6 giugno 2013

L’effetto di un orsetto di peluche

Vi sono normalmente tanti piccoli elementi che determinano le nostre emozioni e il nostro comportamento nel quotidiano che spesso sfuggono alla nostra percezione. Per esempio, i mobili con forme arrotondate ci trasmettono una sensazione di comodità e di fiducia, una stanza fredda trasmette indifferenza e solitudine mentre che passare la soglia di una porta promuove la dimenticanza. Allora … che effetto può avere accarezzare un orsetto di peluche?

Alcuni ricercatori dell’Università Nazionale di Singapore si sono posti la stessa domanda e per darvi una risposta hanno ideato un curioso esperimento.

In primo luogo, hanno creato una forte sensazione di emarginazione sociale attraverso falsi questionari sulla personalità che includevano affermazione del tipo: “Siete il tipo di persona che arriverà sola alla fine della vita”. In un altro gruppo si sono stabilite le basi per creare una situazione di incomodità con frasi del tipo: “Odio doverti dire questo, ma nessuno ti ha scelto perché facessi parte del suo gruppo.” Ad un terzo gruppo non si dette nessun tipo di priming.

In seguito, ad ogni persona venne detto che doveva valutare un prodotto: un orsetto di peluche lungo 80 centimetri. Mentre ad un gruppo venne permesso di toccare l’orso, altri dovevano valutarlo a distanza.

I ricercatori erano interessati a sapere come il fatto di avere generato la sensazione di emarginazione avrebbe interferito sulla volontà delle persone per partecipare ad esperimenti futuri così come condividere denaro con altri attraverso un gioco a sfondo economico. Ci si è così chiesti se toccare un orso di peluche potesse incidere su queste decisioni.

Sorprendentemente, le persone che avevano sperimentato la sensazione di emarginazione sociale e che avevano toccato l’orsetto di peluche, tendevano a mostrarsi più cooperative e desiderose di partecipare a esperimenti futuri e condividere denaro con altri. Inoltre, riportavano più emozioni positive. Al contrario, l’orsetto di peluche non ebbe nessun effetto sulle persone che non si sottoposero al priming.

Perché accade questo?

I ricercatori credono che una parte della spiegazione risieda nelle connessioni che stabiliamo tra il benessere emotivo, il calore fisico e le superfici che risultano morbide al tatto. In passato era già stato riscontrato che le persone che si sentivano sole e socialmente emarginate percepivano che una stanza fosse più fredda e tendevano a fare più spesso un bagno caldo. Si conosce che anche interagire con un animale da compagnia migliora notevolmente l’umore e agisce da antidepressivo. In altre parole, toccare un orsetto di peluche (quando ci sentiamo soli) attiva connessioni relazionate con benessere e sicurezza.

Un'altra possibile spiegazione è che i partecipanti percepiscano l’orso come se avesse delle caratteristiche umane. Cioè, anche se consapevolmente sappiamo che si tratta di un pupazzo, inconsciamente gli attribuiamo alcune peculiarità antropomorfiche. Si conosce da tempo che il tocco umano scatena la produzione di ossitocina, un ormone coinvolto nella sensazione di fiducia e nei sentimenti che promuovono la socializzazione.

Ovviamente tutte queste connessioni sarebbero molto più forti nelle persone che si sentono sole e depresse, dato che le loro difese psicologiche sono più basse e sarebbero così più inclini a stabilire qualsiasi tipo di connessione che le aiutasse a sentirsi meglio. O almeno, questa è la spiegazione che offrono i ricercatori.

Personalmente credo che si dovrebbe aggiungere anche una connessione con le nostre esperienze infantili. Quasi sempre associamo un orsetto di peluche alla sensazione di sicurezza e alle esperienze della nostra infanzia che ricordiamo come positive. Forse non è casuale che i bambini preferiscano gli orsetti di peluche per dormire, probabilmente così si sentono più sicuri e meno soli.

Fonte:
Tai, K. Zheng, X. & Narayanan, J. (2011) Touching a Teddy Bear Mitigates Negative Effects of Social Exclusion to Increase Prosocial Behavior. Social Psychological and Personality Science; 2 (6): 618-626.

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Jennifer Delgado Suárez

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