13 marzo 2011

Pensare troppo: pensare o non pensare?


Iniziamo questo piccolo tentativo di riflessione con una piccola storia:

“Un uomo sta apportando alcuni piccoli cambiamenti a casa sua. Improvvisamente si rende conto che ha bisogno di un trapano elettrico ma non lo possiede e al momento tutti i negozi sono chiusi. Allora si rende conto che probabilmente il suo vicino ne possiede uno. Andrà a chiederglielo in prestito ma...lo assale un dubbio: e se non volesse prestarmelo? Così si ricorda che l’ultima volta che si videro il vicino non si mostrò tanto comunicativo come in altre occasioni. Forse aveva fretta o forse era infastidito per qualcosa che ho fatto. Evidentemente, se è infastidito da me non mi presterà il trapano. Si inventerà qualsiasi scusa e io resterò in una posizione totalmente ridicola. Penserà di essere più importante di me solo perchè possiede uno strumento di cui io necessito? Ma, questo è il colmo dell’arroganza...!”

Insomma, l’uomo non potè terminare il suo lavoro perchè i suoi pensieri gli impedirono di andare a sollecitare l’aiuto necessario. Ma inoltre, è molto probabile che quando ritorni ad incontrare il vicino lo saluti in modo freddo o che lasci trapelare il suo fastidio; basandosi in una serie di preconcetti.

Questo tipo di ragionamento o di autodialogo si converte in uno stress quotidiano che conduce ad un cammino sicuro per rendersi la vita amara.

La cultura occidentale è razionalizzatrice per eccellenza; c’è anche chi afferma che la razionalizzazione è istituzionalizzata perchè si tenta di risolvere tutto partendo dalla scomposizione in parti e nell’anticipazione dei possibili errori. Così, ci troviamo coinvolti in migliaia di piccoli pensieri quotidiani che ci assaltano mentre attraversiamo la strada, quando beviamo un caffè, quando stiamo aspettando in fila, quando qualcuno ci saluta...inevitabilmente stiamo cercando di dare un senso a tutto ciò che ci succede; allo sguardo del signore sull’autobus, al sorriso della cassiera, alla confusione che fa il collega di lavoro...la lista è interminabile. Tentare di dare un significato a tutto ciò che ci circonda è un processo abbastanza normale, che molte volte trascorre in modo automatico perchè possiamo rispondere in modo coerente agli stimoli che giungono dall’ambiente che ci sta intorno ma dobbiamo riconoscere che molte volte, francamente, oltrepassiamo il confine della sanità per entrare nel patologico.

La maggioranza di questi pensieri non hanno molte ripercussioni ma ne esistono alcuni che, più che soluzioni, portano dei veri e propri problemi. Questo accade perchè desideriamo dare un senso a determinate situazioni o comportamenti ma realmente non disponiamo di tutta l’informazione necessaria per valutare in modo obiettivo ciò che sta accadendo. Allora ci appoggiamo alle nostre credenze (che possono essere più o meno accertate, più o meno flessibili) per spiegare in modo rocambolesco ciò che sarebbe molto più facile chiedere.

Anticipare i possibili risultati delle nostre azioni è totalmente valido e caratteristico dell’essere umano ma quando questo pensiero si basa più nelle nostre percezioni pregiudiziali che nella realtà condivisa, provoca un’ansia considerabile in colui che tenta di razionalizzare e addirittura influisce negativamente nelle sue relazioni interpersonali e naturalmente, limita enormemente la possibilità di successo che si potrebbe avere.

Una soluzione a portata di mano è chiedere; chiedere, sempre che possiamo, per formarci un quadro il più possibile vicino alla realtà. Dalle risposte o dal silenzio del nostro interlocutore otterremo sempre un’informazione valida che ci faciliterà il compito di prendere la miglior decisione possibile senza cadere nelle distorsioni cognitive.

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Pensare troppo: pensare o non pensare?
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Oleh
Invert

Jennifer Delgado Suárez

Psicologa di professione e per passione, mi dedico a dar forma e contenuto alle parole. Scopri i miei libri

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