14 agosto 2012

La tolleranza ha un limite?



La tolleranza viene compresa in diversi modi; vi è chi pensa che si tratti della capacità di assimilare le influenze nocive senza avere una reazione di rifiuto mentre altri vanno oltre affermando che la tolleranza è la virtù di saper coesistere con il diverso senza nutrire pregiudizi. Di sicuro quando sentiamo la parola “tolleranza” ci vengono immediatamente alla mente tutti i suoi significati: flessibilità, condiscendenza e anche i vocaboli: sottomissione, accettazione cognitiva ma non emotiva.

Attraverso il tempo la tolleranza ha assunto un senso negativo che si esprime nella frase: “ti accetto ma non ti capisco (tanto meno voglio farlo)”; si tratta di un contenuto di valore emotivamente negativo che viene associato alla rassegnazione. Così, la tolleranza viene anche messa nell'immaginario popolare in relazione con la resistenza stoica e la passività.

La parola tolleranza implica in primo luogo: “una situazione o una persona/gruppo di persone da tollerare” e in secondo luogo: “un motivo per il quale essere tolleranti”. Ma per andare oltre a chi o cosa dovremo tollerare, la parte interessante risiede nella motivazione per la quale decidiamo di essere tolleranti. Immaginate una situazione nella quale siete stati particolarmente tolleranti, perché lo avete fatto?

Quando siamo tolleranti perché crediamo che non possiamo fare nulla al riguardo, stiamo mostrando una sorta di disperazione appresa, ci stiamo arrendendo di fronte alla situazione o alla persona. Ovviamente, in questo caso la tolleranza acquista contorni negativi perché ci trasformiamo in persone apatiche, disinteressate e non compromesse con la realtà.

Quando manifestiamo tolleranza perché crediamo che non potremo influire sulla situazione che stiamo vivendo, ci stiamo chiudendo in un circolo di immobilità, accettiamo ciò che non possiamo cambiare ma senza trovarci d'accordo con lo stesso. Il trucco sta nel fatto che una volta assunta una attitudine tollerante i livelli di conflittualità percepiti si riducono enormemente, e questo ci aiuta a mantenere le cose nello stato in cui si trovano.

Allora, quando ci prefiggiamo di essere tolleranti il primo passo che dovremmo fare è quello di analizzare le nostre ragioni. Se siamo tolleranti perché no abbiamo nessuna speranza di cambiare le cose  allora entreremo in un circolo forzoso che ci porta a disinteressarci, e questo non ci conduce da nessuna parte.

Tuttavia, esiste la tolleranza attiva, una tolleranza che non implica passività fino a quando non comprende (a livello cognitivo ed emotivo) l’altro o la situazione in causa. In questo caso la tolleranza non assume contorni grigi dato che questa forma di tolleranza significa coesistere con e comprendere l’altro, anche se non siamo disposti a seguirne il comportamento.

Anche se la differenza tra la tolleranza passiva e la tolleranza positiva possa sembrare molto sottile, di sicuro il semplice fatto di accettare emotivamente un fatto, comprenderlo dal punto di vista cognitivo e assumerlo, non come una opportunità disperata ma come un processo decisionale cosciente, marca una differenza notevole nella nostra attitudine verso la situazione e verso noi stessi. In questo caso la tolleranza non sarebbe il minimo ma piuttosto il massimo di quanto si può ottenere indipendentemente dalle differenze.

Ad ogni modo, perché la tolleranza sia un processo positivo devono presentarsi alcuni fattori:

- La disponibilità a concedere e stabilire una relazione di reciproco intercambio
- Mantenere una relazione equa nella quale le parti detengano entrambe sufficiente potere che assicuri che non vi sia sottomissione
- Dare priorità a una serie di interessi comuni
- La possibilità di avere e mostrare liberamente contraddizioni e differenze

Questi fattori garantiscono che tollerare non rappresenti solo un atto di sottomissione o una alternativa unica ma piuttosto una decisione cosciente. Tuttavia, quando questi fattori si manifestano, normalmente si presenta anche un controsenso: le persone non desiderano essere tolleranti solo per paura o perchè sono troppo rigide nei loro schemi comportamentali e di valutazione dell’altro (ma questo è un diverso tema).

Ma oltre al fatto del se assumere un atteggiamento di tolleranza passiva o positiva, c’è chi si chiede quale sia il limite della tolleranza. A questo proposito mi fa piacere pensare che la tolleranza rappresenti una zona in via di sviluppo, uno spazio ancora non adeguatamente sviluppato  ma raggiungibile con l’aiuto di altri. Questa zona di crescita futura sarà più o meno limitata dai pregiudizi, le abitudini, gli stereotipi o le convinzioni che ognuno possiede e la rigidezza o flessibilità che dimostri per cambiare gli stessi. Accettando la tolleranza come una zona condivisa con altri e inserita in una determinata situazione, possiamo comprendere che un comportamento può essere tollerante “qui e ora” ma potrebbe non manifestarsi domani quando le condizioni ambientali (o della persona) siano cambiate.

In senso generale, il limite della tolleranza (la tolleranza positiva) si stabilirà nel punto in cui la persona non possa andare oltre perché il suo sistema di valori lo impedisce, a causa del fatto che ciò che considera “buono e adeguato” non si applica più al caso in questione.

Mi piacerebbe terminare queste riflessioni/inflessioni sulla tolleranza ricordando una frase di Perls che sottolinea l’importanza di essere tolleranti preservando le differenze individuali: “Io faccio a modo mio e tu a modo tuo. No sono in questo mondo per soddisfare le tue aspettative, e tanto meno tu ci sei per soddisfare le mie. Tu sei tu e io sono io. Se per una casualità ci incontriamo sarà bello. Altrimenti, non ci sarà niente da fare”.

Fonte:
Calviño, M. (2001) Análisis dinámico del comportamiento. La Habana: Editorial Félix Varela.

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