14 novembre 2012

Le bugie ed il loro significato


In un’occasione Mark Twain affermò: “Tutti mentono…ogni giorno, ogni ora, svegli, addormentati, nei loro sogni e nella loro allegria”. Forse questa frase ci risulterà un tantino esagerata ma sono molti gli studi scientifici che la confermano.

Un esempio è dato dall’esperimento realizzato nel 2002 da ricercatori dell’Università del Massachussetts. In questo caso venne chiesto alle persone che conversassero con un perfetto sconosciuto e, senza che loro lo sapessero, la coversazione veniva registrata. In seguito venne loro chiesto che analizzassero la registrazione e indicassero le bugie che avevano detto. Si scoprì che il 60% di questi mentiva circa ogni 10 minuti della durata della conversazione. Unomini e donne mentivano con la stessa frequenza. Perchè lo facevano? Essenzialmente per due ragioni: per fare sentire meglio l’altra perosna e per dare un’immagine migliore di sè stessi.

Un’altro studio sviluppato dall’Università della Carolina dell’Est nel 1993, mostrò che il 92% dei partecipanti riconosceva di avere mentito al precedente partner. Quale era la bugia più comune? Gli uomini suolevano mentire sul numero delle relazioni avute in precedenza mentre le donne al contrario suolevano mentire “riducendo” il numero delle esperienze sessuali avute in precedenza.

La parte interessante è data dal fatto che questi due studi sono basati nelle bugie nel senso più stretto, ciò nel dichiarare cose false. Ma nella vita di tutti i giorni, TUTTI noi diciamo bugie nelle forme più diverse; per omissione (evitiamo di dire cose che pensiamo potrebbero ferire altri o causarci danno) o esageriamo in merito ad alcuni eventi per renderli più interessanti o per attirare l’attenzione altrui. Per non parlare di tutte quelle espressioni extraverbali (gesti) che fingiamo...(sorrisetti di circostanza, gesti convenzionali di approvazione)

Perchè facciamo questo?

Per un motivo molto semplice: perchè funziona!

Una delle teorie piì interessanti che tentano di spiegare la tendenza a mentire è l’ipotesi dell’intelligenza machiavellica. Questa teoria sostiene che lo sviluppo progressivo dell’intelligenza nel mondo animale si debba alla necessità di sviluppare forme più sofisticate di inganno e manipolazione. Questa ipotesi si applica anche agli esseri umani, affermando che la complessità sociale li ha spinti a migliorare sempre di più i meccanismi per ingannare, facendogli sviluppare abilità superiori nel negoziare per convincere. Questo significherebbe che siamo dei: “bugiardi nati”.

Anche se io non sono partitaria della teoria dell’intelligenza machiavellica, devo riconoscere che l’ambiente sociale svolge un ruolo importante nello sviluppo del nostro lato menzognero. Per esempio, anche se gli educatori dicono ripetutatemnte al bambino di non dire bugie dato che questo è un comportamento negativo, tuttavia iniziano subito ad insegnare al piccolo diverse sottili tattiche di inganno che gli serviranno per inserirsi adeguatamente nella società. Un esempio molto semplice è quando si dice al bambino che “non sta bene” esprimere direttamente il disprezzo per un regalo ricevuto per non offendere la persona che ci ha fatto il regalo. In realtà il bambino esprime sinceramente le sue emozioni, ma molto presto sarà condizionato dal pensiero degli adulti imparando a stabilire quando potrà esprimere le sue idee e quando no. Il piccolo apprenderà così che una bugia a volte rende gli altri più felici e contribuirà a fare sì che lui sia accettato meglio. Allora comincia il gioco!

Sono diversi gli studi scientifici che dimostrano che le persone che mentono tendono ad ottenere migliori posti di lavoro e hanno maggiore successo con le persone del sesso opposto. Di fatto, alcuni anni fa Friedmann dimostrò che gli adolescenti più popolari della sua scuola sono anche quelli che sanno manipolare ed ingannare con maggiore facilità i loro coetanei.

Riassumendo, buona parte delle bugie che diciamo quotidianamente sono un tentativo di inserirci meglio nell’ambiente sociale nel quale ci muoviamo.

Ma non mentiamo solo agli altri, ma anche a noi stessi. Perchè? La risposta ci può venire da un curioso studio realizzato dall’Università del Winsconsin nel 1981, nel quale si è riscontrato che le persone che mentono a se stesse con maggiore frequenza sono più felici di quelle che hanno una prospettiva più realistica del mondo.

In questo caso i ricercatori chiesero ai partecipanti all’esperimento che provassero a vincere in alcuni giochi d’azzardo. Tuttavia, i risultati reali furono manipolati, aumentando o diminuendo le vincite. Le persone sane tendevano a vantarsi quando le vincite erano elevate mentre che tendevano a criticarle quando erano troppo scarse. In parole di Diderot: “Ingoiamo di un sorso la menzogna che ci fa sentire bene e beviamo goccia a goccia la verità che ci rende amari”.

Sorprendentemente, le persone con la tendenza alla depressione valutavano più attentamente la loro prestazione nel gioco, rendendosi conto dell’aumento o della diminuzione dei risultati. Questo studio, che in seguito fu replicato in diverse altre forme, ha prodotto la teoria secondo la quale l’autoinganno (in piccole dosi e in situazioni non rilevanti) ci aiuta a mantenere un buon stato d’animo. Insomma, mentiamo a noi stessi per salvare il nostro ego.

Tuttavia, anche comprendendo il significato delle bugie e il ruolo che queste hanno nella vita intima e nelle relazioni sociali, sono tra quelli che scommettono sulla verità. Il fatto che ci siamo comportati sempre in un certo determinato modo non significa che non vi sia la possibilità di cambiare e iniziare ad essere più diretti, semplici e onesti con noi stessi e con gli altri.

Fonti:
Livingstone, D. (2005) Natural born liars. Scientific American Mind; 16(2): 16-23.
Feldman, R. S.; Forrest, J. A. & Happ, B. R. (2002) Self-Presentation and Verbal Deception: Do Self-Presenters Lie More? Basic and Applied Social Psychology; 24(2): 163–170.
Knox, D. et. Al. (1993) Sexual lies among university students. College Student Journal; 27: 269–272.
Abramson, L. Y. & Alloy, L. B. (1981) Depression, nondepression, and cognitive illusions: Reply to Schwartz.Journal of Experimental Psychology: General; 110(3): 436-447.

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