29 aprile 2011

I testimoni sono affidabili? Forse solo il 50% di loro!?


Questo studio illustra, in modo abastanza drammatico, un inganno abbastanza comune del quale suole essere oggetto al memoria: la suggestionabilità.

L’esperimento, sviluppato dall’Università Statale dell’Iowa, mostra un disegno molto semplice le cui ripercussioni sono però immense nel campo della Psicologia Forense. Ai partecipanti venne mostrato un video ripreso da una videocamera di sicurezza nel quale si osservava un uomo che stava camminando in direzione di un negozio. Il video durava solo 8 secondi ma venne riprodotto lentamente così che le persone potessero apprezzare la maggior quantità di dettagli possibili, anche se a dire il vero, data la scarsa qualità del video stesso si potevano notare ben poche peculiarità.

Dopo aver visto il video ai partecipanti venne detto che quell’uomo era un’assassino e che nel momento in cui spariva dalla vista entrò nel negozio e uccise una guardia. Questa informazione era vera, basata in un caso reale.

Ai partecipanti venne detto che il loro scopo era quello di identificare l’assassino tra cinque foto che venivano loro mostrate, le quali erano state realmente utilizzate nel caso originale solo che nell’esperimento si escluse la foto del vero assassino.

A questo punto si suddivise il gruppo in tre sottogruppi:

- Al primo gruppo non venne data nessuna informazione che potesse condizionare la scelta.

- Al secondo gruppo venne detto che si erano sbagliati.

- Al terzo gruppo venne fatto credere che avessero identificato il vero assassino.

In seguito ad ognuno venne chiesto quanti fattori e caratteristiche avesse utilizzato per identificare il sospetto, quanto sicuro fosse della sua decisione, quanto avesse visto bene l’uomo del video e se poteva descrivere dei dettagli del suo volto.

I risultati mostrarono che il semplice fatto di complimentarsi con le persone per aver scelto correttamente il sospetto provocava un gran effetto nei loro rapporti: automaticamente riconoscevano che erano molto sicuri della loro scelta e quindi i loro giudizi erano affidabili, erano convinti di aver avuto una buona panoramica dell’assassino e che l’identificazione era stata molto facile. Così che offrire un buon feedback a queste persone rafforzò enormemente la fiducia in loro stessi facendo in modo che credessero veramente che il loro giudizio fosse del tutto sicuro.

Solo il 15% delle persone a cui venne detto che si erano sbagliate nell’identificazione accettava il giudizio mentre che il 50% delle persone a cui venne dato un feedback positivo aumentava la propria certezza nell’avere identificato il colpevole.

Nella seconda parte dell’esperimento si volle considerare quanto coscienti fossero i presunti testimoni sull’influenza del feedback di condizionamento. Come dire, se si fossero resi conto che dopo aver ascoltato le parole dei ricercatori la loro fiducia aumentava o diminuiva.

I risultati si possono immaginare: le persone non si consideravano illuse tantomeno credevano che le parole di approvazione o disapprovazione degli studiosi potessero condizionare quello che loro avevano “visto”.

I ricercatori assicurano che il fenomeno del condizionamento positivo non necessita di essere verbale, si può trattare anche di semplici segnali extraverbali di soddisfazione da parte delle forze di polizia. Questi segnali potrebbero causare le certezze che molti testimoni oculari sembrano avere nei processi, quando realmente la loro conoscenza dei fatti o la capacità di identificare non sono così solidi come per condannare una persona.


Fonti:
Schacter, D. L. (1999). The seven sins of memory. Insights from psychology and cognitive neuroscience. American Psychologist, 54: 182-203.
Wells, G. L., & Bradfield, A. L. (1998). Good, you identified the suspect: Feedback to eyewitnesses distorts their reports of the witnessing experience. Journal of Applied Psychology, 83: 360-376

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Jennifer Delgado Suárez

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