02 settembre 2011

Personalità multipla: uno sguardo ai casi più famosi

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La personalità multipla o disturbo dissociativo di identità, come viene effettivamente denominato, è una delle psicopatologie più conosciute e risveglia allo stesso tempo un’interesse e un fascino particolari nel grande pubblico; ad ogni modo, nello stesso tempo è uno dei disturbi psichici con la minore incidenza (1,1% della polazione mondiale). Da dove proviene questa notorietà? Diamo uno sguardo alla storia del disturbo dissociativo di indentità e ai suoi casi principali.

Il primo caso riconosciuto venne menzionato dal medico tedesco Eberhardt Gmelin nel 1791. Si trattava di una giovane tedesca sui vent’anni che improvvisamente iniziò a parlare in francese, in modo perfetto, addirittura il suo tedesco acquisì un certo acento francofono. Questo nuovo Io conosceva la personalità primaria (come viene denominata la personalità originale) e manteneva i suoi ricordi, mentre che il suo Io primario non giunse a conoscere questa nuova personalità. Il medico affermava che la giovane poteva assumere una personalità o l’altra con un semplice movimento delle mani.

Nel 1816 Samuel Lotham Mitchell documenta il caso di Mary Reynolds, che per molti specialisti rappresenta il primo caso commentato seriamente nella letteratura medica. Mary nacque in Inghilterra ma in seguito si trasferì negli Stati Uniti. Viene descritta come una giovane malinconica, introversa e solitaria. Dopo aver passato sei settimane in stato di cecità e sordità totali, si risvegliò con una personalità totalmente differente (estroversa, scherzosa, vivace...). Sembrava una bambina, senza nessun ricordo del periodo precedente e tantomeno del linguaggio, non ricordava di saper scrivere e non ricordava la sua famiglia. Cinque settimane dopo la personalità primaria ritornò dopo un periodo di 20 ore di sonno. Tornò ad essere la Mary di sempre ma non ricordava nulla dell’accaduto. Questa alternanza di personalità si sarebbe succeduta per 15 anni, sempre preceduta da periodi di lungo sonno. Dopo quasi 30 anni la personalità secondaria (che a questo punto aveva appreso tutto il necessario) divenne predominante e con queste caratteristiche personologiche Mary continuò a vivere il resto della sua vita.

Alla fine del secolo XIX appare il terzo caso curioso, seguito dallo psicoterapeuta francese Eugene Azam. È il caso di Felida X, una giovane timida, introversa, seria...che mostrava due personalità con un Io e con caratteristiche opposte. Come nel caso di Mary, in questa occasione la personalità primaria non conosceva l’esistenza della secondaria ma il suo Io secondario si burlava normalmente del carattere e della poca vivacità dell’Io primario. Molto spesso la personalità primaria dovette affrontare varie situazioni imbarazzanti provocate dall’altro Io. Giunta ai 30 anni d’età, la personalità primaria venne quasi completamente annullata mentre la personalità secondaria si instaurò completamente.

Nel 1905 lo psicologo Morton Prince descrisse nel Journal of Abnormal Psychology, il caso di Miss Beauchamp, che appare nella maggior parte dei manuali di psicopatologia. Questa giovane si presentò in ambulatorio lamentando affaticamento, perdita di vigore fisico e mentale. A questo punto, durante le sessioni di ipnosi si dispiega una seconda personalità abbastanza opposta e piena di vitalità che detesta le responsabilità e ama divertirsi...in seguito appaiono una terza personalità e una quarta. Il terzo Io era molto irritabile, ossessivo, collerico e affermava di essere un’entità spirituale che aveva preso possesso del corpo agendo in qualità di filio conduttore attraverso le differenti personalità. Nello stesso tempo, soleva fare scherzi alla personalità primaria.

Lo psicologo racconta che quando la giovane soleva andare in vacanza, egli manteneva una corrispondenza separata con ognuna delle quattro personalità. Dopo vari anni di terapia si riuscì ad integrare la personalità della giovane anche se i ricordi della terza personalità non si recuperarono mai più.

Nel 1917, Walter F. Prince, presentò al mondo il caso di Doris Fisher; una donna aveva sviluppato cinque differenti personalità. Il caso era talmente grave che la vera Doris si presentava solo cinque minuti al giorno, il resto del tempo era occupato dalle altre personalità. Una delle personalità battezzata come Margaret, era particolarmente scontrosa e violenta, si provocava autolesioni allo scopo che la personalità primaria provasse dolore ma la parte sorprendente è che aveva la capacità di vedere al buio e sentire conversazioni a grande distanza. Dopo venti anni di terapia, Doris potè recuperare la sua personalità primaria.

Ma il caso che fece conoscere al grande pubblico il disturbo dissociativo di identità fu quello di Chris Costner, che giunse all’ambulatorio degli specialisti Thigpen e Cleckey lamentando fortissimi dolori di testa per i quali nessun medico fu in grado di stabilire la causa. Dopo varie sessioni la giovane mostrò altre due personalità alle quali si ispirò uno dei libri più famosi della letteratura psichiatrica popolare: “I tre volti di Eva”, che fu anche portato al cinema.

Questo caso risale al 1957 ma il disturbo dissociativo di identità concretizzò la sua fama nel 1973 quando la psichiatra Flora Rheta (adoro lo stile con cui scrive) pubblicò il famoso libro “Sybil” (Sibilla), anche questo fu in seguito rappresentato al cinema. In questa storia assolutamente reale, la giovane protagonista esibiva un totale di 16 diverse personalità.

Come dato curioso segnalo che questi casi si svilupparono al di fuori dell’APA, infatti l’APA (Associazione Americana di Psicologia) avrebbe riconosciuto questo disturbo solo nel 1980. Perchè finalmente decidette di riconscerlo? Come si può supporre, dopo l’uscita del libro e del film Sybil negli USA si sviluppò una vera e propria febbre del disturbo dissociativo di identità. I critici non simpatizzanti dell’APA sostengono che fu il “riconoscimento mediatico” la causa che spinse l’APA a ufficializzare il disturbo. Tuttavia, attualmente non mancano specialisti che mettono in discussione la validità di questa realtà, soprattutto perchè prima del caso di Sybil erano stati descritti solo una cinquantina di casi in tutto il mondo metre che dopo di questi il numerò salì a 40 mila, la maggioranza diagnosticati negli USA. Per questo ultimo motivo si sotiene l’ipotesi che si tratti di un disturbo creato culturalmente e sostenuto dai mezzi di comunicazione. È possibile che un fenomeno mediatico possa fomentare lo sviluppo di una psicopatologia? Sembra proprio di sì.

Fonti:
Dell, D. F. (2006) Nuevo modelo de trastorno de identidad disociativo. Clínicas Psiquiátricas de Norteamerica; 29: 1-26.
Star, V. (2006) El ámbito de los trastornos disociativos: una perspectiva internacional. Clínicas Psiquiátricas de Norteamerica; 29: 227-244.
Vera, V. (2006) Imágenes de la locura. Madrid: Calamar Ediciones.

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