28 dicembre 2012

Terrorismo: viaggio nella mente di un terrorista


Sembra un giorno come un altro, lasci i bambini a scuola, corri veloce al lavoro e saluti con un sorrisso i colleghi. Ti senti sicuro in questa rutine di “normalità” quotidiana. Tuttavia, un’altra persona non sta pianificando un giorno normale...è sul punto di commettere un attentato terroristico. Cosa accade realmente nella sua mente? Cosa la motiva ad uccidere decine o centinaia di altre persone?

Di certo c’è che dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 la letteratura relativa alla psicologia del terrorismo è cresciuta enormemente. Infatti, dal 2001 sono stati scritti più articoli sul tema di quanti non ne siano stati scritti negli ultimi 120 anni. Ad ogni modo questo si può spiegare anche con il fatto che il Dipertimento di Sicurezza degli USA ha destinato 12 milioni di dollari allo studio del terrorismo.

Stabilire le basi per comprendere la mentalità del terrorista

In senso ampio, nel termine “terrorismo” si può includere le azioni più diverse, ma l’obiettivo è sempre uno: causare danno a persone innocenti (generare paura) per ragioni politiche, religiose o derivanti da qualsiasi altro tipo di ideologia.

Forse è superfluo dire che gli studi empirici sul terrorismo sono molto scarsi per le ovvie difficoltà nel cercare di avvicinarsi all’oggetto di studio (il terrorista appunto). Ma anche così, gli ultimi studi realizzati a questo proposito, suggeriscono che la maggioranza dei terroristi non sono persone malate dal punto di vista mentale ma piuttosto sono ben capaci di valutare in modo razionale costi e benefici derivanti dalle loro azioni terroristiche; concludendo ovviamente che queste siano necessarie.

Generalmente, dietro a queste persone si trova qualcuno molto carismatico e con un forte potere da manipolatore, o gruppi che generano un grande senso d’appartenenza nei loro membri in modo tale da spingerli a compiere questo tipo di azioni.

Se diamo uno sguardo al passato, possiamo forse trovare le radici del terrorismo moderno ai tempi della antica Giudea, quando in questa provincia dell’impero gli zeloti provocavano attentati terroristici nei confronti delle truppe di occupazione romane e dei loro collaboratori. Come altri estremisti religiosi, gli zeloti rifiutavano qualsiasi tipo di autorità o legge che non incorporasse le loro credenze.

Secoli dopo, il terrorismo è stato impiegato da diversi movimenti di ispirazione nazionalista, religiosa o politica in molti paesi, allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica in merito alle loro idee. Ma il metodo impiegato era sempre lo stesso: uccidere delle povere persone innocenti. Oggi, la grande maggioranza di coloro che si dedicano al terrorismo ha motivi fondamentalmente religiosi e quasi esclusivamente legati alla religiosità islamica (anche se il recente caso della mattanza di Oslo mostra come il fanatismo religioso di una parte possa direttamente causare polarizzazione e stimolare l’insorgere di una mentalità terroristica anche in altre culture).

Infatti, recentemente si è fatta una classificazione dei terroristi molto didattica che può fare un po’ di luce sulle loro motivazioni:

- Gruppi con interessi speciali: sono persone che utilizzano il terrorismo per legittimare e appoggiare i loro punti di vista e cause radicali, come per esmpio chi si oppone all’aborto o lotta per i diritti degli animali.

- Gruppi estremisti di destra: questi gruppi tentano di mantenere o promuovere vari livelli di gerarchia sociale, come per esempio il razzismo.

- Estremisti religiosi non tradizionali: gruppi che professano culti poco diffusi, come il caso di Aum Shinrikyo, che nle 1995 attacò la metropolitana di Tokyo con gas letali dichiarando di avere l’intenzione di produrre l’Apocalisse.

- Terroristi solitari: persone che commettono atti di terrorismo senza essere affiliati a nessun gruppo e che generalmente presentano un disturbo psicologico. È il caso di Unabomber negli USA.

Sani o malati?

Nel periodo tra il 1996 ed il 1999, la giornalista Nasra Hassan, ha intervistato 250 membri di Hamas e Jihadisti vari nella zona di Gaza, in Palestina. Dall’analisi di queste interviste e dalle impressioni personali che ha avuto la stessa giornalista, si può determinare che nessuno di questi giovani mostra segni di depressione o di malattia mentale, anche tra gli stessi suicidi. Suolevano discutere i dettagli degli attentati con molto sangue freddo ed erano motivati da profonde credenze religiose, secondo le quali stavano facendo la cosa giusta.

Così, gli psicologi stabiliscono che la psicopatologia mentale non sia una spiegazione sufficiente per comprendere cosa accade nella mente di un terrorista. Questa idea è sostenuta in parte dal fatto che molti leader terroristi valutano personalmente e con rigore le persone che andranno a far parte del gruppo, e se percepiscono segni di instabilità mentale in qualcuno suolono escluderlo prontamente.

A confermare questa teoria della stabilità mentale interviene lo psichiatra Marc Sageman, professore all’Università della Pennsylvania, il quale ha analizzato 400 documenti statali e registrazioni di terroristi estremisti. Secondo Sageman, i terroristi non sono nella maniera più assoluta persone alle quali è stato “lavato il cervello”, isolati a livello sociale o combattenti senza speranza.

Al contrario, i dati statistici mostrano qualcosa di diverso: il 90% dei terroristi proviene da famiglie affettuose e senza alcun problema e il 63% degli stessi ha un’istruzione medio-alta. Sebbene, è logico pensare che per esempio in località come la Palestina questo schema può risultare differente. Tuttavia, il risultato interessante dello studio di Sageman, è che smonta totalmente il mito che i terroristi siano prevalentemente persone “usate” e che non dispongano di volontà propria. A questo proposito, ciò che identifica tutti i terroristi è la volontà di sottomettersi al gruppo e desiderare di trascendere attraverso un atto che considerano positivo e benefico per la loro comunità.

Ad ogni modo, si riscontra un’altra coincidenza tra i terroristi: il fatto che hanno ricevuto tutti un’educazione che si fondava nell’odio per una determinata comunità. Questo, in qualche modo, potrebbe avere contribuito a creare nelle persone la credenza che odiare e arrecare danno agli altri sia normale e che non vada punito.

Naturalmente siamo ancora lontani dal comprendere ongni angolo nascosto della mentalità dei terroristi, ma il fatto che si siano già stati smontati alcuni miti ci può aiutare a creare un profilo più attento ed esatto che in un futuro potrà forse aiutarci a salvare molte vite.

Fonti:
Post, J. M. (2007) The Mind of the Terrorist: The Psychology of Terrorism from the IRA to Al-Qaeda. Nueva York: Palgrave Macmillan.
Schaefer, A. (2007) Inside the terrorist Mind. Scientific American Mind; Diciembre-Enero: 73-77.
Speckhard, A. (2004) Soldiers for God: A Study of the Suicide Terrorists in the Moscow Hostage Taking Siege. En: The Roots of Terrorism: Contemporary Trends and Traditional Analysis. Bruselas: NATO Science Series.

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Jennifer Delgado Suárez

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