7 luglio 2011

Sindrome da Acquisti: consumismo e consumopatia


La società moderna ci costringe sempre più all’interno di un vortice consumistico attraverso i più diversi messaggi che ci motivano ad acquistare sempre più freneticamente beni a volte totalmente inutili. Il possesso di una certa cosa si converte così in una vera e propria fonte di felicità, molto fugace (bisogna ricordarlo) dato che sempre esisterà un modello dello stesso prodotto che sia più moderno, funzionale e più appetibile di quello che possediamo noi. Consumare è anche una forma di costruire un’identità sociale più accettabile di quella che già abbiamo e naturalmente, fare shopping è una delle terapie preferite per chi vuole tenere sotto controllo l’ansia, la depressione e lo stress...insomma, qualsiasi scusa è buona. Ma...esiste un punto nel quale l’impulso ad acquistare si converte in una vera e propria patologia.

Oggi si sentono nuovi termini: shopping patologico, shopping compulsivo, consumopatia o Sindrome da Acquisti. Una miscela esplosiva tra i desideri e le debolezze personali e l’impulso ad acquistare che viene alimentato dalla cultura nella quale si sviluppa l’individuo. Anche se per essere onesta questi vocaboli non sono del tutto nuovi, Kraepelin iniziò ad utilizzarli nel lontano 1915 per riferirsi alla mania di comprare.

Lo shopping compulsivo è un vero e proprio malessere psicologico provocato da un comportamento caratterizzato dalle crisi di acquisizione.

Normalmente questo disturbo resta occulto e senza diagnosi fino a quando gli effetti a livello psicologico o economico sono davvero catastrofici. Una difficoltà essenziale per la sua diagnosi è data dalle difficoltà nel delineare cosa sia una forma di acquisto “normale” rispetto alla forma patologica, dato che il criterio quantitativo non risulta di grande aiuto.

Ad ogni modo, alcune caratteristiche distintive della Sindrome da Acquisti sono:

- Tendenza all’acquisto di oggetti inutili.

- Acquisto di oggetti che non rispecchiano i gusti della persona.

- Acquisti che superano il potere economico acquisitivo.

Normalmente gli articoli che si acquisiscono corrispondono più a un desiderio cosciente di costruirsi un’identità attraverso gli oggetti, motivo per cui suole essere comune che le persone tendano ad acquistare vari articoli dello stesso tipo, come se intentassero a organizzare un mosaico interiore. Le donne sono più propense a comprare vestiti e oggetti per la bellezza esteriore, mentre gli uomini acquistano normalmente vestiti e articoli sportivi o oggetti ipertecnologici alla ricerca della forma per riaffermare un certo status sociale.

Una delle differenze essenziali tra la normale acquisizione e la patologica sono le sensazioni che sperimentano i compratori. Nel momento dell’acquisto i compratori provano sentimenti contraddittori e molto forti: una via di mezzo tra il desiderio di comprare e intenti repressivi. Anche se comunque sono state descritte tre fasi che sono caratterizzate da sentimenti e comportamenti diversi:

1. Nella prima fase si sperimenta qualcosa di simile ad uno stato ipnotico provocato dal prodotto. Le persone descrivono questa fase come una fase piena di dubbi, eccitazione e perdita di controllo. Essenzialmente, la persona si trova davanti all’articolo, si sente fortemente attratta da esso e inizia ad accarezzare l’idea di acquistarlo. Nello stesso tempo sorgono gli intenti di reprimere l’impulso all’acquisto, i dubbi sulla fattibilità dell’acquisto dell’articolo fino a quando...

2. La persona decide di acquistare il prodotto e si gongola all’idea di farlo. La seconda fase è caratterizzata da sentimenti di benessere e felicità, un’euforia provocata dall’imminente acquisto.

3. La terza fase è caratterizzata dal sentimento di colpa e dalla vergogna. La persona si pente di aver comprato il prodotto e si rende conto di aver ceduto una volta ancora ai suoi impulsi. L’illusione che gli provocava l’acquisto si è rotta e ora si trova di fronte al circolo vizioso: attrazione-impulso-acquisto.

Questo circolo vizioso si sostiene in tre categorie di malessere psicologico che si presentano contemporaneamente:

1. Difficoltà a controllare gli impulsi

2. Comportamenti ossessivi

3. Dipendenza da un’attività

Come potete rendervi conto i meccanismi dello shopping compulsivo sono gli stessi di quelli mostrati dalle persone che sono facili prede del gioco patologico o della cleptomania. Il compratore compulsivo sente una necessità urgente di acquistare che lo mantiene sotto pressione a livello psicologico fino a quando non viene soddisfatta. Questo comportamento si ripete, diviene ciclico e normalmente tende ad aumentare la sua incidenza, soprattutto quando la persona affronta dei periodi di stress. Ma senza ombra di dubbio, la peculiarità più difficile da eliminare è la dipendenza dagli acquisti, la persona diviene dipendente dall’acquisto nello stesso modo in cui si diviene dipendenti di una sostanza stupefacente. Si è infatti riportato il caso di vere e proprie crisi di astinenza.

Disgraziatamente questo disturbo viene alimentato dal consumismo proprio della cultura occidentale, e cresce fino a giungere a proporzioni davvero grottesche. Alcuni casi riportati nei giornali italiani e spagnoli, parlano di persone che hanno perso tutto a causa delle loro ansie incontrollabili che le spingevano a comprare compulsivamente. Un libro recente, molto istruttivo e divertente (se non fosse che riferisce fatti reali) è: “La sindrome dello shopping” di Maria Francesca Venturo, una dipendente di un negozio di abbigliamento di Roma, nel quale racconta le sue avventure e disavventure con i clienti più bizzarri. Riassumendo, un piccolo esame di coscienza è sempre necessario, non solo per non cadere vittima della consumopatia ma anche per non fare il gioco del consumismo spudorato.

Fonti:
Pallanti, S. & Koran, L., (1995) Disturbi del controllo degli impulsi NOS e SSRI: il Citalopram nel Pathological Gambling e Compulsive Shopping. Italian Journal of Psychopathology; 9: 1-9.
Christenson, G.A.; Faber, R.J. & De Zwaan, M. (1994) Compulsive buying: descriptive characteristics and psichiatric commorbility. Journal of Clinical Psychiatry; 55: 5-11.









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Jennifer Delgado Suárez

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