19 settembre 2011

Downshifting: l’arte di vivere con meno


Il downshifting (scalare la marcia), tanto di moda in questi ultimi anni, è una moda anglosassone che dopo avere attraversato gli USA sta ora penetrando in Europa con il pretesto di portare una ventata di novità, anche se di nuovo in essa non vi è praticamente nulla dato che le sue idee principali si basano nella saggezza popolare ed antica.

La ragione per la quale questo movimento di pensiero è andato guadagnando tanta forza dipende dal ritmo vertiginoso al quale si muove la nostra società contemporanea. Forse è per questo motivo che i primi ad applicare questo stile di vita sono stati appunto manager, alti dirigenti e persone che avevano una certa responsabilità in grandi imprese ed erano per questo sottoposti quotidianamente ad un certo livello di stress. L’intenzione, come sostengono questi, era di sfuggire allo stress, al consumismo ed alla carenza di relazioni umane solide. Uscire dal sistema insomma...

Ma il downshifting è qualcosa di più che una moda lanciata da benestanti ed affermati dirigenti annoiati e stressati...

Il downshifting in cifre

Secondo Datamonitor (un’agenzia londinese), solo nel 2007 i lavoratori che avevano ridotto il loro ritmo di lavoro e di consumo erano intorno ai 16 milioni, dei quali 2,6 solo nel Regno Unito. Si tratta di uno stile di vita che assumono soprattutto persone di età comprese tra i 30 ed i 40 anni. Questo contrasta con ciò che affermano anche alcuni noti downshifter italiani, secondo i quali fare downshifting sia una scelta praticabile solo da persone che hanno lavorato sodo per molti anni ed hanno ammassato piccole fortune che permettono loro di vivere in parte di rendita (in Ingilterra sembra trattarsi invece di una scelta messa in pratica da persone di tutti i ceti sociali che hanno ridotto fino al 40% i loro consumi abituali).

Il metodo più comune per iniziare a fare downshifting è semplicemente quello di abbandonare l’attuale occupazione che richiede troppo da noi, e cercare un’altra fonte di reddito che permetta di avere a disposizione più tempo libero. Molti si limitano semplicemente a ridurre le ore lavorative o a porre limiti alla propia carriera. Le motivazioni più comuni sono: passare più tempo con la famiglia (un terzo degli intervistati), seguita dal desiderio di dare un maggire senso alla vita e dalla pretesa di assumere uno stile di vita più sano.

Forse il dato più interessante è che il 90% delle persone intervistate che avevano messo in pratica il downshifting, dichiaravano di essere soddisfatte della propria scelta.

Chiarendo i concetti. La semplcità volontaria.

Nel 1994 fu usato per la prima volta il termine downshifting, attribuito a Gerald Celente, ricercatore del Trends Research Institute di New York, anche se le sue origini sono anche attribuite alle diverse idee già diffuse negli anni 80 in merito alla cosidetta “semplicità volontaria”.

Da allora si sono succedute molte diverse definizioni. Alcuni considerano il downshifting come un’abilità che permette di intraprendere uno stile di vita che massimizza il controllo personale sulla vita quotidiana e minimizza il consumo e la dipendenza, mentre che altri sostengono che si tratta semplicemnte di un orientamenteo diretto a ridurre i consumi.

Una delle concettualizzazioni più accettate (la possiamo trovare anche in Wikipedia) è: “i lavoratori che in modo volontario e consapevole riducono il proprio salario ed il numero di ore lavorative nella propria attività professionale per disporre di maggiore tempo libero”.

Devo dire che queste definizioni non mi soddisfano, le trovo troppo riduzioniste. Dal mio punto di vista il downshifting va ben oltre l’idea di un cambiamento esteriore espresso nella relazione impegno lavorativo-beneficio economico, andando ad interessare la persona nella sua interezza. Secondo me downshifting non significa solo ridurre il ritmo lavorativo perchè siamo stressati, è una decisione consapevole che implica un cambiamento nella prospettiva in cui si considera il mondo e nella gerarchia delle nostre necessità.

In questo modo il downshifting contribuisce a ridurre lo stress quotidiano partendo dal mettere in pratica uno stile di vita più soddisfacente. Questo stile di vita si basa nel ridimensionamento delle nostre priorità quotidiane e dei nostri obiettivi nel tempo, appoggiandosi su tre punti fondamentali: la riduzione del carico lavorativo, l’arricchimento delle relazioni umane ed il consumo consapevole.

Lavorando meno, ovviamente, guadagneremo anche meno. Dovremo allora accettare consapevolmente che sia possibile vivere con molto meno di ciò a cui siamo abituati. Si tratta di cambiare la gerarchia delle nostre necessità: dovremo dare la priorità alle relazioni interpersonali ed ai notri veri interessi piuttosto che al beneficio economico, adottando strategie di risparmio e riduzione dei consumi partendo da tutto ciò che non è veramente indispensabile.

Questa possibilità è praticabile da chiunque, dato che la sua essenza si sostiene nell’idea del consumo consapevole. Siamo onesti: possiamo vivere con molto meno di ciò che possediamo. Non è necessario cambiare il cellulare ogni anno e tantomeno essere i primi ad acquistare l’ultima tecnologia. Tutti possiamo ridurre più o meno i notri livelli di consumo e questo ci aiuterà a ridurre lo stress provocato dalla necessità di possedere l’oggetto alla moda.

Pensare al downshifting come alla semplice riduzione delle ore lavorate, o perchè è attualemnte di moda, non ci porterà grandi benefici. Dovremmo assumerlo come uno stile di vita che prevede un viaggio dentro di noi nel tentativo di trovare i punti che ci mantengono agganciati inconsapevolmente alla società moderna dei cosumi, per poterci così sganciare definitivamente da questa e passare a gestire consapevolmente le nostre scelte.

Ricordiamo sempre che il maggior ostacolo al cambiamento non viene dall’ambiente ma puttosto da dentro di noi. Molte persone hanno costruito una vita nella quale si sentono “relativamente comodi” e fa loro paura l’idea di uscire da questa per affrontare qualcosa di nuovo e di incerto. Soprattutto, ci fa molta paura l’idea di assumerci le nostre responsabilità e liberarci da una società che tende ad omogeneizzare tutto e tutti.

La semplice frase di Zygmunt Bauman: “consumo, quindi esisto”, risulta molto significativa.

Fonte:
Hamilton, C. (2003) Downshifting in Britain. A sea-change in the pursuit of happiness. Discussion Papers; 58: 1-30.

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Jennifer Delgado Suárez

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