12 luglio 2013

Gli amici immaginari favoriscono creatività e capacità di comunicazione



Molti bambini hanno un amico immaginario con il quale sostengono lunghi dialoghi. Anche se si tratta di un fenomeno abbastanza comune (il 65% dei bambini nordamericani con meno di 7 anni in un dato momento ha avuto un nemico immaginario) non si sa con certezza perché si crea questo compagno che acquisisce una personalità propria. Le opinioni a questo proposito sono abbastanza discordanti: vi è chi crede che l’amico immaginario sia una creazione innocua dell’immaginazione e della creatività infantile e chi terrorizza i genitori con l’idea della schizofrenia precoce infantile.

Ora, un curioso studio realizzato dall’Università La Trobe di Melbourne, Australia, getta nuova luce su questo fenomeno. I ricercatori hanno intervistato 330 universitari con l’obiettivo di determinare se avessero avuto o meno un amico immaginario nella loro infanzia. Risultato? Gli studenti che avevano avuto un compagno immaginario mostravano maggiori abilità comunicative, erano più empatici e molto più creativi rispetto al resto dei loro compagni.

In parallelo, e in collaborazione con l’Università di Manchester, si studiarono un totale di 44 bambini in età compresa tra i tre ed i sei anni, la metà dei quali aveva amici immaginari. Al termine dello studio si è potuto provare che chi aveva un amico immaginario possedeva un vocabolario più ricco ed era più creativo rispetto al resto dei compagni. Perché?

Sembra dipendere dal fatto che incaricarsi delle due parti della comunicazione faciliti lo sviluppo delle abilità nella stessa. Inoltre, in qualche modo l’amico immaginario facilita l’equilibrio psicologico, dato che aiuta i bambini ad esprimere i propri sentimenti, e a volte ha un effetto catartico contribuendo a ridurre ogni sorta di manifestazione di aggressività. Altri studi assicurano che quando i bambini con amici immaginari diventano adulti, tendono a preferire l’arte e la poesia.

In quali bambini è più comune questo fenomeno? Nei bambini che sono costantemente circondati da adulti o in quelli più sensibili che dimostrano una grande immaginazione e fantasia. Un recente studio sviluppato a Hermosillo, Messico, assicura che quei bambini che passano più tempo di fronte alla TV sono anche loro più propensi a crearsi degli amici immaginari.

A che età scompare questo amico? Normalmente scompare quando il bambino inizia a socializzare in modo continuativo con altri bambini, quasi sempre all’inizio della scuola, intorno ai sei anni.

Ma … in ambito psicologico non tutto è così semplice e lineare. Recentemente alcuni ricercatori dell’Università dell’Oregon e di Washington, assicurano che questi amici immaginari ben lungi da scomparire sono più presenti. Sembra che il 31% dei bambini intervistati tra i sei ed i sette anni aveva amici invisibili mentre che questo fenomeno si evidenziava solo nel 28% dei prescolari, addirittura si è riscontrato in bambini ben più grandi.

Certo è che mentre che per la psicoanalisi e il cognitivismo gli amici immaginari sono espressione di immaturità o sintomo di una nevrosi in fase di sviluppo, la nuova generazione di psicologi sostiene i benefici di questo fenomeno: l’abilità per sperimentare empatia, alternare i punti di vista, provare nuove sequenze di dialogo, cambiare situazioni, ripassare interpretazioni, rispecchiarsi, mettersi nei panni dell’altro …

Ma anche così, resta sempre una domanda: perché i bambini hanno la necessità di creare questi amici immaginari?
 


Fonti:
Kidd, E. (2009) Imaginary friends, real benefits. En: Bulletin Winter of La Trobe University.
(2008, Junio) Prevén que menores adictos a la televisión creen amigos imaginarios. En: El Universal.
Taylor, M.; Carlson, S. M.; Maring, B. L.; Gerow, L. & Charley, C. M. (2004) The Characteristics and Correlates of Fantasy in School-Age Children: Imaginary Companions, Impersonation, and Social Understanding.Developmental Psychology, 40(6):1173-1187.
Gleason, T. R. (2004) Imaginary companions and peer acceptance. International Journal of Behavioral Development, 28(3): 204-209.

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