12 settembre 2011

Sanità mentale: un curioso studio


Siamo in grado di distinguere le persone sane da quelle malate all’interno di un ospedale psichiatrico? Probabilmente tutti pensiamo di si ma...un esperimento curioso sviluppato dall’Università di Stanford nel 1973 ci conferma che questo compito non è così semplice come si potrebbe immaginare, dato che gli ospedali psichiatrici impongono condizioni ambientali speciali nelle quali il significato dei comportamenti può essere facilmente malinterpretato. La spersonalizzazione, la segregazione, la mancanza di potere, l’etichettatura e a volte l’umiliazione, possono contribuire a creare un ambiente anti-terapeutico.

L’esperimento che vi propongo, cerca di mettere in discussione la validità della diagnosi psichiatrica. A realizzarlo fu David Rosenhan, ed ebbe un impatto notevole sul modo in cui veniva compresa la diagnosi e le istituzioni psichiatriche stesse.

Questo studio era suddiviso in due parti. Nella prima fase lo stesso Rosenhan e alcuni collaboratori (tutti sani, chiamati: “pseudopazienti”) simularono allucinazioni uditive nel tentativo di essere ammessi in 12 differenti centri psichiatrici situati in altrettanti diversi stati degli USA (evidentemente, questi centri erano all’oscuro dell’esperimento).

Tutti furono ammessi e vennero loro diagnosticati diversi disordini psichiatrici anche se non avevano mai sofferto di malattie mentali. Dopo l’ammissione, gli pseudopazienti conversarono con lo staff medico e dissero di non avere più sperimentato allucinazioni e che si sentivano bene. Sorprendentemente, lo staff medico identificò uno solo degli pseudopazienti, mentre che gli altri restarono per giorni internati dato che si continuava a imputare loro vari sintomi di infermità mentale. Per poter essere liberati, furono tutti obbligati ad ammettere di soffrire della supposta malattia mentale che venne loro diagnosticata e ad assumere psicofarmaci.

Anche se per evidenti motivi questi individui utilizzarono degli pseudonimi, in seguito, il resto delle informazioni che riportarono agli psichiatri in merito alla loro storia familiare e alle loro proprie vite, erano assolutamente vere. L’unica menzogna consisteva nell’affermare che sentivano una voce dello stesso sesso che a volte pronunciava parole come: “vuoto”, “buco”, “colpo”...ma niente di più. Queste parole dette durante la prima intervista, furono interpretate dagli psichiatri come l’espressione di una crisi esistenziale, tuttavia, anche se ogni pseudopaziente venne catalogato con l’etichetta: “agisce in modo normale”, “non dice più che sente voci” e “si domostra cooperativo”, furono ugualmente ammessi nell’istituto.

Undici di queste persone vennero diagnosticate come schizofreniche ed un caso venne etichettato: psicosi maniaco-depressiva (la diagnosi più ottimista, che tra l’altro fu pronunciata in un ospedale privato). I pazienti furono trattenuti un minimo di sette giorni, in un caso estremo il paziente fu trattenuto per ben 52 giorni. Tutti furono dimessi con la diagnosi: “schizofrenia in remissione”, il che dimostra che gli stessi psichiatri consideravano le malattie mentali ed il loro carattere irreversibile seguendo uno stereotipo.

La parte curiosa è che, anche se nessuna persona dello staff medico si rese conto che gli pseudopazienti erano impostori, alcuni pazienti reali dell’ospedale psichiatrico se ne resero conto. Preoccupante no? Per essere più precisi, relativamente alla prima delle tre ospedalizzazioni alle quali furono sottoposti gli sperimentatori, 35 dei 118 malati reali mostrarono dei sospetti che gli pseudopazienti potessero essere ricercatori o giornalisti che si apprestavano a fare uno studio all’interno dell’ospedale.

Un’altro dato interessante è che molti dei nostri comportamenti apparentemente normali, quando vengono osservati all’interno di uno schema psichiatrico che cerca di convalidare una diagnosi, possono essere compresi come patologici. Tale è il caso di uno pseudopaziente che prendeva appunti, questo comportamento venne considerato come una espressione comportamentale tipica della schizofrenia.

Rosenhan ed il resto dei collaboratori riportarono esperienze di spersonalizzazione, invasione grave della privacy e una grande noia durante il periodo di internamento. A questo contribuiva il fatto che fossero continuamente sotto sorveglianza da parte dello staff medico, anche quando dovevano espletare le necessità fisiologiche ,ed in alcuni casi si parlava dei loro casi in loro presenza come se questi non potessero udire. Il contatto con il personale medico si limitava a 6-8 minuti al giorno.

Nella seconda parte dell’esperimento, fu chiesto ad uno staff di psichiatri che identificassero i pazienti falsi (che non esistevano) nel loro istituto. Quando venne realizzato questo esperimento si conoscevano già i risultati dell’esperimento anteriore, per questo motivo molti psichiatri si dimostrarono disposti a partecipare supponendo che non si sarebbero sbagliati nell’individuare le persone sane tra quelle malate. Rosenhan li avvertì che nei tre mesi precedenti alcune persone avevano tentato di farsi ammettere all’ospedale. Inutile dire che lo staff medico sospettava di ogni nuovo caso che appariva. Su di un totale di 193 pazienti, 41 furono considerati impostori ed altri 42 vennero etichettati come sospetti. Nella realtà Rosenhan non aveva inviato nessuno, e quindi tutte quelle persone erano pazienti reali.

In seguito, furono realizzati altri studi simili; a questo punto una conclusione appare evidente: negli istituti psichiatrici è particolarmente difficile distinguere le persone sane da quelle malate.

Certo è che oltre alle critiche che possono essere avanzate ai metodi utilizzati, che possono essere positive o negative, gli psichiatri e lo staff medico non sempre possono evitare di ricorrere alla presupposizione ed alla etichettatura. Insomma, quando una persona entra in un centro psichiatrico, tutto il suo comportamento viene analizzato con l’intenzione di trovare segni patologici, e a questo si aggiunge il fatto che l’ambiente in cui si va ad inserire questa persona ha delle ripercussioni sul modo di sentire e di comportarsi di quest’ultima. Tuttavia, credo che la lezione fondamentale che dovremmo ottenere da questo curioso esperimento sta nel fatto che dovremmo cercare di essere particolarmente sensibili di fronte alla malattia mentale e imparare ad affrontarla in una prospettiva più spregiudicata. Dovremmo accettare una volta per tutte che non esiste un’etichetta per ogni patologia; piuttosto che combattere contro disturbi, sintomi o malattie ci dovremmo considerare che ci troviamo ad avere a che fare con delle persone.

Fonte:
Rosenhan, D. L. (1973) On Being Sane in Insane Places. Science; 179(4070): 250-258.

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