14 settembre 2011

Verità e menzogna: l’oscurità promuove comportamenti poco etici


Immaginiamoci un giorno di sole e una persona seduta di fronte ad un progetto che deve consegnare nelle prossime due ore; i dati non ci sono tutti ma il rapporto deve essere concluso. Questa persona mentirà?

Ora immaginiamo la stessa persona seduta di fronte allo stesso progetto che deve essere terminato nelle prossime due ore, ma in questa occasione il suo ufficio è in penombra. Mentirà?

Probabilmente molti risponderebbero che non cambierebbe molto, dato che sono le persone a decidere quando e se mentire, ma è così?

Uno studio sviluppato dalle Università di Toronto e della Carolina del Nord, suggerisce che l’oscurità promuove l’inganno. Come si è giunti a questa conclusione?

I ricercatori chiesero a 84 studenti che completassero un compito matematico di base offrendo loro un tempo limite per concluderlo. In seguito, dopo avere terminato l’esercizio, gli stessi studenti avrebbero dovuto compilare in modo anonimo un formulario nel quale avrebbero indicato a quante delle 20 domande avessero risposto esattamente e rispetto alla loro prestazione, potevano reclamare un premio in denaro che arrivava ad un massimo di 12 dollari. La metà degli studenti completò questi formulari in una stanza completamente illuminata mentre l’altra metà lo fece in una stanza in penombra (anche se comunque disponevano di luce sufficiente per distinguersi l’un l’altro).

Naturalmente, i ricercatori avevano introdotto un codice surrettizio per ottenere di accoppiare i formulari con i compiti matematici corrispondenti. Come è facile supporre, gli studenti che compilarono il formulario nella stanza in penombra tendevano ad esagerare le loro prestazioni (mostrando una media di 4,21 risultati falsi in più rispetto a quelli che compilarono il formulario nella stanza completamente illuminata che mostrarono invece una media di 0,83 risposte esagerate in più). Un’altra prospettiva è quella di considerare che il 60,5% degli studenti che restarono in penombra, esagerarono il loro rendimento mentre che fecero lo stesso solo il 24,4% di quelli che si trovavano in stanze illuminate.

I ricercatori considerano che, nello stesso modo in cui un bambino piccolo crede di essere invisibile se si copre gli occhi, le perosne mostrano una risposta “automatica” di fronte all’oscurità, identificandola erroneamente con l’anonimato (con la conseguente licenza morale che deriva dalla certezza di restare anonimi).

Un secondo studio abbastanza curioso, suggerisce anch’esso la relazione che ci sarebbe tra l’oscurità e l’anonimato. I partecipanti furono 50, utilizzavano occhiali da sole per giocare ad un gioco al computer di contenuto economico e tendevano a condividere meno denaro (con un supposto compagno di gioco che si trovava in un’altra sala) e lo facevano con meno fiducia rispetto a coloro che giocavano lo stesso gioco con occhiali normali ed in piena luce.

Gli studiosi non hanno alcun dubbio, l’oscurità induce le persone ad una falsa sensazione che la propria identità si possa nascondere, credono di restare inosservati, e questo li fa sentire meno inibiti dalle regole sociali e dal codice morale, e così scelgono comportamenti che alla luce del sole non attuerebbero mai.

Fonte:
Zhong, C., Bohns, V., & Gino, F. (2010). Good Lamps Are the Best Police: Darkness Increases Dishonesty and Self-Interested Behavior. Psychological Science; 21(3): 311-314.

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