15 agosto 2013

Mente positiva o negativismo strategico: Qual è la chiave del successo?


Negli ultimi anni tutto pare indicare che stiamo vivendo nell’impero dell’ottimismo. Il pensiero positivo va di moda come non mai, si vendono milioni di manuali a sfondo psicologico per la crescita personale e si esaltano i tanti “guru”, tutti uguali, che riempiono la loro timeline in Twitter con frasi fatte che probabilmente rispecchiano buone intenzioni ma che sono lontane dal potersi applicare su vasta scala, e poi mancano di valore reale.

Ma a dire il vero, se solo prestassimo un poco di attenzione, capiremmo che il successo non è poi così strettamente relazionato al pensiero positivo ma piuttosto a tutta una serie di comportamenti e competenze specifiche e concrete: avere obiettivi ben definiti, avere la giusta motivazione, conoscere i nostri limiti e le potenzialità, essere perseveranti … Infatti, il celeberrimo studio realizzato da Lewis Terman nel lontano 1921, dimostrò già allora che il successo nei bambini superdotati non dipende tanto dalla loro intelligenza ma piuttosto dalla perseveranza. Allo stesso modo, uno studio molto più recente pubblicato da Psychological Science, ci mette in guardia rispetto ai rischi del pensiero positivo affermando che può sì, essere una buona tecnica, ma non per tutti e non per tutto, dato che potrebbe trasformarsi in un pericoloso effetto boomerang.

Infatti, esiste una realtà che normalmente i “guru” della Psicologia Positiva ci nascondono. Il fatto è che la cose le possiamo fare anche se non siamo dell’umore giusto. Tanto è così che è dimostrato che le donne che vivono nei paesi sviluppati gestiscono molto meglio l’economia rispetto agli uomini, dato che questi ultimi tendono ad abbandonare subito e cadere in depressione.

Significa questo che le donne applicano di più la Psicologia Positiva? Non credo. Probabilmente tutto è dovuto al fatto che culturalmente, hanno sviluppato un senso maggiore di responsabilità rispetto alla famiglia e questo le spinge ad andare avanti senza tentennamenti. Allora la conclusione che possiamo trarre è che possiamo sentirci male tanto da avere voglia di fuggire ma saremo sempre e comunque in grado di portare avanti un progetto. Chiaro, probabilmente non ci sentiremo felici e rilassati, ma potremmo comunque ottenere buoni risultati.

Inoltre, a volte anche i pensieri negativi possono essere produttivi. Per esempio, se pensiamo che potremmo perdere il lavoro forse questo ci spingerà a cercarne un altro con il giusto anticipo e, chissà, magari incontriamo anche un nuovo lavoro più interessante e stimolante dell’attuale. É come la relazione tra l’eustress e il distress; un poco di eustress infatti è positivo dato che ci da l’energia necessaria per intraprendere nuovi progetti e risolvere problemi particolarmente difficili.

In realtà, il nostro successo nella vita non dipende tanto dai nostri pensieri positivi ma piuttosto dalla nostra attitudine, dalla capacità che abbiamo per assumerci le nostre responsabilità e dalle nostre abilità nell’affrontare nuove sfide. Ricordiamoci sempre che un pensiero senza un’azione conseguente è tanto inutile come la danza per propiziare la pioggia.

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Jennifer Delgado Suárez

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