5 marzo 2011

La ricerca della felicità: quanto siamo felici?


Daniel Gilbert è uno psicologo sociale dell’Università di Harvard e dirige un laboratorio di Psicologia Edonica. In altre parole, studia la felicità umana, tema molto discusso ma mai inflazionato.

Ma prima di addentrarci nei risultati delle sue ricerche fermiamoci un secondo e rispondiamo a questa semplice domanda: in una scala della felicità da 0 a 100 che punteggio vi attribuite? Quanto vi sentite felici in questo momento?

Lasciamo la risposta in sospeso e concentriamoci su un’altra domanda: potete definire con precisione quali saranno le vostre reazioni emotive di fronte ad eventi futuri? Probabilmente credete di sì, ma...

Gli studi realizzati da Gilbert hanno permesso di riscontrare che le persone non riescono a prevedere con precisione come agiranno in futuro e sono incapaci di determinare cosa le renderà felici e cosa no. Questo ha varie implicazioni, da una parte indica che tutto ciò che oggi consideriamo catastrofico o intollerabile domani potrebbe variare sostanzialmente mentre che, d’altra parte, ciò che consideriamo essere una fonte sicura di felicità potrebbe non esserlo.

Secondo Gilbert gli esseri umani, generalmente, tendono ad essere “moderatamente felici”, indipendentemente dalla loro sorte o dagli eventi che vivono. Quando le persone devono situarsi in una scala da 0 a 100 tendono a posizionarsi a 75. Naturalmente, non sempre si mantengono a questo livello, poche volte si attribuiscono il 100 mentre che ciò che risulta più frequente sono le cadute drastiche a 20 o a 10 quando si sperimentano crisi di coppia, la perdita di persone amate, malattie...Ma in seguito si torna al numero magico.

Perchè accade questo?

Questo è dovuto, soprattutto, ad un meccanismo di razionalizzazione compensatoria mediante il quale, quando accadono eventi negativi le persone tendono a cercare giustificazioni che allievino l’impatto emotivo. Per esempio, dopo una separazione le persone dicono:”non era la persona giusta per me”; dopo aver atteso una promozione sul lavoro, attesa da molto tempo e mai ricevuta si consolano così: “a dire il vero ho maggiore necessità di passare più tempo con la mia famiglia”; se subiscono una perdita pensano: “era destino, Dio lo ha chiamato a se e a miglior vita”... e così all’infinito continuano le giustificazioni.

Questa razionalizzazione avviene quando già l’evento è accaduto; tuttavia, se solo lo immaginiamo, non siamo in grado di razionalizzare il possibile impatto emotivo e prevediamo che la nostra reazione sarà molto più negativa. Così, passiamo la vita temendo le più terribili catastrofi che probabilmente mai avverranno ma che senza dubbio incidono molto sul nostro presente. Ci preoccupiamo senza motivo.

Ovviamente, non tutti mettiamo in atto lo stesso meccanismo di razionalizzazione, le persone depresse per esempio reagiscono come se vivessero una sorta di problematica in continua crescita.

Allora...se non siamo così certi nel determinare cosa ci renderà felice, che cosa ci potrebbe aiutare ad essere più felici? Gilbert assicura che ciò che più incide nella felicità sono le relazioni umane, la quantità di tempo che le persone dedicano ai loro familiari ed agli amici.

Ciò che risulta curioso è che le persone si rendono conto di sacrificare la loro felicità per cercare di realizzare miti come la realizzazione professionale, il successo sul lavoro o l’accumulo di proprità e capitali materiali quando secondo Gilbert, e in questo coincido pienamente con lui, la vera povertà e l’infelicità più acuta si trovano nella solitudine affettiva.

Fonte:
Dreyfus, C. (2008, Abril) The Smiling professor.The New York Times

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Jennifer Delgado Suárez

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