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24 marzo 2017

Quando le persone ti dicono che non sei più lo stesso, è perché hai smesso di essere come volevano che fossi

crescita personale

"Non sei più lo stesso, sei cambiato molto", è una delle critiche che riceviamo spesso ed è anche probabile che in qualche occasione noi stessi l’abbiamo rivolta ad altri. Dietro queste parole si nasconde spesso un sentimento di delusione. La persona sente che, in qualche modo, è stata tradita o ingannata, così finisce per accusare l'altro, incolpandolo di essere cambiato. Con queste parole sta dicendo che l'altro non è degno di fiducia o di essere amato, perché le premesse iniziali sulle quali è stato costruito il rapporto non esistono più.

Ovviamente, quando queste parole sono rivolte a noi, soprattutto se provengono da una persona che amiamo o stimiamo, ci sentiamo male e siamo portati a fare un esame di coscienza. Il problema è che, guardando dentro di noi, ci rendiamo conto che siamo cambiati veramente. Quindi ci sentiamo automaticamente colpevoli. E improvvisamente, ci sentiamo sopraffatti dal peso dei problemi della relazione, anche se non dovrebbe essere così.

Tutti cambiamo, sarebbe strano continuare ad essere gli stessi


Alcuni credono che la personalità sia immutabile. Anche gli psicologi lo pensavano fino a non molto tempo fa. Secondo questo punto di vista, se siete estroversi o introversi, continuerete ad esserlo fino alla fine dei vostri giorni. Ma le cose non vanno in questo modo.

Un recente studio condotto da psicologi dell'Università di Edimburgo ha dmostrato che non è così, rivelando che siamo una persona completamente diversa a 14 e a 77 anni. Questi ricercatori archiviarono i risultati dei test di personalità fatti a 174 adolescenti nel 1947 e applicarono di nuovo lo stesso test alle stesse persone 60 anni più tardi, per valutare i cambiamenti avvenuti nella loro personalità.

Vennero valutate così sei caratteristiche fondamentali: fiducia in se stessi, perseveranza, equilibrio emotivo, consapevolezza di sé, creatività e volontà di superare se stessi. Così scoprirono che la personalità di queste persone era cambiata notevolmente nel corso tempo, al punto che in alcuni casi fu praticamente impossibile tracciare dei parallelismi. Infatti, solo due persone mostrarono alcune caratteristiche stabili: equilibrio emotivo e consapevolezza di sé.

Questo dimostra che le circostanze della vita e il modo in cui noi le affrontiamo, ci modellano lentamente nel corso degli anni. Pertanto, è perfettamente normale cambiare, desiderare cose diverse, avere sogni diversi e modificare le opinioni e anche le convinzioni. D’altra parte, sarebbe davvero strano se restassimo ancorati allo stesso "io", perché questo significherebbe che non abbiamo imparato nulla dalle esperienze, che non siamo maturati.

Non permettere che ti facciano sentire in colpa, hai il diritto di cambiare


La vita è movimento. Se una persona si aspetta che nulla cambi nutre un’aspettativa illusoria, irreale. Purtroppo, molti si aggrappano all'immobilità perché l'idea di movimento e di cambiamento li terrorizza. A queste persone la prospettiva che l'altro possa cambiare provoca sofferenza, desiderano che tutto sia permanente, perché così possono avere un falso senso di sicurezza.

Quindi, quando ti dicono che sei cambiato e non sei più la stessa persona, quello che stanno realmente dicendo è che hai smesso di soddisfare le loro aspettative, alimentare le loro esigenze e non rientri più nell'immagine che avevano te.

Perché accade questo?


La cosa più probabile è che tu abbia continuato a crescere, mentre quella persona è rimasta ancorata al passato. Così ora le vostre differenze sono ancora più marcate dato che le tue aspettative, speranze e obiettivi sono diversi, come il tuo modo di reagire alla vita.



Ovviamente, questo cambiamento non è avvenuto dalla sera alla mattina, quindi la critica è generalmente motivata dalla mancanza d’attenzione. Ad un certo punto della relazione si sono perse l’intimità e la connessione che avevate, quindi sei diventato quasi un estraneo per quella persona, che non è stata in grado di vedere in tempo i tuoi cambiamenti e adattarsi di conseguenza.

Come affrontare questo rimprovero?


- Non lasciare che ti dia la colpa. Non permettere che questo rimprovero ti faccia sentire in colpa. Hai il diritto di cambiare e di non vivere per soddisfare le aspettative degli altri. Il cambiamento fa parte della vita.

- Chiedigli di essere preciso. Dire che "non sei più lo stesso" è una critica generica che non porta da nessuna parte. Chiedi alla persona di specificare cosa gli manca di te. Forse dovresti dedicare davvero più tempo alla relazione o recuperare alcune delle abitudini e gesti che avevi prima.

- Conosci meglio te stesso. A volte si cambia così velocemente che non si è pienamente consapevoli di questi cambiamenti, quindi è necessario un esercizio di auto-consapevolezza per ristabilire il contatto con queste nuove parti del nostro "io". In questo modo saprai esattamente quello che vuoi e dove sei diretto.

- Chiudi una fase della tua vita. La vita è chiudere alcuni cerchi e aprirne altri. Quando il divario è molto grande, a volte l'unica soluzione è separare le strade. Invece di farsi del male reciprocamente, alimentando critiche e insoddisfazioni, se ognuno guarda in una direzione diversa è meglio essere liberi entrambi di perseguire i propri sogni.

Smettiamo di conoscere qualcuno nello stesso momento in cui smettiamo di prestargli attenzione


È importante non dare mai nulla per scontato. Se nella tua vita hai incontrato una persona speciale che desideri tenere accanto a te, assicurati di dedicargli del tempo e crea dei momenti di intimità che ti consentano di conoscere meglio questa persona e scoprirne i lati nuovi. Così potrai stargli accanto in ogni fase del percorso di trasformazione e crescere insieme.


Fonte:
Harris, M. A. et. Al. (2016) Personality Stability From Age 14 to Age 77 Years. Psychology of Aging; 31(8): 862–874.
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23 marzo 2017

Le terribili cicatrici che l’abuso emotivo lascia nei bambini

educazione

Quando pensiamo ad abuso e castigo quasi sempre li associamo alla violenza fisica. Tuttavia, durante l'infanzia il più comune non è il castigo fisico ma l’abuso emotivo. E questo è tanto dannoso quanto le percosse.

L'abuso emotivo assume diverse forme. Infatti, è così comune che si stima che un terzo dei bambini nel mondo soffrano di una qualche forma di abuso emotivo.

- Negligenza. La mostrano i genitori che prendono una distanza emotiva dai loro figli e non soddisfano le loro esigenze, in questo modo i figli crescono in una casa dove non hanno nessun tipo di appoggio emotivo.

- Umiliazione. La forma più comune consiste nel mettere in imbarazzo il bambino quando commette un errore o non capisce qualcosa, così lo si incoraggia ad avere un’immagine negativa di sé.

- Denigrazione. Quando i genitori sminuiscono interessi, opinioni e desideri dei loro figli, trasmettendo l'idea che non sono importanti o degni di essere presi in considerazione.

- Pressione. Quando i genitori fanno pressione in modo esagerato sui loro figli perché soddisfino le loro aspettative, senza tener conto delle loro capacità, bisogni e desideri.


L'abuso emotivo è più dannoso della punizione fisica


Gli psicologi delle università del Minnesota e McGill analizzarono 2.292 bambini che presero parte ad un campo estivo e seguendoli per un periodo di 20 anni. Quando lo studio ebbe inizio i bambini avevano tra i 5 ei 13 anni d’età.

I ricercatori analizzarono l'impatto delle diverse forme di abuso infantile nei bambini. Così scoprirono che tanto la punizione fisica come l’abuso emotivo provocano danni psicologici e non si riscontrarono differenze nelle risposte tra ragazze e ragazzi.

La punizione fisica e l’abuso emotivo generarono ansia, depressione e una bassa autostima. Tuttavia, l'abuso psicologico era più legato alla comparsa di sintomi depressivi, disturbi d'ansia e dipendenza, abuso di sostanze stupefacenti nell'adolescenza, problemi comportamentali e difficoltà di apprendimento.

Le cicatrici restano incise nel cervello


Un altro studio condotto presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università libera di Berlino analizzò il cervello di donne che subirono diverse forme d’abuso durante l'infanzia. I neuroscienziati scoprirono così che l'abuso fisico ed emotivo lasciano diverse tracce nel cervello.

Mentre l'abuso fisico colpisce soprattutto le aree motorie della corteccia, le conseguenze dell’abuso emotivo nel cervello sono ancora più preoccupanti in quanto si riflettono nelle aree della corteccia prefrontale e nel lobo temporale mediale, le aree di decodifica e controllo delle emozioni, dell’immagine di sé e dell'empatia.

In queste zone venne osservata la riduzione del volume e della densità sinaptica. Ciò significa che questi settori non vennero potenziati correttamente durante l'infanzia e, di conseguenza, la corteccia non ha potuto sviluppare uno spessore sufficiente.

La densità sinaptica aumenta con l'uso. Quando impariamo qualcosa di nuovo, che si tratti di scrivere o riconoscere le emozioni degli altri, vengono create delle nuove connessioni nelle aree del cervello legate a queste abilità. Ovviamente, se durante l'infanzia non abbiamo avuto l'opportunità di sviluppare determinate abilità, queste connessioni non vennero create.

L'abuso emotivo altera i modelli dei segnali sinaptici che dovrebbero attivarsi normalmente, facendo in modo che i bambini, e in seguito gli adulti, abbiano delle difficoltà a gestire le proprie emozioni, siano meno empatici e abbiano un'immagine negativa di sé.

Non possiamo dimenticare che un legame sicuro è essenziale per il corretto sviluppo del cervello, in particolare dei settori legati al controllo emotivo. Un bambino sottoposto a stress continuo può subire un danno cerebrale che sarà poi difficile da eliminare. Pertanto, ricorda che è più facile educare i bambini ad essere emotivamente forti che riparare degli “adulti rotti”.


Fonti:
Vachon, D. D. et. Al. (2015) Assessment of the Harmful Psychiatric and Behavioral Effects of Different Forms of Child Maltreatment. JAMA Psychiatry; 72(11):1135-1142.
Heim, C. M. et. Al. (2013). Decreased cortical representation of genital somatosensory field after childhood sexual abuse. American Journal of Psychiatry; 170(6): 616-623.
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22 marzo 2017

Ogni volta che lasci vincere tuo figlio gli togli un’opportunità di crescere

educazione

"Bisogna saper perdere", è una frase ripetuta spesso dai nostri genitori durante la nostra infanzia che probabilmente ripeteremo anche noi ai nostri figli, con la segreta speranza che riescano ad incassare meglio i duri colpi della vita e assumano la sconfitta con sportività.

Tuttavia, non c'è niente di meglio per insegnargli a perdere che lasciarli perdere, qualcosa che i genitori di solito non fanno. La tendenza degli adulti a lasciare che i bambini vincano sempre, per farli sentire bene, potrebbe causare loro molti problemi psicologici in futuro.

Molto spesso, quando giochiamo con i bambini, fingiamo di perdere, per evitare che piangano o facciano i capricci. In questo modo i piccoli sono felici perché sperimentano la sensazione di potere, ma così facendo togliamo anche loro l'opportunità di sviluppare le adeguate strategie psicologiche, così necessarie per affrontare la sconfitta e il fallimento nella vita reale, tutto per ridurre al minimo in loro il dispiacere di aver perso.

La tendenza a rendere la vita facile ai bambini è normale e non particolarmente dannosa, ma a volte potremmo esagerare. Quando cerchiamo di rendergli tutto facile, non pensiamo alle conseguenze che ciò comporta nella formazione della loro personalità.

A questo proposito, uno studio condotto presso l'Università della Virginia con bambini di 4 e 5 anni, ha rivelato che i bambini ai quali viene concessa una vittoria immeritata sviluppano una percezione distorta delle loro abilità.

Questi psicologi hanno scoperto che quando i bambini hanno molto successo in un determinato compito, sono meno consapevoli delle informazioni rilevanti che potrebbero usare per conoscere il mondo, in quanto ritengono che queste siano meno importanti perché qualcuno gli sta facilitando il cammino. In pratica, risolvere i problemi al posto loro, gli impedisce di sviluppare gli strumenti necessari per risolvere i problemi da soli.

Perché è così importante che i bambini imparino a perdere?


- La loro autostima viene protetta e si rafforza, perché chi sa perdere non considera la sconfitta qualcosa di personale, una mancanza di capacità o di coraggio, ma una cosa assolutamente normale che può accadere in diverse situazioni e che può anche essere invertita. Pertanto, le sconfitte non influenzano la loro autostima, al contrario, la rafforzano.

- Miglioreranno le loro abilità sociali, così parteciperanno e giocheranno con sportività, e inoltre non si arrabbieranno con gli altri quando perderanno e non causeranno conflitti.

- Impareranno a concentrarsi nell'attività piuttosto che nei risultati, quindi smetteranno di pensare in termini di successo e fallimento e godranno molto di più dell’attività stessa.

- Comprenderanno l'importanza della perseveranza e dell’impegno, concentrandosi sulla possibilità di cambiare partendo dall’errore, invece di attribuire il successo alla fortuna.

- Svilupperanno maggiore tolleranza alla frustrazione
, essendo in grado di considerare gli ostacoli come delle sfide, il che gli consentirà di affrontare meglio le avversità, senza crollare e uscendone rafforzati.

- Impareranno a essere più cooperativi e ad aiutare gli altri, piuttosto che sviluppare un atteggiamento più competitivo ed egoista che gli causerebbe dei problemi.

- Svilupperanno un immagine più realistica di sé
, che gli servirà per affrontare le future sfide della vita, dato che saranno consapevoli delle loro abilità, capacità, potenzialità e limiti.

Questo significa che non dovremmo farli vincere mai?


Il gioco dovrebbe essere sempre un'esperienza divertente, ma non possiamo dimenticare che è anche un'ottima occasione di apprendimento. Se i genitori lasciano che il bambino vinca sempre, gli impediscono di prepararsi per le sconfitte che dovrà sperimentare durante la vita. Ma se il bambino perde sempre, è altrettanto probabile che sviluppi una profonda frustrazione.

Pertanto, alcune volte possiamo farli vincere. Anche se la strategia migliore è quella di equiparare le forze nel gioco. Ad esempio, si può dare loro un piccolo vantaggio iniziale prima di cominciare, per fare in modo che la competizione sia più equa.

Quando sono molto piccoli, possiamo anche dare la priorità a giochi che non includano la competizione evitando quelli che richiedono competenze più complesse, perché in questo modo non saremo obbligati a farli vincere.

Ovviamente, l'età del bambino è cruciale. Quando il bambino è molto piccolo i concetti di vittoria e sconfitta sono spesso irrilevanti, perché a questa età gode molto di più del gioco stesso, non lo assume come una competizione. In questa fase la cosa più importante è che il bambino impari a seguire le regole.

Più tardi, nella misura in cui il bambino cresce, sviluppa le sue capacità e inizia a cercare l’approvazione sociale, darà più importanza alla competizione e ai risultati del gioco, anche se ciò dipenderà molto dalla rilevanza che i genitori danno alle vittorie. Se questi fin da piccolo gli insegnano a godere del cammino, piuttosto che concentrarsi sul risultato finale, il peso di una sconfitta non sarà mai così grande.

Ad ogni modo, a partire dai 4 anni d’età i genitori dovrebbero iniziare a elaborare i concetti di vittoria e sconfitta, senza trucchi. Dobbiamo sempre tenere presente che quando i bambini perdono hanno l’opportunità di gestire la situazione, i sentimenti che genera e riprendersi.

Come ottenere che le sconfitte si trasformino in vittorie?


- Convalidando i loro sentimenti concentrandoci sul lato positivo. Perdere non lo farà sentir bene, ma non si tratta di essere dispiaciuti per il bambino, ma di confermare le sue emozioni e aiutarlo a concentrarsi sul lato positivo della situazione, sottolineando quanto vi siete divertiti giocando insieme.

- Assumendo la sconfitta come un'opportunità di apprendimento. Se insegni al tuo bambino che perdere non è qualcosa di negativo, ma un’opportunità per imparare e crescere, questo tipo di situazione non lo affetterà più di tanto.

- Cambiando i concetti di vincitore e perdente. In realtà, non vince chi arriva primo, ma chi gode di più dell'attività stessa, impara, collabora e non si arrende davanti agli ostacoli. Pertanto, è importante non esaltare eccessivamente il vincitore o ridicolizzare il perdente.

Ricorda che qualsiasi cosa semini oggi lo raccoglierai domani. Una piccola sconfitta nel gioco può rendere tuo figlio più preparato ad affrontare le delusioni, i fallimenti e le avversità della vita.


Fonte:
Palmquist, C. M. et. Al. (2016) Success inhibits preschoolers’ ability to establish selective trust. Journal of Experimental Child Psychology; 152: 192–204.
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21 marzo 2017

Questo emozionante video insegna che “amare non significa dare ciò che avanza, ma condividere il poco che si ha”

crescita personale

L'amore è uno dei sentimenti più profondi che possiamo sperimentare, sia per il partner, i figli, o i genitori o anche per un animale domestico. L'amore, quando è autentico, non solo ci riempie, ma ci cambia completamente rendendoci persone migliori.

Una delle meraviglie dell'amore è che ci permette di espandere i nostri confini oltre l'immaginabile, perché ci rendiamo conto che il vero piacere consiste nel dare, nell’aiutare gli altri, anche se questo significa fare dei "sacrifici".

Questo meraviglioso e commovente video tratta dell'amore di un padre per sua figlia, ed è una storia vera.


La storia vera che ha ispirato il video


Nel 2005 il regista Shi Qian visitò il Museum of Childhood di Edimburgo. La collezione era composta da molte bambole e giocattoli che erano appartenuti a bambini di altre epoche.

Tuttavia, tra tutti quei giocattoli vide una bambola molto particolare che attirò la sua attenzione. Non era bella come le altre, le rifiniture lasciavano molto a desiderare e non aveva dei colori brillanti, ma anche così, sarebbe potuta diventare tranquillamente il pezzo clou del museo.

Si trattava di una bambola fatta con una scarpa e la sua descrizione recitava: "Bambola fatta con una scarpa che apparteneva a una bambina povera di Londra nel 1905". Da quel momento, il regista non riuscì a smettere di immaginare come fosse stata la vita di quella bambina e dei suoi genitori.

Senza pensarci due volte, decise di realizzare un cortometraggio animato intitolato semplicemente "scarpa", che racconta la storia così come lui la immaginò. Il video ricevette numerosi premi, tra cui "The Best Student Film of BAF08" e il "MX Award" nella TAF2010.

3 lezioni di vita


1. Amare è dare, non chiedere. L’amore immaturo è egoista ed esigente, l’amore maturo offre se stesso. Tuttavia, questa offerta non rappresenta un sacrificio nel senso più letterale del termine perché siamo immensamente felici di rendere felice la persona che amiamo.

2. A volte, molto poco rappresenta molto. E non sono le cose materiali, ma la storia che sta dietro di loro a renderle speciali. Per questo nella vita non si tratta di avere di più, ma apprezzare di più ciò che abbiamo, dandogli un valore e un significato.

3. Non si è mai troppo poveri per non avere qualcosa da dare. Se guardiamo attentamente dentro di noi, ci renderemo conto che abbiamo sempre qualcosa da offrire: amore, comprensione, sostegno... Questi sentimenti sono molto più importanti di qualsiasi proprietà, perché aiutano a curare le ferite emotive.
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20 marzo 2017

Qual è la causa degli incubi?

sogni

Un estraneo ci perseguita, cadiamo nel vuoto dalla cima di un grattacielo, vogliamo avvertire qualcuno di un pericolo ma restiamo senza voce, dobbiamo correre per metterci al sicuro ma restiamo paralizzati... Questi sono alcuni dei temi ricorrenti negli incubi notturni della maggior parte degli adulti.

Al risveglio, respiriamo a fatica e il nostro cuore sembra voler uscire dal petto. Infatti, alcune volte abbiamo bisogno di tempo per renderci conto che si è trattato solo di un brutto sogno.

Uno studio realizzato presso l'Università di Pittsburgh indicò che il 29% degli adulti di solito ha almeno un incubo al mese, mentre tra il 2 e il 6% ha un’incubo alla settimana. È curioso, ma le persone anziane tendono ad avere meno incubi, quasi la metà dei giovani adulti.

7 cause degli incubi


Generalmente gli incubi si presentano quando dormiamo profondamente, durante il sonno REM. In questa fase, gli occhi si muovono rapidamente ma il nostro corpo è paralizzato perché il cervello disattiva le aree motorie, per prevenire i movimenti ed evitare di danneggiarci durante il sogno. Ma qual è la causa degli incubi?

1. Troppo stress. Lo stress è uno dei principali fattori scatenanti degli incubi. La tensione accumulata durante il giorno può avere un impatto sui sogni dato che l’attività onirica è spesso l’espressione delle nostre paure e preoccupazioni quotidiane. Infatti, uno studio condotto presso l'Università di Heidelberg con 840 atleti professionisti ha rivelato che il 15% di loro tendeva ad avere degli incubi prima della gara. Pertanto, se sei molto stressato è probabile che queste tensioni si manifestino durante il sonno.

2. Esporsi ad una situazione scioccante prima di coricarsi.
L'ultima cosa che fai prima di andare a dormire influenza notevolmente i tuoi sogni. Quindi, se hai visto un film horror, stai leggendo un libro dello stesso genere o hai appena ricevuto una notizia sconvolgente, è probabile che queste esperienze si riflettano nei tuoi sogni. Anche le scene violente o le notizie che vedi in TV possono riflettersi nei tuoi sogni, anche se da sveglio pensi che non abbiano un tale impatto. Pertanto, se desideri dormire sonni tranquilli, devi assicurarti che nulla disturbi le ultime ore prima di andare a letto.

3. Dormire poco. È stato notato che lunghi periodi di privazione del sonno provocano un aumento degli incubi. Contrariamente alla credenza popolare, quando non dormiamo abbastanza il nostro cervello entra in uno stato di eccitazione che impedisce di conciliare un sonno riparatore. Questo è il motivo per cui gli incubi sono più vividi quando abbiamo dormito poco per alcuni giorni consecutivi. Inoltre, sono più comuni anche nelle persone con dolore cronico e che hanno difficoltà a dormire.

4. Esperienze di vita negative. I sogni incorporano molti dettagli della nostra vita di tutti i giorni, ma di solito astrattamente. Pertanto, normalmente gli incubi sono relativi alle esperienze che abbiamo vissuto durante il giorno. In effetti, uno studio condotto presso la Harvard University nel quale si analizzarono i sogni e gli incubi di 20 persone, ha concluso che solitamente nei sogni appaiono i contenuti degli ultimi due o sette giorni. Anche se in alcuni casi la causa dell'incubo è più vecchia e risale ad esperienze autobiografiche, soprattutto se queste sono state impattanti e non le abbiamo superate completamente.

5. Caratteristiche della personalità. Alcuni tratti della personalità potrebbero renderci più propensi ad avere incubi. Uno studio condotto negli anni ottanta del secolo scorso ha scoperto che le persone che avevano incubi frequenti condividevano anche tre caratteristiche: sfiducia, alienazione e distacco emotivo. Un altro studio portato a termine da The Graduate Theological Union ha rivelato che le persone che sono tendenzialmente conservatrici riferiscono di avere più incubi rispetto ai liberali.

6. Malattie e farmaci. Talvolta la causa degli incubi è una malattia. Gli studi hanno dimostrato che le persone che soffrono di epilessia, apnea del sonno o sindrome delle gambe senza riposo, hanno maggiori probabilità di avere incubi perché hanno un modello di sonno più irregolare. Gli incubi sono comuni anche nelle persone che soffrono di depressione, fobie e stress post-traumatico. Inoltre, è noto che alcuni farmaci possono aumentare le probabilità di avere incubi, in particolare quelli che alterano i livelli dei neurotrasmettitori nel cervello, come gli antidepressivi, i medicinali per il trattamento del Parkinson, i barbiturici e le benzodiazepine.

7. Una cena troppo pesante. Mangiare troppo prima di andare a letto è una delle principali cause di incubi perché implica una digestione più lenta e complicata, il metabolismo resterà più attivo, aumenterà la temperatura corporea e, di conseguenza, verrà stimolata l'attività cerebrale. Così probabilmente non dormirai bene e potresti avere degli incubi.


E se gli incubi fossero messaggi che ci aiutano a risolvere i nostri problemi?


La buona notizia è che non tutti i mali vengono per nuocere. In effetti, una delle teorie che tentano di spiegare l'origine e il significato degli incubi ipotizza che sorgono perché in quel momento stiamo pensando ad una situazione complessa e la nostra mente cerca di trovarvi una soluzione. Durante il giorno, quando pensiamo a qualcosa che ci fa paura o causa stress, tendiamo ad appartare l’idea e ci immergiamo presto in un’altra attività, ma quando siamo addormentati, la nostra mente vaga senza meta e non siamo in grado di ricorrere alle distrazioni. Ed ecco che appaiono gli incubi.

Secondo questa teoria, spesso gli incubi tentano di riprodurre scenari difficili per aiutarci a trovare delle soluzioni che possono servirci durante il giorno o solo per incoraggiarci a reagire alle avversità. Così, anche se ci spaventano, alla fine dei conti gli incubi non sarebbero poi così negativi.


Fonti:
Bulkeley, K. (2012) Dream Recall and Political Ideology: Results of a Demographic Survey. Dreaming; 22(1): 1–9.
Blagrove, M. et. Al. (2011) Assessing the Dream-Lag Effect for REM and NREM Stage 2 Dreams. PLoS One; 6(10): e26708.
Erlacher, D. et. Al. (2011) Frequency of nightmares and gender significantly predict distressing dreams of German athletes before competitions or games. J Psychol; 145(4): 331-342.
Hasler, B. & Germain, A. (2009) Correlates and Treatments of Nightmares in Adults. Sleep Med Clin; 4(4): 507–517.
Kales, A. et. Al. (1980) Nightmares: Clinical characteristics and personality patterns. The American Journal of Psychiatry; 137(10): 1197-1201.
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17 marzo 2017

La scienza lo conferma: Meglio soli che male accompagnati

coppia e sessualità

I rapporti interpersonali sono una immensa fonte di gioia, ma a volte causano anche grandi delusioni. Pertanto, anche se numerosi studi hanno dimostrato che contare con una solida rete sociale di appoggio è importante per recuperarsi dalle malattie e tenere sotto controllo problemi come la depressione, non è meno vero che in alcuni casi è altrettanto valido il vecchio proverbio: "meglio soli che male accompagnati."


Una relazione tossica può influenzare la salute


Gli psicologi della State University di New York hanno messo il dito nella piaga rilevando che un rapporto che ci rende infelici può avere un impatto molto negativo sulla nostra salute, sia fisica che psicologica. In effetti, la qualità di una relazione può influenzarci molto più di quanto possiamo pensare.

Nello studio gli psicologi analizzarono le relazioni di 200 giovani coppie, fidanzati e sposati, al fine di determinare come queste influenzavano la salute dei soggetti.

In questo modo scoprirono che circa un terzo dei giovani avevano sperimentato cambiamenti significativi nelle loro relazioni durante questo periodo di tempo, così come nel loro stato di salute. Quando nella relazione prodominavano amore, affetto, sostegno, compromesso e comprensione, la salute di entrambi i membri della relazione migliorava.

Tuttavia, quando il rapporto era caratterizzato da ostilità e critiche, le persone si sentivano infelici e frustrate. Se queste relazioni si mantenevano nel tempo la salute dei soggetti iniziava a soffrirne, apparivano i sintomi della depressione, problemi con l’alcol e altri disturbi fisici. Si è anche visto che quanto più velocemente le persone si lasciavano alle spalle queste cattive relazioni, tanto meglio si recuperavano, indicando che quanto più a lungo dura la cattiva relazione, tanto più difficile risulterà recuperarci, sia emotivamente che fisicamente.

Ostilità e mancanza di sostegno, sensazioni psicologiche che hanno conseguenze fisiche


Un pessima relazione può farci cadere in uno stato di stress in cui la delusione si mescola con il pessimismo e la rabbia. Ovviamente, rimanere in questo stato per un lungo periodo di tempo causerà dei cambiamenti a livello fisiologico che influenzeranno la nostra salute.

A questo proposito, una serie di ricerche condotte da specialisti della Ohio State University sono particolarmente rivelatrici perché dimostrano, senza alcun dubbio, l'enorme impatto che un rapporto di coppia può avere sulla nostra salute.

Questi ricercatori hanno studiato 76 donne, metà delle quali sposate e l'altra metà divorziate o in procinto di separarsi. Dopo aver analizzato il loro sangue hanno scoperto che quelle che mantenevano un rapporto di coppia complicato o restavano emotivamente legate ad un rapporto difficile, mostravano una risposta più debole del sistema immunitario.

In seguito hanno coinvolto nello studio 42 coppie al fine di indagare cosa accade nel nostro corpo durante una discussione di coppia. Il primo giorno la coppia doveva parlare per mezz'ora di un argomento nel quale erano pienamente d’accordo entrambi, il giorno seguente dovevano affrontare un problema sul quale non erano d'accordo e che gli generava tensione.

Mentre questi parlavano, i ricercatori provocarono loro delle piccole ustioni sulle braccia per analizzare l'effetto del sostegno o dell’incomprensione nel processo di guarigione. Così scoprirono che quando le coppie discutevano, le ferite necessitavano di un giorno in più per guarire. E nelle coppie che mostrarono la maggiore ostilità, le ferite tardarono due giorni per guarire.

Questi dati suggeriscono che lo stress che sperimentiamo in un rapporto di coppia scatena dei cambiamenti nel nostro organismo che, a lungo termine, possono avere effetti negativi sulla nostra salute. Pertanto, se sei "intrappolato/a" in una relazione tossica, che ti genera più insoddisfazione che felicità, dovresti fermarti un attimo a ripensare al cammino che hai intrapreso, riflettere e trovare la soluzione migliore per entrambi.


Fonte:
Barr, A. B. et. Al. (2016) Romantic relationship transitions and changes in health among rural, White young adults. J Fam Psychol; 30(7): 832-842.
Kielcot-Glaser, J. K. et. Al. (2005) Hostile marital interactions, proinflammatory cytokine production, and wound healing. Arch Gen Psychiatry; 62(12): 1377-1384.
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16 marzo 2017

Cos’è la Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni?

psicologia

La Psicologia Clinica e della Salute è il ramo più noto e popolare della psicologia, anche tra coloro che decidono di studiare questa professione. Ma la psicologia non si ferma qui. Questa scienza si è arricchita nel corso degli anni fino a comprendere quasi tutti i settori del comportamento umano.

Così è nata la Psicologia del Lavoro, o Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni, una specialità della psicologia diretta all’analisi e all’intervento nelle organizzazioni sociali e del lavoro e in tutte le dimensioni che formano il mondo del lavoro.

Se è vero che l'APA non la riconobbe come disciplina fino al 1970, i suoi antecedenti sono più antichi e risalgono a quella che si conosceva come "Psicologia Industriale". Infatti, uno dei primi lavori in questo settore è stato quello di F.W. Taylor, nel 1911, che cercò di trovare la causa delle grandi perdite che si verificavano nell’industria statunitense nell’inefficienza della direzione e dei lavoratori.

Di cosa si occupa un professionista della Psicologia del Lavoro?


Il professionista della Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni analizza e interviene nelle pratiche lavorative per migliorarle e crea le condizioni necessarie perché le organizzazioni avanzino verso spazi di lavoro più efficaci e con una migliore qualità della vita. In effetti, uno dei suoi obiettivi principali è quello di porre le basi per creare delle organizzazioni sane che promuovano il benessere delle persone che lavorano.

Per quanto riguarda l'analisi e l'intervento nel mondo del lavoro, gli obiettivi di questa figura professionale sono molteplici, ma possono essere riassunti in: analisi, diagnosi e intervento nel mondo del lavoro, al fine di creare una dinamica nelle sue diverse dimensioni (promozione dell'occupazione, persone in cerca di lavoro, aggiornamento e miglioramento delle organizzazioni, miglioramento dei profili richiesti dalle organizzazioni e le competenze dei lavoratori...).

Inoltre, dal momento che l'intervento nel mondo del lavoro è un campo applicato, nella sua attività questo professionista avrà alcune priorità, quali l'inclusione delle persone che lavorano e le pari opportunità sul luogo di lavoro.

Alcune delle funzioni di un professionista della Psicologia del Lavoro in un’azienda sono:

- Selezione del personale. Si tratta di uno degli aspetti più noti della Psicologia del Lavoro e anche uno di quelli che più sono cambiati negli ultimi anni, perché molte aziende si sono allontanate dai test standardizzati e preferiscono realizzare la selezione del personale attraverso interviste personali o test situazionali perché in questo modo si può valutare meglio le capacità e le competenze dei candidati, così come i loro valori e le reazioni. È compito dello Psicologo del Lavoro quello di progettare e, in molti casi applicare, queste prove, per trovare la persona giusta per ogni diversa mansione.

- Analisi dell’impiego. È responsabile di realizzare un profilo dell’impiego, per determinare quali requisiti, competenze, capacità ed esigenze deve avere il lavoratore che occuperà quella posizione. Così si massimizzano le probabilità che la persona sia in grado di svolgere con successo il lavoro affidatogli e si evita la sovrapposizione delle funzioni, un fenomeno comune nelle aziende che affetta la produttività. Inoltre, a partire da questi dati si possono progettare dei programmi di formazione.

- Prevenzione dei rischi. Prevenire i rischi è fondamentale per la salute fisica e psicologica dei lavoratori. Il professionista della Psicologia del Lavoro dovrebbe essere in grado di analizzare le risposte del lavoratore e determinare i fattori che possono rappresentare un rischio, per proporre metodi di lavoro più sicuri. Ad esempio, in un lavoro di routine, è necessario includere brevi pause o incentivi per evitare un incidente dovuto alla fatica visivo-attentiva. Pertanto, il suo lavoro è quello di anticipare possibili incidenti e promuovere un ambiente di lavoro e comportamenti più sicuri.

- Valutazione delle prestazioni. È responsabile della valutazione dei risultati ottenuti rispetto a quelli attesi, e dell’analisi dei fattori coinvolti nel processo. Così può proporre modifiche che migliorino il rendimento e creino un clima organizzativo adeguato nel quale i lavoratori si sentano più a loro agio e possano esprimere il loro pieno potenziale. Inoltre, lo psicologo del lavoro è molto utile nelle aziende che intendono attuare una profonda ristrutturazione a livello organizzativo, per garantire che il cambiamento sia il più fluido e agevole possibile per tutti. Contribuisce anche a migliorare il lavoro di squadra e assicura che il clima organizzativo sia quello giusto.

- Intervento nel mondo del lavoro. Si occupa dell’analisi e dell’intervento nel mondo del lavoro, dal punto di vista macro relativo al contesto economico e lavorativo, fino ai semplici lavoratori. Potrà inoltre gestire, pianificare e promuovere proposte di politiche per l’impiego incentrate sulle esigenze di individui e organizzazioni, e sviluppare strategie d’intervento e dinamizzazione della realtà lavorativa, generalmente attraverso programmi o iniziative in materia di lavoro, occupazione, accesso al lavoro e attenzione ai gruppi di difficile accesso o permanenza nel mercato del lavoro. Può anche facilitare i processi di cambiamento nella persona per aiutarla a raggiungere i suoi obiettivi sul lavoro e svilupparne al massimo il potenziale attraverso un processo di coaching.
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15 marzo 2017

Il tempo non cura le ferite, sei tu che ti curi nel tempo

crescita personale

Un proverbio popolare dice che "il tempo cura le ferite", che a volte devi solo lasciare che il tempo passi, tenendo duro stoicamente giorno dopo giorno, perché le ferite guariscano da sole. Ma questa convinzione può trasmettere un’idea errata: che non abbiamo bisogno di fare nulla e le ferite si rimargineranno da sole.

In realtà non è così. O almeno non del tutto.

Se non facciamo nulla, se non impariamo da questa situazione, è probabile che la ferita si chiuda in modo superficiale e al minimo tocco si riaprirà. Così, spesso, quando pensiamo di aver già superato un problema e finalmente possiamo andare avanti, il dolore torna, intenso come il primo giorno.

Anche le ferite emotive hanno bisogno di cure


Quando ci procuriamo una ferita fisica, sappiamo che dobbiamo disinfettarla a curarla. Tuttavia, riteniamo che le ferite emotive abbiamo bisogno di meno cure e che guariscano da sole. Ma non è così. Anche le ferite dell'anima meritano attenzione.

In realtà, l’unica cosa che fa il tempo è permetterci di immergerci nella routine quotidiana, ci sprofonda nelle preoccupazioni e le responsabilità della vita di tutti i giorni, in modo tale che nella nostra mente mettiamo da parte la perdita, il fallimento o il problema sofferto. Ma questo non significa che la ferita guarirà.

A questo proposito, uno studio condotto presso la Harvard University risulta particolarmente illuminante. Questi neuroscienziati chiesero alle persone che avevano sofferto un trauma di ascoltare una descrizione di ciò che gli era accaduto mentre i loro cervelli venivano analizzati.

Così si scoprì che rivivendo le esperienze dolorose si attivavano alcune aree del cervello, in particolare l'amigdala, che è il nucleo della paura, e la corteccia visiva. Allo stesso tempo, si produceva la disattivazione dell'area di Broca, l'area cerebrale responsabile del linguaggio.

Questo significa che quando le persone sperimentano un trauma, se non lo trasformano in una esperienza narrativa (significa riuscire ad accettare l’accaduto e trovargli una collocazione nella memoria autobiografica), questo tornerà ad essere vissuto come si trattasse di una situazione reale e, quindi, continuerà a causare dolore.

Pertanto, anche se in alcuni casi può essere opportuno riprendere la routine quotidiana per assumere una certa distanza psicologica dal problema, in altri casi il modo migliore per affrontare la situazione dolorosa è fare una pausa e cercare nuovi orizzonti che ci permettano di riflettere su ciò che è accaduto, trovargli un significato e andare avanti, seriamente.

Guarire fa male, ma il dolore aiuta a crescere


Quando mettiamo del disinfettante su una ferita recente questa brucia e fa male. Ma siamo consapevoli che dobbiamo soffrire un po’ per evitare mali maggiori. Ciò nonostante, normalmente preferiamo evitare di concentrarci troppo sulle ferite emotive perché pensiamo che se le ignoriamo, guariranno da sole.

Tuttavia, ci sono ferite che hanno bisogno di cure particolari. E questo significa:

- Non reprimere le emozioni, fingendo che non esistano. Invece, dobbiamo essere consapevoli di ciò che sentiamo e cercare di capire perché ci sentiamo così. Concederti la libertà di esprimere ciò che senti ha un enorme potere catartico. Inoltre, reprimere le emozioni non le fa sparire.

- Accettare quello che è successo, per quanto difficile possa essere. Anche se in molte situazioni, soprattutto quando si verifica una perdita o un fallimento, la nostra prima reazione è la negazione, è importante superare questa fase il più presto possibile, perché negare l’accaduto ci impedirà di guarire. Questo significa che invece di guardare da un'altra parte, è necessario concentrarsi sull’accaduto, per assimilarlo.

- Smettere di cercare il significato e apprendere la lezione. Nella vita, possono capitarci disgrazie che ci sembrano ingiuste, alle quali non riusciamo a dare un significato. Quindi, invece di insistere a chiederci perché, qualcosa che ci mantiene in un vicolo cieco, possiamo chiederci cosa ci insegna questa esperienza, come può aiutarci a essere più forti.

Come sapere quando una ferita è guarita?

La risposta è molto semplice: quando puoi parlare o pensare a quello che è successo senza soffrire. Questo non significa che in questi momenti non proverai emozioni come tristezza e nostalgia, ma queste non ti faranno più male, perché saranno avvolte da un velo di gratitudine.


Fonte:
Rauch, S. L. et. Al. (1996) A symptom provocation study of posttraumatic stress disorder using positron emission tomography and script-driven imagery. Arch Gen Psychiatry; 53(5): 380-387.
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