31 agosto 2016

Se tuo figlio dimentica i compiti a casa non portarglieli a scuola

iper-genitorialità

Praticamente tutti i bambini hanno dimenticato i loro compiti a casa qualche volta. A questo proposito, si crede che un buon genitore dovrebbe rendersene conto e portarglieli a scuola, così che il bambino non si senta in imbarazzo di fronte ai coetanei o per evitare che la maestra lo riprenda.

Ad ogni modo, oggi sono sempre di più le opinioni contrarie a questa abitudine. Insegnanti e psicologi suggeriscono che quando queste sviste si ripetono ei genitori fanno in modo che i bambini evitino le conseguenze della loro dimenticanza, in realtà non stanno facendo loro un favore, ma gli fanno del male.

Il dono che rinchiudono le avversità


Per la maggior parte dei genitori parole come “errore” e “fallimento” hanno un tono terribilmente negativo, soprattutto quando riguardano i loro figli, ma in realtà questo rifiuto profondo è solo un punto di vista che ci ha inculcato la società. L'errore contiene sempre una preziosa opportunità di apprendimento che non dovremmo mai togliere ai bambini.

Ogni volta che i genitori “salvano” i loro figli dalle conseguenze dei loro errori, sviste o scelte sbagliate, interrompono il ciclo naturale di apprendimento. Di conseguenza, i bambini non diverranno mai completamente maturi, ma svilupperanno una dipendenza emotiva che impedirà loro di costruirsi degli strumenti per affrontare la vita.

Infatti, uno studio condotto presso l'Università della Pennsylvania ha scoperto che la capacità di recuperarci dalle avversità e perseverare nei nostri obiettivi è fondamentale per avere successo nella vita. La perseveranza in tenera età è uno dei migliori indicatori per sapere se un bambino terminerà gli studi universitari, molto più che l’intelligenza.

L’iper-genitorialità genera bambini fragili


La sicurezza e la fiducia che i genitori trasmettono ai loro figli sono essenziali perché questi si sentano sicuri esplorando il mondo e si formino un'immagine rassicurante dell'ambiente che li circonda. Infatti, un sondaggio di livello nazionale condotto dai ricercatori della Pennsylvania State University che ha coinvolto più di 100.000 studenti delle scuole superiori, ha rivelato che il 55% di essi soffriva d’ansia, il 45% di depressione e il 43% mostrava segni di forte stress. Uno studente su sei tra tutti quelli intervistati era stato diagnosticato o trattato per questi problemi durante lo scorso anno.

Una causa di questi problemi è l'iper-genitorialità, bambini e ragazzi entrano a scuola senza avere sviluppato la resilienza in modo adeguato, così non sono in grado di tollerare la frustrazione e affrontare i problemi. Questi bambini hanno difficoltà a mettere le cose in prospettiva e un giudizio negativo può essere un colpo devastante per la loro autostima.

In effetti, la iper-genitorialità non fa altro che creare dipendenza, così terminerà per minare la fiducia dei bambini in se stessi precludendogli la possibilità di avere successo in futuro, quando non avranno accanto i genitori a risolvergli i problemi e pagare per i loro errori. Questo stile educativo finisce per generare delle persone estremamente fragili.

La trappola del protezionismo


Oggi molti genitori rientrano in quella che potremmo definire la “trappola del protezionismo”. Questo effetto è stato scoperto dagli psicologi dell’Università Statale dell’Arizona, che hanno analizzato 70 bambini di età compresa tra 6 e 16 anni i quali erano in cura per depressione e ansia. Si è così potuto scoprire che alcune delle strategie messe in pratica dai genitori per affrontare i problemi emotivi dei figli non erano per nulla efficaci. Dare loro amore, trasmettergli affetto e incoraggiarli ad affrontare le paure funzionava, ma adottare un atteggiamento iperprotettivo terminava accentuando i sintomi dell’ansia e della depressione.

Il problema della iper-genitorialità è che i genitori non solo impediscono ai loro figli di commettere errori evitandogli di subire le conseguenze delle loro decisioni sbagliate, ma addirittura risparmiano loro anche la piccola dose di paura positiva. Ma il fatto ancor più sconcertante è che quanto più i bambini eviteranno le situazioni che li spaventano tanto più avranno paura e saranno meno propensi a correre dei rischi in futuro.

Dobbiamo ricordare che l'infanzia è una fase fondamentale in cui i bambini possono sviluppare quelle competenze che consentiranno loro di affrontare le avversità e le situazioni che li spaventano. Se non sviluppiamo queste abilità da bambini siamo destinati a trasformarci in adulti eccessivamente prudenti, che hanno paura di lasciare la loro zona di comfort, così non saremo mai in grado di vivere pienamente.

Qual è la soluzione?


Non si tratta di assumere una posizione estremista. Se un giorno il bambino dimentica i compiti a casa non c'è niente di sbagliato nel portarglieli a scuola. Se ha bisogno di assistenza in un progetto lo si può aiutare e se ha problemi con un compagno di classe, si può intervenire. Ma questo atteggiamento non dovrebbe essere la norma, piuttosto l’eccezione.

È fondamentale che i genitori lascino ai propri figli la libertà di fare i propri errori. In questo modo dovranno sopportare le conseguenze delle loro azioni e, di conseguenza, saranno costretti ad adattare il loro comportamento, riorganizzare le loro abitudini e imparare dall'errore commesso.

La chiave consiste nel trovare il giusto equilibrio tra sostegno e guida, protezione e sicurezza, autonomia e indipendenza. Solo in questo modo i bambini impareranno ad affrontare il mondo da soli e svilupperanno fiducia nelle loro capacità. Si tratta di uno dei più grandi doni che i genitori possono fare ai propri figli.


Fonti:
Holly, L. E. & Pina, A. A. (2015) Variations in the influence of parental socialization of anxiety among clinic referred children. Child Psychiatry Hum Dev; 46(3): 474-484.
Eskreis, L. et. Al. (2014) The grit effect: predicting retention in the military, the workplace, school and marriage. Front Psychol; 5: 36.
Silverman W. K. et. Al. (2009) Directionality of change in youth anxiety treatment involving parents: An initial examination. Journal of Consulting and Clinical Psychology; 77: 474–485.
Pubblicato da: Jennifer Delgado

30 agosto 2016

Chi preferisce i gatti è più intelligente, chi preferisce i cani è più felice

cani e gatti

Si dice che il cane è il miglior amico dell'uomo. Si dice anche che il tempo trascorso con un gatto non è mai tempo perso. Ci sono buone ragioni per amare entrambi cani e gatti, ma tuttavia, ci sono persone che preferiscono i cani e li difendono tenacemente. Ci sono anche quelli che preferiscono i gatti e non possono immaginare la loro vita accanto a un cane. Cosa c’è alla base di questa preferenza? È possibile che queste persone abbiano differenti profili psicologici?

I proprietari di gatti sono più intelligenti


Uno studio condotto dalla Carroll University indica che gli amanti dei gatti sono più intelligenti di quelli che preferiscono i cani. Questi psicologi hanno analizzato 600 studenti che preferivano i gatti o i cani. I partecipanti si sottoposero a test della personalità e dell’intelligenza così fu possibile stabilire che chi preferiva i gatti otteneva punteggi più alti nei test d’intelligenza.

Gli psicologi sottolineano che la differenza è dovuta alle caratteristiche della personalità, nonché alle attività e gli hobby di ogni persona. Nei test si è notato che le persone che amano i cani tendono ad essere più attive, trasmettono più energia e amano trascorrere più tempo all'aria aperta. Si tratta anche di persone che di solito seguono le regole alla lettera.

Al contrario, gli amanti dei gatti tendono ad essere più introversi, sensibili e hanno una mente più aperta. Tendono anche a godere di più della solitudine, spesso hanno una personalità anticonformista e hanno difficoltà a seguire le regole. Tutte caratteristiche che migliorano la creatività e l'intelligenza in quanto aiutano queste persone a pensare al di fuori dei limiti.

Naturalmente, non è che siano gli animali a migliorare alcune nostre caratteristiche, il punto è che scegliamo i cani o i gatti a seconda di chi siamo. Ad esempio, agli amanti dei cani piace godere dell’amore incondizionato del loro animale domestico mentre chi preferisce i gatti è attratto appunto dall'indipendenza mostrata da questo animale.

Scegliamo un cane o un gatto a seconda di ciò che siamo, lo stile di vita che conduciamo e, soprattutto, dei bisogni emotivi che desideriamo soddisfare attraverso l'animale domestico.

I proprietari di cani sono più felici


Uno studio svolto presso il Manhattanville College ha rivelato che le persone che preferiscono i cani sono più felici. Questa volta gli psicologi hanno analizzato 263 persone e hanno approfondito il rapporto che avevano con i loro animali domestici e la sensazione di benessere che provavano.

Così hanno scoperto che chi aveva dei cani indicava di sentirsi più felice e di provare più emozioni positive. Inoltre, riferivano a sentirsi più soddisfatti della vita, rispetto alle persone che avevano dei gatti.

Sul livello di felicità possono incidere diversi fattori, tra cui il fatto che le persone che possiedono cani tendono a passare più tempo all'aria aperta, sono più attive fisicamente e tendono ad essere più estroverse.

Ma questi psicologi sottolineano anche il fatto che i cani possono dare un sostegno emotivo maggiore rispetto ai gatti. Infatti, è stato dimostrato che i cani rilasciano più ossitocina, l'ormone dell’amore, rispetto ai gatti, quando interagiscono con i loro proprietari.

Per verificare ciò, i ricercatori hanno prelevato campioni di saliva da 10 cani e 10 gatti, dieci minuti prima di una sessione di gioco con i loro proprietari e subito dopo. I risultati hanno rivelato che nei cani i livelli di ossitocina erano aumentati del 57,2%, mentre nei gatti solo del 12%.

Questo potrebbe spiegare il motivo per cui molte persone stabiliscono una connessione emotiva così speciale con i cani, che può dare felicità a entrambi.


Fonti:
Bao, K. (2016) Is Happiness a Warm Puppy? Examining the Relationship between Pets and Well-Being. Open Science Framework.
Guastello, D. (2014) Personality Differences of Self-Identified Canine and Feline Lovers. 26th Annual Association For Psychological Science Meeting. San Francisco, California.
Beetz, A. et. Al. (2012) Psychosocial and psychophysiological effects of human-animal interactions: the possible role of oxytocin. Front. Psychol; 3: 234.
Kosfeld, M. et. Al. (2005) Oxytocin increases trust in humans. Nature; 435: 673-676.
Zak, P. J. et. Al. (2004) The neurobiology of trust. Annals of the New York Academy of Sciences; 1032: 224-227.
Pubblicato da: Jennifer Delgado

29 agosto 2016

Perché pensiamo continuamente: “cosa sarebbe successo se...?”

porsi domande

Cosa sarebbe successo se ti fossi alzato prima e non avessi perso l'autobus? Cosa sarebbe accaduto se avessi avuto il coraggio di parlare a quella persona molto interessante che hai incrociato? Cosa sarebbe successo se non avessi rotto con il tuo partner? E se avessi detto al tuo capo quello che pensavi veramente?

Sono alcune delle domande che ci poniamo costantemente. Cosa sarebbe successo se, invece di prendere questa direzione, ne avessi scelta un’altra? Le possibilità a nostra disposizione sono praticamente infinite. In realtà, siamo consapevoli che si tratta di una sorta di gioco mentale, di fantasia, tuttavia non riusciamo a fare a meno di chiederci “cosa sarebbe successo se ...?”

Le situazioni che scatenano questi pensieri


1. Situazione “quasi”.
Si tratta di una sensazione che probabilmente conosci bene: tutto sembrava andare per il meglio fino ad un certo punto, quando qualcosa è andato storto. Allora non puoi fare a meno di chiederti cosa sarebbe successo se avessi fatto qualcosa di diverso ad un certo punto del cammino.

Ad esempio, se perdi un volo perché sei arrivato ​​in ritardo è ovvio che non potrai farci nulla. In questo caso ti preoccuperai solo di risolvere il problema. Tuttavia, se arrivi con appena un minuto di ritardo e chiudono le porte d’imbarco davanti ai tuoi occhi, non potrai fare a meno di chiederti cosa sarebbe successo se ti fossi svegliato solo 5 minuti prima, se non avessi incontrato l’ingorgo sulla strada o se non ti fossi fermato a prendere un caffè.

Si tratta di una sensazione particolarmente dolorosa, dato che eri sul punto di realizzare ciò che desideravi, ma hai perso l'opportunità per un soffio. Pertanto, non puoi fare a meno di chiederti dove hai sbagliato e cosa potevi fare perché questo non accadesse.

2. Situazione anormale. È una sensazione abbastanza improbabile o rara, qualcosa che solitamente non accade. In tal caso, non possiamo fare a meno di chiederci cosa sarebbe successo se le cose fossero andate in modo normale.

Ad esempio, immagina che un giorno sei costretto a prendere una strada diversa per andare al lavoro e appena davanti a te si verifica un incidente che ti lascia bloccato per un'ora, così perdi un incontro di lavoro importante per la tua carriera. Le probabilità che la strada che normalmente usi per andare al lavoro venisse chiusa e che su quella che avevi appena preso si verificasse un incidente sono scarse, ma comunque è andata così.

Quando vivi situazioni insolite ti risulta difficile smettere di pensare cosa sarebbe successo se le cose fossero andate in modo normale, se non avessi avuto tutti i contrattempi del caso. Chissà, probabilmente penserai addirittura che si è trattato di un “segno del destino”.

Perché tendiamo ad immaginare percorsi che non seguiamo mai?


Ci chiediamo continuamente cosa sarebbe successo se avessimo preso un’altra direzione per dare un senso alla nostra vita, a ciò che sta accadendo. È interessante notare che immaginando altri scenari possibili riusciamo a comprendere meglio la nostra realtà.

A questo proposito, uno studio condotto presso l'Università dell'Ohio ha rivelato che tendiamo ad usare questo modo di pensare a seconda della situazione in cui ci troviamo. Possiamo immaginare che le cose sarebbero potute andare meglio o peggio a seconda del contesto.

Questi psicologi hanno scoperto che quando le persone sanno che non avranno una seconda possibilità di fare le cose, cercano di consolarsi pensando che tutto poteva andare peggio, si tratta di una forma di consolazione per aiutarci ad accettare quello che è successo. Ma se abbiamo una seconda possibilità tendiamo a pensare che le cose sarebbero potute andare molto meglio, così ci motiviamo a riprovarci e migliorare le nostre prestazioni.

Il lato oscuro di immaginare scenari fittizi


Ad ogni modo, dobbiamo prestare attenzione a questo meccanismo, perché non lo possiamo usare sempre per sollevarci il morale. Infatti, se ci chiediamo continuamente “cosa sarebbe successo se ...?” rischiamo di iniziare a vivere in un mondo immaginario e ci sentiremo profondamente insoddisfatti con la nostra vita. Tornando alla realtà, possiamo sentirci frustrati e provare senso di colpa, e questo non ci servirà a nulla.

La tendenza a pensare continuamente a quello che sarebbe potuto accadere può riflettere una profonda insoddisfazione per la realtà o decisioni passate che non abbiamo ancora pienamente accettato. Infatti, saremo più propensi a pensare in questo modo se in passato abbiamo preso delle decisioni influenzati dagli altri o dalle circostanze, decisioni che non sono nate dentro di noi e delle quali non ci sentiamo sicuri.

Pensare a tutti gli scenari possibili può sembrare un esercizio mentale innocuo, ma ad un certo punto del nostro cammino, dobbiamo imparare a lasciare andare alcune cose, altrimenti quei pensieri si trasformeranno in risentimento, senso di colpa e rimpianto. E questo non ci servirà a nulla.


Fonte:
Markman, K. D. et. Al. (2006) Counterfactual thinking and regulatory fit. Judgment and Decision Making; 1(2): 98–107.
Pubblicato da: Jennifer Delgado

26 agosto 2016

Parli da solo? 3 ragioni per continuare a farlo

parlare da soli

È probabile che qualche volta ti sei sorpreso parlando da solo. Forse ti stavi ponendo una domanda, eri alla ricerca di una soluzione per un problema che ti preoccupava o stavi semplicemente “osservando” una nota mentale per non dimenticare un compito in sospeso. E se ti sei sopreso a parlare da solo in più di un'occasione, forse ti sei anche chiesto se stavi impazzendo.

Purtroppo, nell'immaginario popolare vi è ancora l'idea che parlare da soli è segno di follia imminente, ma la verità è che non lo è. Albert Einstein, per esempio, parlava spesso da solo. Si dice che ripetesse spesso le sue parole a bassa voce.

In realtà, conversare con noi stessi non solo aiuta a combattere la solitudine, ma ci rende anche più intelligenti perché permette di chiarire i nostri pensieri aiutandoci a dare un senso alle nostre idee e ci permette di confermare le nostre decisioni. Solo un piccolo avvertimento: il monologo deve essere rispettoso.

1. Parlare da soli fa in modo che il cervello funzioni in modo più efficiente

Gli psicologi dell’Università di Wisconsin-Madison hanno mostrato ad un gruppo di 20 volontari delle immagini di oggetti diversi e poi hanno chiesto loro di trovarne uno. La metà delle persone doveva svolgere questo compito in silenzio, l'altra metà doveva ripetere il nome dell'oggetto che stavano cercando.

È interessante notare che quelli che parlavano ad alta voce durante il test trovavano più velocemente gli oggetti, solo in 0,1 secondi, mentre gli altri necessitarono tra 1,2 e 2 secondi, una differenza significativa.

Questi ricercatori sono convinti che il linguaggio non è semplicemente un mezzo di comunicazione, quando lo dirigiamo verso noi stessi non solo ci aiuta a pensare più chiaramente, ma amplifica anche la nostra percezione e potenzia la memoria.

2. Parlare da soli aiuta ad affrontate le sfide

Parlare da soli a voce alta non solo aiuta a organizzare le idee, ma permette anche di motivarci. Gli psicologi dell’Università dell’Illinois hanno chiesto ad un gruppo di persone di cercare di fare in modo di motivarsi mentre risolvevano alcuni anagrammi, alcuni dovevano farlo solo nella loro mente mentre gli altri dovevano parlare ad alta voce.

Questi ricercatori hanno scoperto che parlare da soli ad alta voce era più motivante, hanno anche scoperto che era addirittura meglio se nel discorso si utilizzava la seconda persona. I partecipanti che si motivavano rivolgendosi il “tu” invece del “io” risolsero un maggior numero di anagrammi e dichiararono di sentirsi più soddisfatti della loro performance. In pratica, queste persone non dicevano a se stesse “ce la farò” ma “ce la farai”.

Secondo questi psicologi, usare la seconda persona attiva i ricordi associati con il supporto che abbiamo ricevuto in altre situazioni in cui ci siamo sentiti demotivati. In questo modo ci sentiamo meglio e acquisiamo maggiore sicurezza e fiducia.

3. Parlare con te stesso in terza persona allevia lo stress

Naturalmente, parlare tanto per farlo non è sempre utile, è importante farlo nel modo “giusto”. A questo proposito, gli psicologi dell’Università del Michigan hanno scoperto che parlare a se stessi in terza persona aiuta anche ad alleviare lo stress.

Questi ricercatori hanno generato stress e ansia nei partecipanti allo studio dicendo loro che dovevano preparare un discorso, che si sarebbero trovati di fronte alcuni specialisti che avrebbero valutato quanto erano qualificati per il posto di lavoro che desideravano. Gli dettero cinque minuti per prepararsi e gli spiegarono che non potevano usare le loro note.

Tuttavia, la metà dei partecipanti doveva parlare con se stesso in prima persona mentre si preparava per il discorso, chiedendosi cose come: “perché sono così nervoso?”. L'altra metà poteva parlare con se stesso ma in terza persona, ponendosi domande come: “Perché sei così nervoso?”.

In seguito ogni partecipante ha dovuto indicare quanto si sentiva nervoso dopo il discorso e come pensava di essere andato. I risultati non lasciarono dubbi: le persone che avevano parlato a se stesse in terza persona segnalavano di sentirsi meno nervose e di provare meno vergogna, oltre ad avere meno pensieri ruminativi. Come se non bastasse, gli esperti hanno confermato che i discorsi di queste persone erano migliori e più convincenti.

Il segreto sta nel fatto che quando pensiamo a noi stessi come se fossimo qualcun altro, assumiamo una distanza psicologica dal problema, che ci aiuta a controllare le nostre emozioni, aprire la mente e valutare altre prospettive da una posizione più obiettiva.

Quindi, ora lo sapete, parlare da soli può addirittura essere benefico.


Fonti:
Kross, E. et. Al. (2014) Self-talk as a regulatory mechanism: How you do it matters. Journal of Personality and Social Psychology; 106(2): 304-324.
Dolcos & Albarracín (2014) The inner speech of behavioral regulation: Intentions and task performance strengthen when you talk to yourself as a You. European Journal of Social Psychology; 44(6): 636-642.
Lupyan, G. & Swingley, D. (2011) Self-directed speech affects visual search performance. The Quarterly Journal of Experimental Psychology; 65(6): 1068-1085.
Pubblicato da: Jennifer Delgado

25 agosto 2016

Quello che gli altri pensano di te riflette ciò che sono loro, non chi sei tu

autostima

I Sioux avevano un proverbio molto interessante: “prima di giudicare una persona cammina tre lune nelle sue scarpe”. Si riferivano al fatto che giudicare è molto facile, capire è un po’ più difficile, ed essere empatici è molto più complicato. Questo si ottiene solo se si sono vissute esperienze simili.

Tuttavia, spesso affermiamo che gli altri ci capiscono, comprendono le nostre decisioni e le condividono, o almeno ci appoggiano. Quando non lo fanno, ci sentiamo male, ci sentiamo incompresi e anche respinti.

Naturalmente, non è colpa nostra, tutti abbiamo bisogno che in alcune situazioni qualcuno convalidi le nostre emozioni e decisioni, è perfettamente comprensibile. Ma subordinare la nostra felicità all’accettazione degli altri o prendere decisioni basandoci sulla paura che gli altri non ci capiscano è un grosso errore.

Perché ciò che gli altri pensano di te, in realtà dice molto di più di loro che della tua persona, riflette chi sono loro, non chi sei tu.

Quando qualcuno critica una persona senza essere in grado di mettersi nei suoi panni, senza mostrare un briciolo di empatia e senza cercare di capire il suo punto di vista, in realtà sta semplicemente esponendo il suo modo di essere. Con le sue parole potrebbe gridare al mondo che pensa che sei una persona cattiva, ma con il suo atteggiamento sta rivelando solo che lui è una persona insicura, con una mentalità rigida e piena di stereotipi.

Si critica ciò che non si comprende o non si vuole accettare


La verità è che dietro ad una critica distruttiva quasi sempre si nasconde l'ignoranza o la negazione. In realtà, molte persone ti criticano perché non capiscono le tue decisioni, non si sono messe nei tuoi panni, non conoscono la tua storia e non capiscono cosa ti ha spinto a prendere una determinata strada. Molte persone criticano dall'ignoranza più profonda e, soprattutto, da una postura arrogante che fa loro pensare che possiedono la verità assoluta.

In altri casi le persone criticano perché vedono riflesse in te determinate caratteristiche o desideri propri che non vogliono riconoscere. A questo proposito, lo scrittore francese Jules Renard ha dichiarato: “la nostra critica consiste nel rimproverare agli altri di non avere le qualità che crediamo di avere noi”. Ad esempio, una donna che subisce abusi da parte del suo compagno può criticare aspramente il divorzio, ribadendo così la sua posizione: ripetere a se stessa che deve continuare a sopportare questa situazione. E il lato curioso è che quanto più dura è la critica tanto più forte è la negazione alla sua base.

In pratica, a volte la critica distruttiva non è altro che un meccanismo di difesa conosciuto come “proiezione”. In questo caso, la persona proietta sugli altri tali sentimenti, desideri o impulsi che sono troppo dolorosi o che non è in grado di accettare, in modo tale che li percepisce come qualcosa di estraneo e punibile.

Come sopravvivere alle critiche?


A nessuno piace essere criticato, soprattutto se le critiche si trasformano in veri e propri attacchi verbali. Purtroppo, non sempre possiamo evitare queste situazioni, dobbiamo imparare a convivere con esse senza che ci danneggino eccessivamente.

Come fare? Ecco alcune strategie poco comuni ma molto efficaci:
1. Mettiti al posto di quelli che ti criticano. L'empatia è un potente antidoto alla rabbia e all’ira. Non possiamo arrabbiarci con qualcuno quando comprendiamo come si sente. Così la prossima volta che critichi qualcuno cerca di metterti al suo posto, anche se quella persona non è in grado di mettersi nei tuoi panni. Così vedrai che probabilmente si tratta di una persona miope, che non ha vissuto le tue stesse esperienze di vita o che accumula molta amarezza e risentimento. Noterai così che non vale la pena preoccuparsi per le sue parole.

2. Accetta che il suo è solo un parere. Ciò che gli altri pensano di te è la loro realtà, non la tua. Quelle persone ti giudicano in base alle loro proprie esperienze, valori e criteri, non secondo i tuoi. Se si fossero messe nei tuoi panni e avessero percorso il tuo stesso cammino nella vita, probabilmente penserebbero in modo molto diverso. Pertanto, assumi che queste critiche sono in realtà solo opinioni, né più né meno. È possibile prenderle in considerazione, per vedere se puoi trarne vantaggio, o puoi semplicemente respingerle.

3. Restituisci la critica con grazia. Quando si tratta di una critica distruttiva, la cosa più conveniente è di solito fingere di non sentire, perché quella persona di solito non è aperta al dialogo, se lo fosse, invece di giudicare e di attaccare avrebbe mostrato un atteggiamento più rispettoso. Ma vi sono casi in cui è necessario porre un limite alla situazione. Dopo tutto, quando si tratta di mali estremi, si deve ricorrere a soluzioni estreme. In tali casi, rispondi senza alterarti e con frasi concise che non danno luogo a repliche. Ad esempio: “non accetto che esprimi un’opinione in merito a qualcosa che non conosci” oppure “credo che non mi hai capito, e che non lo vuoi fare, quindi non accetto che mi critichi”.

Non criticare senza prima pensare

“In generale, le persone giudicano più con gli occhi che con l’intelligenza, come tutti possono vedere, ma pochi capiscono quello che vedono”, diceva Niccolò Machiavelli alcuni secoli fa. Possiamo fare nostra la frase facendo in modo che quando critichiamo la critica contenga i semi del cambiamento e sia costruttiva. Criticare solo per il piacere di farlo significa semplicemente che la nostra lingua è scollegata dal cervello.
Pubblicato da: Jennifer Delgado

24 agosto 2016

Perché gli uomini hanno paura delle donne intelligenti?

donne inteligenti

Se chiedete a qualsiasi uomo eterosessuale se è attratto da una donna intelligente, ci sono buone probabilità che dirà di sì. Se gli chiediamo se potrebbe mantenere una relazione con qualcuno più intelligente di lui, probabilmente risponderà affermativamente.

In effetti, i ricercatori dell'Università di Buffalo hanno confermato che gli uomini preferiscono le donne più intelligenti. Questi psicologi crearono due profili femminili per vedere quale dei due aveva più successo. Dissero quindi a 105 volontari che una ipotetica compagna di classe aveva superato una prova di matematica o di lingua con ottimi voti e che un’altra aveva ottenuto dei voti molto più scarsi. Quando è stato chiesto loro chi preferivano come compagna, gli uomini non hanno esitato: la donna più intelligente. A meno che...

Intelligente, sì, ma non più di me


Questi psicologi hanno fatto un passo oltre: chiesero ai volontari di sottoporsi a un test di matematica e manipolarono i risultati in modo tale che gli uomini potessero ottenere una qualificazione migliore o peggiore di quella della donna seduta accanto a loro.

I ricercatori riscontrarono che quando il punteggio dell'uomo era più alto rispetto a quello della donna, era più probabile che si avvicinassero a lei ed esprimessero un interesse romantico. Tuttavia, quando ottenevano un punteggio più basso, si sentivano meno attratti ed erano meno interessati a chiedere un appuntamento o ottenere il suo numero di telefono. Inoltre, si allontanavano inconsciamente dalla compagna d’esame.

In realtà questo non è il primo esperimento che mette in discussione l'attrazione che gli uomini dicono di provare per l'intelligenza femminile. Un studio precedente condotto presso la Columbia University venne basato su una serie di speed dating. Durante questi incontri lampo i single hanno mostrato che apprezzavano l'intelligenza delle donne che incontravano, ma solo fino ad un certo punto. Se la donna era più intelligente o ambiziosa di loro, l’interesse per lei diminuiva considerevolmente.

L’intelligenza femminile danneggia l'ego maschile


Perché alcuni uomini sembrano avere problemi nel trattare con donne più intelligenti? La risposta viene da una serie di esperimenti condotti presso l'Università della Florida. Questi psicologi hanno coinvolto 896 uomini e donne. Gli uomini sono stati invitati a ricordare un momento in cui il loro partner ha avuto più successo dal punto di vista intellettuale o accademico. Quindi hanno valutato la loro autostima e hanno visto che era calata in modo significativo.

In un altro esperimento, gli psicologi sottoposero le coppie a dei test d’intelligenza. In seguito dissero agli uomini che la loro partner si collocava nel 12% dei punteggi migliori. Fu curioso constatare che, anche senza dire quale fosse il punteggio, questi uomini avevano sperimentato una diminuzione della loro autostima. Ma le donne non erano influenzate dai risultati dei loro partner. Perché?

Questi psicologi credono che non si tratti di una risposta meditata e consapevole, ma è piuttosto una reazione viscerale. Inavvertitamente, gli uomini non si concentrano nel godere del successo della loro partner, ma analizzano la cosa da un altro punto di vista, pensando che sono loro quelli che hanno fallito.

Probabilmente questo pensiero deriva dal fatto che molti uomini sentono ancora il bisogno di difendere il loro status quo, di mostrare un'immagine competente. Una necessità che deriva dal ruolo culturale che è stato tradizionalmente assegnato al loro genere, in cui l'uomo è concepito come capofamiglia e protettore della donna. Pertanto, una donna più intelligente potrebbe rappresentare una minaccia per il suo ego.

Il problema è che questo modo di affrontare il successo femminile può causare problemi al rapporto di coppia. Infatti, in questo studio si è visto come gli uomini assumevano una distanza emotiva rispetto alla loro partner ed erano meno ottimisti circa il futuro del loro rapporto quando pensavano che la loro partner era più intelligente. Allo stesso modo, gli psicologi hanno visto che per ripristinare l’autostima del maschio bastava chiedergli dei fallimenti della sua partner, fatto che, curiosamente, dava anche agli uomini maggiore fiducia in se stessi per mantenere la relazione nel corso degli anni.

Non tutto è perduto: La chiave sta nel concentrarsi nella relazione affettiva


Nonostante questi studi, il punto è che gli uomini possono sentirsi bene con se stessi anche se la loro partner li supera dal punto di vista cognitivo. La chiave sta nell’essere in grado di concentrarsi nell'aspetto emotivo della relazione. Questo è stato confermato da una ricerca condotta presso l'Università di Toronto nella quale gli psicologi hanno semplicemente cambiato il modo di presentare i risultati.

Questa volta, venne detto agli uomini che la loro partner aveva ottenuto punteggi migliori nei test d’intellligenza, ma prima di valutare l'impatto di questo dato, hanno chiesto loro di parlare del loro rapporto e dell'amore che provavano l’uno per l'altro. Così si è potuto riscontrare che quando vengono attivati i sentimenti che legano entrambi, l'intelligenza femminile cessa di fare paura perché l'uomo pensa alla sua relazione come ad un rapporto di “squadra”.

Naturalmente, questo non vuol dire che tutti gli uomini sono intimiditi dall’intelligenza femminile. Quando una persona è sufficientemente sicura di se e crede di non avere bisogno di dimostrare niente agli altri, non si sentirà intimidita dalle qualità degli altri, indipendentemente dal sesso, al contrario, saprà approfittare della situazione.


Fonti:
Park, L. E. et. Al. (2015) Distance Makes the Heart Grow Fonder Effects of Psychological Distance and Relative Intelligence on Men’s Attraction to Women. Personality and Social Psychology Bulletin; 41(11): 1459-1473.
Ratliff, K. A. & Oishi, S. (2013) Gender Differences in Implicit Self-Esteem Following a Romantic Partner’s Success or Failure. Journal of Personality and Social Psychology; 105(4): 688 –702.
Fisman, R. J. et. Al. (2006) Gender Differences in Mate Selection: Evidence from a Speed Dating Experiment. Quarterly Journal of Economics; 121(2):673-697.
Lockwood, P. et. Al. (2004) Feeling better about doing worse: Social comparisons within romantic relationships. Journal of Personality and Social Psychology; 87(1): 80-95.
Pubblicato da: Jennifer Delgado

23 agosto 2016

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Granularità Emozionale: Sentire disperazione è un buon segnale

granularità emotiva

Quando sembra che nulla funzioni, quando il mondo è sottosopra, ti senti semplicemente male o sperimenti stati emotivi più specifici come la disperazione, la frustrazione e la tristezza?

In psicologia esiste un espressione che si riferisce alle persone i cui sentimenti sono finemente sintonizzati: “granularità emozionale”. Quando queste persone leggono la notizia di un attentato, per esempio, non non provano solo paura o rabbia, ma anche indignazione, angoscia, disappunto, disperazione o irritazione. Quando queste persone leggono di corruzione non si limitano ad arrabbiarsi, ma possono anche sperimentare esasperazione, rabbia, tristezza o addirittura imbarazzo.

La granularità emozionale non comporta semplicemente avere un ampio vocabolario con cui esprimere ciò che si sente, ma soprattutto essere consapevoli di emozioni e sentimenti. Purtroppo, la maggior parte delle persone non sono in grado di rilevare questi cambiamenti sottili nei loro stati emotivi. Tuttavia, sperimentare la granularità emozionale può fare una grande differenza nella nostra vita.

Sperimentare una vasta gamma di emozioni è benefico per la mente e il corpo


Sperimentare una vasta gamma di sentimenti, anche se spiacevoli, ci permette di essere più efficaci nel regolare i nostri stati emotivi, impedendoci di assumere strategie distruttive nell’affrontare le situazioni che ci sopraffanno. Ciò è confermato da uno studio condotto presso l'Università di George Mason, in cui è stato constatato che le persone che sono in grado di rilevare e comprendere le loro emozioni sono meno propense a cercare rifugio nella droga, nell’alcool o nel cibo come vie di fuga.

Un altro studio condotto da psicologi dell'Università del Kentucky ha scoperto che queste persone mostravano anche un maggiore auto-controllo e avevano meno probabilità di reagire in modo aggressivo a circostanze difficili, anche se erano molto arrabbiati. In pratica, tutto sembra indicare che la granularità emozionale è un indicatore importante di resilienza.

Ma forse, la cosa più sorprendente è che la granularità emozionale non è solo utile a livello psicologico, ma aiuta anche ad avere una vita più lunga e sana. Infatti, si è riscontrato che queste persone vanno raramente dal medico e assumono meno farmaci, oltre a trascorrere meno giorni in convalescenza in ospedale.

A questo proposito, uno studio particolarmente rivelatore che ha interessato 92 donne affette da cancro al seno, ha scoperto che quelle che erano in grado di rilevare, etichettare e capire le loro emozioni mostravano livelli minori d’infiammazione, uno dei processi alla base di questa malattia e che è considerato un sintomo negativo.

Dove sorge il concetto di granularità emozionale?


La granularità emozionale è un concetto che nasce negli anni novanta del secolo scorso, quando la psicologa Lisa Feldman Barrett realizzò un esperimento in cui diede seguito alle esperienze emotive di centinaia di persone per mesi. Allora fu quando si rese conto che la maggior parte dei partecipanti utilizzavano parole generiche per descrivere i loro stati emotivi, come “triste”, “arrabbiato” e “impaurito”.

La cosa interessante era che alcune persone usavano parole diverse che permettevano loro di approfondire ciò che sentivano, o ricorrevano a frasi e similitudini che gli permettevano di precisare ulteriormente come si sentivano, come ad esempio: “mi sento infelice” o “mi sento fragile come il cristallo”.

In un primo momento si è pensato che queste persone erano solo in grado di riconoscere con maggiore precisione le proprie emozioni, ma la verità è che si trattava di qualcosa di molto più complesso e importante. La chiave risiede nel fatto che il cervello trasforma le emozioni in qualcosa di molto reale, in un batter d'occhio e senza che ce ne rendiamo conto, in modo tale che le persone che sono in grado di gestire diversi concetti emotivi sono anche in grado di provare emozioni “su misura” per ogni situazione.

Per questo motivo la granularità emozionale ha un influenza così grande sul nostro benessere e la salute. In pratica, offre al nostro cervello strumenti più precisi con cui gestire le varie sfide della vita.

Calibrare le emozioni permette di trovare soluzioni migliori

Immagina che non sopporti il tuo capufficio ma devi comunque andare tutti i giorni a lavorare. Quando ti svegli, ogni mattina, ti travolge una sgradevole sensazione di disagio e di odio che ti fa sentire sempre peggio.

Tuttavia, sei tu che hai creato questa sensazione di disagio perché il tuo cervello non si limita a reagire a ciò che accade, ma regola anche in modo proattivo l’energia di cui ha bisogno il tuo corpo per reagire alle esigenze ambientali, e lo fa sulla base delle esperienze passate e la lettura che fa della situazione. In questo modo, il cervello può sapere quanto cortisolo o adrenalina produrre per aiutarti a sfuggire al pericolo che una determinata situazione presuppone per te.

Ovviamente, perché il cervello generi l'attivazione necessaria e possa mantenere un certo equilibrio, è necessario conoscere con precisione l'emozione che stiamo provando. A questo proposito, la granularità emozionale consente di risparmiare risorse, evitando d’innescare un attivazione innecessaria. Al contrario, sperimentare stati emotivi diffusi può provocare una “errata calibratura” delle emozioni, qualcosa che diventa terreno fertile per la malattia.

La granularità emozionale permette al cervello di costruire un emozione più specifica e misurata, il che implica reagire in modo più adattivo a seconda di ciò che sta accadendo e che stiamo provando. Così, invece di sentirti male ogni giorno quando vai a lavorare, potresti pensare che in realtà è il tuo capo che ti fa sentire impotente, disprezzato, umiliato o insoddisfatto, così potrai progettare una strategia più efficace per affrontare la situazione e uscire da questo circolo vizioso.

Sviluppando la granularità emozionale smetti di essere uno spettatore passivo della tua vita e ne assumi il controllo. In questo modo eviti le inutili scariche di cortisolo e adrenalina, che sono così dannose.

È possibile sviluppare la granularità emozionale?


La buona notizia è che la granularità emozionale è un abilità, per cui è possibile svilupparla. Il primo passo consiste nell’ampliare il vocabolario emozionale, in questo modo avrai una gamma più ampia di concetti con cui catalogare ciò che provi.

Il secondo passo consiste nell’aumentare la consapevolezza emotiva, cioè, imparare ad ascoltare le tue emozioni e approfondirle. Considera che le emozioni sono come una matassa, che dovrai dipanare lentamente, poco a poco. Se non l’hai mai fatto prima all'inizio può essere difficile, ma con un po’ di pazienza potrai delineare meglio come ti senti.

Ricorda che quanti più strumenti hai per gestire la tua vita, tanto meglio il tuo cervello potrà affrontare le situazioni e minori saranno i problemi. Il cambiamento vale sicuramente la pena.


Fonti:
Feldman, L. et. Al. (2015) Unpacking Emotion Differentiation Transforming Unpleasant Experience by Perceiving Distinctions in Negativity. Current Directions in Psychological Science; 24(1): 10-16.
Pond, R. S. et. Al. (2012) Emotion differentiation moderates aggressive tendencies in angry people: A daily diary analysis. Emotion; 12(2):326-337.
Kashdan, T. B. et. Al. (2010) Emotion Differentiation as Resilience Against Excessive Alcohol Use An Ecological Momentary Assessment in Underage Social Drinkers. Psychological Science; 21(9): 1341-1347.
Stanton, Annette L. et. Al. (2000) Emotionally expressive coping predicts psychological and physical adjustment to breast cancer. Journal of Consulting and Clinical Psychology; 68(5): 875-882.
Pubblicato da: Jennifer Delgado

22 agosto 2016

Non esistono cattive decisioni, solo pessime interpretazioni

opportunità

“Una vedova aveva a suo carico alcune giovani donne di servizio che svegliava ogni giorno al canto del gallo perchè iniziassero a lavorare.

Le giovani, stanche della routine e del ritmo di lavoro, decisero di uccidere il gallo perchè la vedova non le svegliasse più così presto, pensavano infatti che svegliarsi presto fosse la causa di tutti i loro mali.

Tuttavia, dopo la loro vile azione, si resero conto che avevano solo aggravato la loro condizione perché da quel momento in poi la vedova inizió a svegliarle quando sentiva il fornaio che iniziava a lavorare, ben prima del canto del gallo”.


Questa storia ci offre una lezione importante: la causa dei nostri problemi non è sempre la prima che attraversa la nostra mente, è meglio riflettere attentamente e non agire avventatamente dato che potremmo aggravare le difficoltà piuttosto che risolverle.

I pregiudizi cognitivi che impediscono di trovare la vera causa dei problemi


Se potessimo trovare facilmente la causa dei nostri problemi sarebbe molto più facile risolverli senza stressarsi troppo. Infatti, quando ci poniamo le domande giuste siamo già a metà strada per trovare la soluzione. Il problema è che non funzioniamo con la stessa logica di una macchina e spesso siamo vittime di pregiudizi cognitivi che limitano la nostra visione.

- La percezione selettiva. Non vediamo il mondo così com'è, ma come siamo noi. Ciò significa che i nostri sogni, le speranze e le aspettative influenzano il significato che attribuiamo alle situazioni. Come risultato, ignoriamo una parte della realtà e ci concentriamo su ciò che consideriamo più comodo. Il problema è che in questo modo non riusciremo a formarci un quadro completo della situazione e non potremo avere una visione oggettiva che ci avvicini alla soluzione.

- Il pregiudizio di conferma. Si tratta della tendenza a favorire le informazioni che confermano le nostre ipotesi e idee, a prescindere dal fatto che l'informazione sia vera. Considerando solo ciò che conferma le nostre convinzioni non generiamo una dissonanza cognitiva, quindi non siamo costretti a riconsiderare la nostra posizione. Così, a volte vediamo solo ciò che vogliamo vedere.

- La negazione della probabilità. Per noi è più difficile decidere quando non abbiamo certezze. Pertanto, tendiamo a respingere completamente qualsiasi possibilità quando questa crea ancora più incertezza, anche se poteva essere una buona scelta. In pratica, preferiamo prendere le decisioni le cui conseguenze possiamo prevedere, piuttosto che scegliere un cammino incerto o sconosciuto.

- Il pregiudizio della responsabilità esterna. È la tendenza a eludere la nostra responsabilità e dare la colpa agli altri, così alleviamo lo stress che possono generare alcune decisioni. Questo pregiudizio si riferisce anche alla nostra tendenza a lasciare che gli altri decidano per noi, per non dover sopportare le conseguenze delle nostre azioni. Quindi, non approfondiamo ciò che realmente vogliamo o quale sarebbe la soluzione migliore, ma ci lasciamo trasportare dalle decisioni e dai criteri degli altri.

Come scoprire la causa dei problemi?


La mente umana è molto complessa, spesso le nostre emozioni, convinzioni e aspettative giocano brutti scherzi e ci impediscono di vedere la vera causa del problema, che spesso si trova dentro di noi. In effetti, alcuni problemi cesserebbero di essere così gravosi se solo fossimo in grado di cambiare la nostra visione della situazione o potessimo vederne chiaramente la causa.

1. Prenditi il tempo necessario. Si dice che il tempo aggiusta tutto, infatti, è un potente alleato che ci aiuta a mettere le cose in prospettiva. Così, di fronte a un problema, è meglio rilassarsi lasciando che le emozioni si attenuino. Così possiamo discernere più chiaramente qual è la causa e la soluzione più appropriata. Inoltre, durante questo tempo l'inconscio continua a funzionare e può anche rivelarci delle cose molto interessanti su noi stessi, anche attraverso i sogni. In realtà, questo è il motivo per cui, quando abbiamo un problema soffriamo più spesso di incubi, molti dei quali sono messaggi in chiave dell'inconscio.

2. Prendi coscienza delle tue emozioni. Non c'è bisogno di sbarazzarsi di emozioni e illusioni quando si analizza un problema o si prende delle decisioni. Infatti, questi possono essere molto utili e inclinano positivamente la bilancia verso ciò che ci fa sentire meglio. Ma è importante essere consapevoli della loro influenza, per capire fino a che punto influenzano il nostro giudizio.

3. Scopri di cosa hai paura. Dietro ogni problema che ci affligge si nasconde quasi sempre una paura. Quando qualcosa ci impedisce di dormire è perché genera paura, e la paura non è una buona consigliera nel momento di cercare le cause o prendere decisioni. Infatti, quando la paura è molto grande potremmo anche rifiutare di riconoscerla, in modo tale che la causa del problema rimarrà nell'ombra, nascosta alla nostra coscienza. Si tratta di un meccanismo di difesa con cui veniamo protetti, ma che alla fine provoca più danni che benefici. Pertanto, per trovare le cause di un problema, spesso si deve intraprendere un viaggio alla scoperta di noi stessi. È interessante notare che nel momento stesso in cui diveniamo consapevoli di quella paura iniziamo a liberarci della sua influenza.

4. Semplifica. Albert Einstein disse: “Qualsiasi idiota può complicare le cose; ci vuole un genio per semplificarle”. Quando abbiamo un problema tendiamo a complicare ancora di più le cose, abbiamo un talento eccezionale per drammatizzare. Tuttavia, per trovare la soluzione e la causa del problema si deve semplificare il più possibile. In realtà, dovremmo trasformarci in una sorta di giardiniere, che va separando poco a poco tutti i rami che impediscono di vedere il tronco. In questo processo, è importante essere consapevoli che la maggior parte dei problemi non hanno una sola causa, influiscono sempre diversi fattori. La chiave per risolverli consiste nel concentrarsi sulla causa principale.

5. Apriti alle possibilità. I problemi tendono ad annebbiarci le idee, facendoci credere che ci sia una sola via possibile. Tuttavia, se ci apriamo alle opportunità scopriamo che ci sono percorsi diversi, alcuni possono anche aiutarci ad uscire dalla nostra zona di comfort e crescere come persona. Pertanto, davanti a un problema, è importante valutare tutte le cause e le possibili soluzioni, anche se inizialmente possono sembrare inverosimili. Una buona strategia è quella di metterci per qualche minuto al posto degli altri e chiederci cosa penserebbero o farebbero, così sarà più facile aprire le nostre menti.
Pubblicato da: Jennifer Delgado
 

 

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