19 agosto 2011

Vaslav Nijinsky: un caso insolito nella storia della psichiatria


Per coloro che non lo conoscono è stato il più famoso di tutti i ballerini russi. Oggi viene considerato uno dei ballerini di maggiore talento di tutto il mondo, essendosi per questo guadagnato l’epiteto di “Dio della Danza” e precursore del balletto moderno. La sua storia è stata abbastanza sconcertante, si ammalò rapidamente e mantenne la sua psicosi per vari decenni. In questo tempo di follia venne assistito da prestigiosi psichiatri dell’epoca che non ottennero di eliminare i suoi sintomi (tra i più famosi incontriamo lo stesso Freud, Bleuer, Jung e Adler) ma un bel giorno (come conseguenza di un incontro insperato), Vaslav recupera parte della sua lucidità e a partire da questo momento è capace di condurre una vita abbastanza normale fino alla morte.

Vaslav nacque nel 1890 o nel 1889 (la data precisa si disconosce) come secondogenito di una coppia russa che ebbe tre figli. L’ambiente famigliare, sebbene risultasse abbastanza stimolante rispetto al mondo del ballo ma era negativo sotto molti altri aspetti; sua madre soffriva di crisi depressive ricorrenti, suo fratello maggiore tentò il suicidio molto giovane e venne in seguito rinchiuso in un manicomio mentre il padre terminò con l’abbandonare i restanti filgi in balia di una madre non molto equilibrata.

Vaslav passò ben presto ad essere il sostenitore della famiglia, all’età di diciassette anni era già un ballerino riconosciuto e acclamato nel suo paese. Visse in questo periodo diverse relazioni omosessuali con uomini molto più grandi di lui (relazioni nelle quali Freud intravide il tentativo di recuperare la figura paterna perduta) ma in seguito si sposò ed ebbe una figlia. Il suo matrimonio non fu molto felice, non tanto per le caratteristiche personologiche di sua moglie, ma anche perchè le sue relazioni sessuali non erano per lui del tutto soddisfacenti. Lo stesso Vaslav riconobbe in un suo diario che, entrato in piena adolescenza, per eccitarsi aveva la necessità di osservare il proprio stesso corpo, come usava dire: “mi trasformai nell’oggetto del mio proprio desiderio”. Il principio di un disturbo narcisista che sarebbe sfociato in problemi ben maggiori?

Alla fine del 1917 le sue idee paranoiche peggiorarono, pensava che il resto delle persone che aveva intorno lo invidiassero e lo odiassero, che desiderassero ucciderlo o causargli danno per impedirgli di ballare. (Vale la pena di chiarire che in parte queste paure e idee paranoiche erano causate da una vicenda che visse da piccolo. I suoi compagni gli organizzarono uno scherzo che lo fece cadere in coma per una settimana e che lo obbligò a passare un anno in convalescenza, da allora si mostrava sospettoso verso chiunque e aveva costantemente paura di morire).

Fu in questo periodo che iniziò a vagabondare per la città, reagiva violentemente quando le persone si avvicinavano, parlava con amici immaginari e portava con sè una croce sulle sue spalle affermando di essere Dio. Si dedicò inoltre alla creazione di un linguaggio specifico scritto per la danza, qualcosa di assolutamente complicato e senza senso per chiunque lo vedesse.

A 28 anni tocca il fondo, fu allora che iniziò a farsi visitare da diversi specialisti di psichiatria. Il primo ad occuparsi di lui fu Bleuer, il maggior conoscitore della schizofrenia dell’epoca che non fece attendere la sua diagnosi: la mente di quest’uomo è divisa in due parti, probabilmente in una forma incurabile.

In seguito venne portato nell’istituto più esclusivo di tutta Europa: Kuranstalt Bellevue, dove sarebbe stato esaminato da Ludwing Binswanger (specialista nel trattamento di persone creative instabili). Binswanger tentò di dare un certo ordine a quella mente caotica utilizzando i trattamenti psicologici più moderni per l’epoca, ma in tutta risposta ottenne crisi catatoniche più forti e violente, cambiamenti d’umore che terminavano con episodi maniacali.

A questo punto cadde nelle mani di Manfred Sakel, il conosciuto inventore della terapia dello schock insulinico, trattamento che non ottenne nessun miglioramento nel paziente.

Passò così a Freud, che dopo la diagnosi affermò che la terapia psicoanalitica avrebbe potuto fare ben poco. Di fronte al pessimismo Freudiano, non restava altra opzione che tentare il tutto per tutto e rivolgersi con speranza a quelli che a quell’epoca gli ispiravano più fiducia: gli umanisti. Alfred Adler lo analizzò e consluse che il suo problema dipendeva dal fatto che lui viveva un forte complesso d’inferiorità. Evidentemente, quella diagnosi era piuttosto lontano dalla realtà (con tutto il mio rispetto per Adler).

L’ultimo psichiatra riconosciuto che vide fu Jung, il quale declinò ancor più rapidamente di Freud di offrirgli un qualsiasi trattamento.

Al termine di tante opinioni divergenti, la maggior parte pessimistiche in relazione al corso della malattia, Vaslav sprofondò nel delirio, parlava senza che nessuno lo potesse intendere, divenne più aggressivo (in un caso tentò di uccidere la moglie) e perdette tutte le inibizioni, dato che soleva masturbarsi ovunque ne avesse voglia senza preoccuparsi di chi avesse di fronte o di dove si trovasse.

Quando tutti lo davano per perso, nel marzo del 1945, scappo dal manicomio dove era internato e per le strade incontrò alcuni soldati russi che lo riconobbero immediatamente. A quel punto, quando Vaslav ebbe l’opportunità di udire di nuovo la sua lingua madre e di beneficiare dell’affetto che qui soldati gli mostravano recuperò vita. Nei giorni seguenti rivide i soldati con i quali ebbe occasione di parlare, cantare e mostrare loro la sua arte: tornò a ballare. Pareva sereno, rilassato e addirittura felice.

In seguito tornò con sua moglie e insieme si trasferirono in Inghilterra dove abbandonò ogni tipo di trattamento psichiatrico dato che la maggioranza dei sintomi erano svaniti, terminò soffrendo solo di un po’ di insonnia e di irritabilità

La parte più curiosa relativa a questo caso non riguarda tanto la guarigione dato che conosciamo bene il caso di altre persone malate di schizofrenia che sono state recuperate, ma piuttosto il fatto di essere passato per tante mani “specializzate” nei problemi della mente umana e che nessuna di queste sia stata capace di andare all’origine del disturbo.

Fonte:
Kottler, J. A. (20007) Divine Madness.

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Jennifer Delgado Suárez

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