31 maggio 2012

Instinct (Istinto primordiale): un film che rivela i problemi alla base della società

Ieri, passando in rassegna i miei DVD ho deciso di rivedere quello che per me è un classico del cinema degli ultimi anni: Instinct (Istinto Primordiale), con Anthony Hopkins e Cuba Gooding Jr. Personalmente confesso che indipendentemente dalle critiche cinematografiche che ha ricevuto, questo film mi stimola sempre nuove riflessioni.

Per coloro che non lo hanno visto faccio una piccola rassegna: Anthony Hopkins interpreta la parte di un antropologo che si dedica allo studio dei gorilla di montagnae che è scomparso da circa due anni sulle montagne del Ruanda. La causa della scomparsa è dovuta al fatto che aveva deciso entrare a far parte del gruppo dei gorilla abbandonando definitivamente la civiltà.

In seguito, Hopkins viene accusato di avere ucciso due guardie forestali e viene estradato negli USA. A questo punto fa la sua apparizione Cuba Gooding Jr., un giovane psichiatra in carriera presso l’Università di Miami, al quale viene affidato l’incarico di realizzare la perizia psichiatrica dell'antropologo.

È a questo punto che inizia il dibattito relativo alla libertà, l’ansia di controllo e i problemi che porta con se la cosiddetta “civiltà”.

Quando venne pubblicata la rassegna di questo film sul periodico La Nación, veniva descritto come: un poco di “Joe, il grande gorilla”, alcune pennellate di “Il silenzio degli innocenti”, un pizzico di “Intrappolato in salita”, un poco di “L’attimo fuggente” e “Robinson Crusoe”.

Sebbene è certo che i personaggi del film non riescono ad uscire da stereotipi che sono troppo stretti per i miei gusti, ciò non toglie al film il suo potere stimolante sulla mente, che induce alla riflessione.

Credo che nella trama vengano affrontati due temi fondamentali: il controllo e l’illusione della libertà.

Il nostro desiderio di controllare gli altri e il mondo circostante è davvero più grande di quanto non siamo capaci di riconoscere. Quando controlliamo l’ambiente circostante ci sentiamo sicuri perchè pensiamo di essere protetti dagli imprevisti. Tuttavia, la realtà è ben diversa e basta davvero poco per cambiare la nostra condizione da un momento all'altro. Questo grado d'insicurezza risulta molto difficile da accettare e da gestire, e per questo motivo tentiamo di controllare la maggior quantità di fattori possibili, nel vano tentativo di garantirci maggiore sicurezza e stabilità. Crediamo che mentre più persone o situazioni controlleremo tanto meno saremo esposti all’azzardo e all’imprevisto. Una credenza che non è del tutto certa, dato che, in realtà, la nostra capacià di controllare l’ambiente è piuttosto ridotta.

Inoltre, esistono persone per le quali il controllo si trasforma quasi in una ossessione che termina addirittura con minare la salute mentale e fisica. A questo punto il controllo perde completamente senso.

L’altro aspetto che affronta il film è l’illusione della libertà. Molti anni fa Konrad Lorenz affermò che mentre maggiore è lo sviluppo di una società tanto più stretta sarà la camicia di forza alla quale saranno sottoposti i suoi membri.

Il fatto che le guardie siano sostituite da una videocamera di sorveglianza non significa che siamo più liberi ma semplicemnete che non esiste una figura sulla quale ricade la responsabilità del controllo su ognuno di noi. Nella società occidentale molte persone passano una media di quattro ore al giorno in auto per andare e tornare dal lavoro e altre 8/9 ore lavorando. È questa libertà? Possiamo rifiutare di seguire il ritmo di vita impostoci dalla società? Un mio amico diceva sempre che abbiamo un solo dovere sulla terra: quello di essere felici. Ma siamo davvero felici con questo ritmo di vita? Non è un caso allora che sempre più persone scelgano la “semplicità volontaria”, meglio conosciuta con il termine inglese Downshifting.

Poco tempo fa è uscito uno spot pubblicitario di una impresa di assicurazioni attraverso il quale si inviano messaggi del tipo: “l’aiuto quando lo necessiti”, riferito ne più ne meno che a pensionati o persone oltre i 65 anni. La società ci invia costantemente messaggi molto sottili relativi a come strutturare la nostra vita, addirittura determina quando avremo il diritto di disporre del tempo da dedidcare a noi stessi e alla nostra famiglia. È questa libertà?

Insomma...credo che "a buon intenditore poche parole", termino con una frase per me significativa del film: “azzardati ad oltrepassare i limiti che hai imposto alla tua libertà”.

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Jennifer Delgado Suárez

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