26 dicembre 2012

La fine: di una storia, una favola o di un racconto


Raccontare storie è una caratteristica umana universale che trascende il tempo e le culture. Tutti amiamo i buoni racconti e il modo in cui da secoli vengono trasmessi. Sappiamo quali sono gli ingredienti ideali che fanno di un buon racconto un’esperienza eccitante.

Tuttavia, una delle parti preferite di ogni storia è sicuramente la fine. La fine ci mantiene in tensione per tutta la durata dello svolgimento del racconto. Alcuni (capita anche a me) non possono resistere alla tentazione di sapere cosa accadrà ai personaggi e vanno subito a leggere l’ultimo capitolo. In seguito tornano al principio e leggono tutta la storia. In inglese queste persone vengono definite: “spoilers”, un termine che in italiano non ha una traduzione molto precisa  ma che fa riferimento a chi scopre il finale del racconto.

La logica ci direbbe che gli spoilers si godrebbero molto meno la lettura del libro dato che ne conoscono già il finale. Ad ogni modo, per esperienza personale e basandomi anche in uno studio realizzato da ricercatori dell’Università della California, si sa che conoscere il finale della storia non toglie piacere all’esperienza della lettura. Infatti, si dice addirittura che è possibile provare ancora più piacere. È ciò che si denomina: “Spoiler Paradox” o paradosso del risultato.

Questi ricercatori hanno sviluppato tre esperimenti basandosi in dodici storie (di autori come Agatha Christie e Anton Chekhov) che includevano percorsi ironici e misteriosi. I partecipanti vennero suddivisi in tre gruppi, a due dei quali venne offerto in anticipo il finale della storia.

Gruppo 1. Ricevette il finale come testo indipendente procedente dalla storia
Gruppo 2. Ricevette il finale in forma di paragrafo al principio della storia
Gruppo 3. Non ebbe l’opportunità di leggere in anticipo il finale

Al termine dell’esperimento si riscontrò che i lettori preferivano le versioni nelle quali veniva incluso il finale, soprattutto quando questo veniva incluso separatamente. Ovviamente, questa scoperta si scontra con i nostri paradigmi. Perchè conoscere in anticipo la fine della storia ci risulta più gratificante?

Per conoscere la risposta dobbiamo andare indietro al 1944 quando alcuni ricercatori dello Smith College, realizzarono uno studio molto semplice ma interessante. In quell’occasione i ricercatori mostrarono ai partecipanti un animazione di due triangoli e un circolo che si muovevano intorno ad un quadrato.

Certamente osservando questa scena composta da figure geometriche la nostra mente tende a dare un senso al movimento e immaginare una storia. I ricercatori scoprirono che la maggioranza delle persone immaginavano che il circolo e uno dei traingoli erano innamorati l’uno dell’altro mentre che il triangolo più grande era il “cattivo” che tentava di separarli.

Così, i ricercatori affermarono che gli esseri umani hanno la tendenza a immaginare e raccontare storie, dando un senso a tutto ciò che vedono intorno a loro e cercando di essere più empatici con le persone intorno a loro.

Questa idea è relazionata con la “teoria della mente”, secondo la quale abbiamo l’abilità di attribuire pensieri, desideri, motivazioni e intenzioni alle persone che sono intorno a noi. Così facendo possiamo predire e spiegare le loro azioni. Ovviamente, la costruzione di una storia ci dice molto in merito ad una persona così che possiamo intercalarci nei suoi panni e conoscerla meglio.

Bene, è precisamente per questa ragione che chi conosce il finale delle storie le troverà più attraenti. Sapere in anticipo come termina la trama di un racconto ci da la possibilità di metterci al posto dei protagonisti in modo che, identificandoci con gli stessi, viviamo più intensamente le loro avventure. Per la stessa ragione possiamo leggere un libro o vedere un film più volte e trovarlo sempre più interessante la seconda o la terza volta.

Fonti:
Leavitt, J. D. & Christenfeld, N. (2011) Story Spoilers Don’t Spoil Stories. Psychological Science; 22(8).
Heider, F. & Simmel, M. (1944) An experimental study of apparent behavior. The American Journal of Psychology; 57(2): 243-259.

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Jennifer Delgado Suárez

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