare un respiro profondo e prendere le distanze dal pensiero negativo per vederlo in prospettiva e chiederci se è proprio questa la realtà.

Fonte:
Booth, S. (2011, Noviembre) A Slew of Suspects. In: Psychology Today.

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