29 maggio 2012

Unabomber: l’esperimento psicologico dietro alla follia

Esistono vari passaggi nella storia della psicologia che sono sconosciuti non solo al grande pubblico ma anche
agli stessi professionisti del settore. Normalmente si tratta di storie per le quali i professionisti della psicologia non provano orgoglio, storie che toccano i lati più oscuri della nostra società e che si preferisce ignorare. Alcune di queste storie sono state racconatate in diversi articoli come quello relativo all’esperimento di zimbardo all’Università di Stanford, oppure le ricerche in merito all’apatia sociale di Darley e Latane o lo studio relativo alla grotta dei ladroni realizzato da Muzafer e Carolyn Sherif.

Oggi vi propongo un esperimento diverso che ebbe inizio nel 1959 e si estese fino al 1962. Lo studio in questione venne sviluppato in un laboratoro del Dipartimento di Relazioni Sociali dell’Università di Harvard e fu diretto da Henry A. Murray (colui che aveva lavorato durante la Seconda Guerra Mondiale per l’Ufficio dei Servizi Strategici, tentando di elaborare un profilo psicologico di Hitler).

Utilizzando come soggetti dell’esperimento un totale di 22 studenti, questo studio è passato alla storia come uno dei più problematici ed eticamente discutibili. Per proteggere l’identità dei partecipanti vennero loro assegnati alcuni codici ma tra di loro risaltava il nome di: Theodore John Kaczynsky, meglio conosciuto come Unabomber (per chi non lo conoscesse ricordiamo che è stato un professore universitario, laureato in matematica all’Università del Michigan, che si ritirò dalla vita sociale iniziando ad inviare ad alcune persone dei pacchi contenenti dell’esplosivo fatto che è continuato per un periodo di 17 anni. In questo modo divenne la persona più ricercata negli USA; la sua cattura costò al governo nordamericano diversi milioni di dollari).

L’esperimento di cui parleremo si basava sull’analisi di come le persone reagivano allo stress; a questo proposito Murray sottoponeva gli studenti a interrogatori che egli stesso catalogava come: “veementi ed abusivi”, durante i quali si attaccavano le credenze e gli ideali giungendo a destabilizzare l’io delle persone coinvolte. Così, quando Unabomber venne arrestato, molti si chiesero se questa violenza non fosse relazionata con gli esperimenti dei quali fu oggetto.

Nel 1998, Unabomber venne esaminato da Sally Johnson, una psichiatra forense che concluse: Kaczynski possiede due forti convinzioni: la prima che la società sia particolarmente cattiva e che è suo dovere ribellarsi contro di essa, e la seconda è il provare un odio intenso per le ingiustizie in ambito familiare. Quando le due condizioni convergono danno luogo a Unabomber.” La diagnosi comunemente accettata nel suo caso fu: schizofrenia paranoide.

Tuttavia, altri specialisti come Michael Mello, suggeriscono che in realtà Kaczynski non soffrisse di nessun disturbo mentale e che la sua diagnosi fu solo il risultato della necessità sociale di patologizzare le sue idee a causa del fatto che le stesse facevano sentire scomodi molti gruppi sociali (incluso avvocati, politici, la stampa e gli stessi psicologi). Infatti, il suo manifesto non era opera di un genio e tantomeno di un folle (a parte le sua allusioni alla violenza) ma piuttosto si trattava di un compendio di idee che attualmente sono condivise da molte persone che vedono grandi difficoltà nel mondo moderno che ostacolano lo sviluppo umano a livello emotivo ed etico.

Tornando allo studio, grazie alla elevata intelligenza di Kaczynski, questi fu accettato ad Harvard nel 1958, quando aveva meno di 16 anni. Così potè prendere parte all’esperimento un anno dopo, quando ancora la sua personalità non era del tutto formata ed egli era piuttosto un adolescente che stava esplorando il mondo e le sue frontiere, stava costruendo la propria identità.

Ma...quale era il vero obiettivo di Murray? In una lettera inviata a Munford, lo psicologo affermava che “Il tipo di comportamento di cui si necessita per poter affrontare le minacce attuali presuppone trasformazioni della personalità cme non sono mai avvenute prima in tutta la storia dell’umanità; una trasformazione che converta l’Uomo Nazionale in un Uomo Mondiale”.

Per ottenere questo cambiamento era necessario conoscere il segreto relativo a come si solgono le relazioni interpersonali; soprattutto la diade, ciò che Murray considerava la vera fonte di unità nella società nella quale si coniugavano Sociologia e Psicologia.

Le origini di questo esperimento partirono dai tempi in cui Murray collaborava con il governo implementando studi relativi al lavaggio del cervello ma fu anche incaricato della realizzazione di test per valutare l’idoneità delle persone che desideravano entrare nel sistema della OSS. Così, basandosi nei risultati ottenuti nei suoi esperimenti, Murray sviluppò un sistema di valutazione che permetteva di misurare l’abilità dei volontari nell’autocontrollarsi sotto pressione, la capacità di essere leader, di sostenere gli interrogatori o intravedere il carattere delle persone nel modo in cui si vestivano o nel modo di muoversi.

Una volta che la guerra era terminata, Murray continuò con i suoi esperimenti, rendendoli ogni volta più complessi e raffinati. Il culmine degli stessi fu proprio l’esperimento al quale prese parte anche Unabomber. A questi studenti non venne spiegato in nessun momento quale fosse l’obiettivo dell’esperimento o le condizioni sperimentali, ma fu fatto firmare loro una liberatoria/contratto, nel quale si impegnavano per tre anni, a partecipare per due ore alla settimana offrendo il loro aiuto per risolvere dei “problemi psicologici”.

Così, a Unabomber e ai suoi compagni di esperimento venne chiesto innanzitutto di scrivere su di un foglio quale fosse la loro filosofia di vita, e quali i principi con i quali avrebbero voluto vivere. In seguito dovevano discutere le loro idee. Ma...quando gli studenti giunsero al dibattimento li attendeva una stanza per l’interrogatorio nella quale venivano misurate in tutti i modi possibili le loro reazioni fisiologiche. Durante l’interrogatorio dovevano affrontare persone altamente capacitate nell’arte della denigrazione, che avrebbero contrastato tutte le loro convinzioni, i principi e la filosofia di vita. Gli studenti terminavano il dibattimento restando piuttosto confusi e molto arrabbiati. Questo era solo l’inizio di una lunga serie di dibattimenti, molti dei quali crudeli e senza alcun senso apparente per gli psicologi che collaboravano con Murray.

Infatti, in uno dei rapporti di Murray datato 1959, e dal titolo “Note on dvadic research” il ricercatore affermava che gli obiettivi del suo esperimento si centravano nel disegnare strumenti e procedimenti che permettessero di predire in che modo le persone reagirebbero di fronte alle relazioni diadiche stressanti, motivo per cui si produrrebbe un certo grado di ansietà e di disintegrazione della personalità nei soggetti dello studio. Come è possibile supporre, molte persone si sono chieste se davvero Murray giocava a fare lo scienziato con obiettivi che variavano di volta in volta, o se forse dietro a quell’esperimento si celava un obiettivo governativo che non si poteva divulgare. Addirittura alcuni scrittori come Alexander Cockburn, sono giunti al punto di ipotizzare che forse questi studenti furono anch’essi vittime dell’uso di allucinogeni come l’LSD (senza il loro consenso), situazioni alle quali Murray si era dimostrato interessato e alle quali fece varie allusioni in occasione di un Congresso Internazionale di Psicologia Applicata che ebbe luogo nel 1961.

Naturalmente, va detto che durante il periodo di tre anni in cui Unabomber partecipò a questo esperimento, veniva continuamente controllata la sua capacità cognitiva, la quale non era mai stata ridotta ma...che accadde alla sua vita affettiva? La psichiatra Sally Johnson afferma che durante questi anni Unabomber sviluppò le sue convinzioni anti-tecnologiche, un punto fondamentale che scatenò il suo comportamento violento; affermando inoltre che questi interrogantori lo resero particolarmente vulnerabile di fronte a qualsiasi situazione stressante.

A confermare gli effetti nefasti dell’esperimento si aggiungono alcuni dei partecipanti che si sono potuti rintracciare, anche dopo tre decenni ricordano questi momenti con estrema nitidezza e profondo disagio. È impossibile affermare che queste manipolazioni sperimentali abbiano prodotto un assassino ma senza dubbio questo ha rappresentato il punto di non ritorno in una mente sveglia e una personalità non ancora formata che forse aveva già una certa predisposizione alla follia.

Fonte:
Alston, C. (2000) Harvard and the making of Unabomber. In: The Atlantic.

Dettaglio: Chase Alston è stato compagno di Università di Unabomber, con lui Unabomber ha mantenuto una corrispondenza costante.

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Jennifer Delgado Suárez

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