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24 luglio 2017

Se sei perfezionista vivrai meno, se sei ottimista vivrai di più

curiosità

L'aspettativa di vita è determinata da molti fattori. Il fatto che viviamo più o meno a lungo non dipende solo dalla genetica, la dieta, il livello di attività fisica ei fattori ambientali a cui ci esponiamo, ma anche da fattori psicologici. Non è quindi sufficiente ripulire l’ambiente circostante e adottare uno stile di vita sano, se ci dimentichiamo di fare pulizia mentale.

La tendenza al perfezionismo e la nevrosi ci presentano un conto salato


Alcuni ricercatori canadesi della Trinity Western University si sono chiesti se alcuni tratti della personalità possono influenzare la nostra aspettativa di vita. Per scoprirlo hanno reclutato 450 adulti della terza età e li hanno seguiti per un periodo di sei anni e mezzo.

Nella fase iniziale dello studio le persone non soffrivano di malattie gravi. Tuttavia, il rischio di morte era maggiore in alcuni rispetto ad altri. Durante i test della personalità, questi psicologi scoprirono che le persone che avevano la tendenza al perfezionismo e soffrivano di nevrosi, avevano maggiori probabilità di morire. Al contrario, il rischio era molto più basso nelle persone che avevano una personalità più ottimista, estroversa e responsabile.

Il perfezionismo e la nevrosi hanno molti punti in comune, perché implicano la tendenza alla persistenza ossessiva. Nel caso del perfezionismo l’ossessione è data dal desiderio di ottenere risultati migliori, mentre nella nevrosi dipende dalle preoccupazioni.

Tuttavia, in entrambi i casi l'impossibilità di staccare dal lavoro o dai pensieri stressanti può causare cambiamenti anche a livello immunologico, come indicano numerosi studi.

Ottimismo, estroversione, auto-efficacia e l'apertura a nuove esperienze, sono la chiave per vivere più a lungo


Uno studio condotto presso il prestigioso Karolinska Institute ha confermato i risultati precedenti. Questa volta i ricercatori reclutarono un campione più ampio di 2.298 adulti oltre i 60 anni senza sintomi di alcun disturbo psicologico o neurologico e li seguirono per oltre 11 anni.

Trascorso questo periodo di tempo scoprirono che le persone più estroverse avevano un tasso di mortalità inferiore del 65%. Anche l'apertura a nuove esperienze si dimostrò un fattore positivo che riduceva del 26% il rischio di morire.

Ma il dato più interessante fu che i ricercatori esaminarono altri fattori al di là della personalità, come l’indice di massa corporea, il numero di malattie croniche di cui soffrivano i partecipanti, il livello di attività fisica svolta e lo stile di vita. Quindi, conclusero che lo stato di salute iniziale era un fattore determinante solo nel 5% dei casi di morte.

Infatti, un altro interessante studio condotto presso l'Università del Kentucky, in cui vennero seguite 180 suore che vivevano in condizioni identiche, da quando avevano 22 anni ai 75 o 95 anni, concluse che i tratti della personalità come l'ottimismo e le risorse per affrontare la vita di cui tutti disponiamo, sono più affidabili per prevedere la longevità rispetto alle condizioni socio-economiche e di vita.

Riprendendo lo studio condotto dai ricercatori svedesi, si vide che le persone estroverse non solo si distinguevano per un elevato ottimismo, ma anche per una enorme auto-efficacia. L'auto-efficacia è la fiducia nelle nostre capacità, che siamo in grado di organizzare e realizzare diverse azioni che ci permettono di influenzare positivamente l'ambiente e raggiungere i risultati che vogliamo.

Questo insieme di tratti della personalità, secondo i ricercatori, è ciò che spinge le persone a sviluppare sane abitudini di vita e adottare strategie più positive per affrontare la vita che, alla fine, gli permetterà di vivere più a lungo.


Fonti:
Rizzuto, D. et. Al. (2017) Personality and Survival in Older Age: the Role of Lifestyle Behaviors and Health Status. The American Journal of Geriatric Psychiatry.
Fry, P. S. et. Al. (2009) Perfectionism and the Five-factor Personality Traits as Predictors of Mortality in Older Adults. J Health Psychol; 14(4):513-24.
Segerstrom, S.C. et. Al. (2003) Optimism effects on cellular immunity: testing the affective and persistence models. Personality and Individual Differences; 35(7): 1615–1624.
Danner, D. D. et. Al. (2001) Positive Emotions in Early Life and Longevity: Findings from the Nun Study. J Pers Soc Psychol; 80(5): 804-813.
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21 luglio 2017

Non sai mai quanto sei forte, finché essere forte è l’unica possibilità che hai

crescita personale

Bob Marley disse: "non sai mai quanto sei forte, finché essere forte è l'unica scelta che hai". E non sbagliava, perché la verità è che non sappiamo mai fino a dove posiamo arrivare e quanto possiamo crescere, fino a quando non abbiamo la necessità di metterci alla prova.

Le avversità ti rafforzano


Uno studio condotto da psicologi del King’s College Hospital di Londra e il Royal Mardesen Hospital di Sutton ha analizzato come le donne con diagnosi di cancro al seno rispondevano alla malattia. Hanno così individuato cinque diverse attitudini: spirito combattivo, fatalismo, disperazione, preoccupazione ansiosa e negazione.

Questi psicologi hanno scoperto che quando le condizioni cliniche iniziali erano simili, le donne che affrontavano la malattia con un senso d’impotenza, disperazione e fatalismo avevano un decorso peggiore. Al contrario, chi aveva uno spirito combattivo e un atteggiamento resiliente aveva anche una prognosi migliore.

Hanno inoltre scoperto che chi aveva subito traumi importanti in passato e li aveva superati era più propensa a risolvere eventuali problemi che sorgessero in futuro. Questo non solo perché la sofferenza la aveva resa più forte, ma anche perché gli aveva insegnato ad avere fiducia nelle proprie capacità, gli diceva che poteva andare avanti.

A questo proposito Ernest Hemingway disse: "Il mondo spezza tutti e poi molti sono forti proprio nei punti spezzati". Di fronte alle avversità, possiamo crollare e lamentarci di ciò che è successo o possiamo approffittare della situazione per uscirne rafforzarti.

Uno studio più recente realizzato dalle università di Buffalo e della California, conferma che ciò che non ci uccide ci rende più forti. Questi psicologi hanno analizzato come 2.398 persone di età compresa tra i 18 ei 101 anni affrontavano le situazioni di stress e gli eventi traumatici della loro vita.

Scoprirono così che coloro che avevano vissuto degli eventi negativi durante la vita avevano una migliore salute mentale e un maggiore benessere rispetto alle persone che avevano a che fare con i problemi attuali ma non avevano avuto problemi seri in passato.

Le persone che avevano vissuto gravi avversità in passato, mostravano meno angoscia, non avevano sintomi di stress post-traumatico e mostravano una maggiore soddisfazione nella vita. Inoltre gestivano anche meglio i problemi del presente.

Non v'è dubbio che le avversità rappresentano delle ottime lezioni di vita. Da un lato, ci permettono di testare le nostre risorse e, dall'altro, ci infondono fiducia. Quando abbiamo toccato il fondo, la fiducia che possiamo risalire è essenziale per continuare a lottare.

La regola del 40%


I Navy Seal (reparti speciali della marina statunitense) sono famosi per la loro preparazione fisica piuttosto impegnativa, che spesso li porta fino al limite della loro forza. Secondo loro, siamo in grado di sopportare molto di più di quanto pensiamo e andare oltre a ciò che ci proponiamo.

Questi soldati sostengono che quando la nostra mente dice "basta" in realtà abbiamo raggiunto solo il 40% della nostra capacità. Pertanto, quando crediamo che non possiamo più proseguire e siamo pronti a gettare la spugna, abbiamo ancora un ampio margine di possibilità: il 60% in più.

Naturalmente, queste cifre sono indicative, la cosa più importante è il messaggio alla base: in certe situazioni, quando stiamo per abbandonare tutto, ciò che ci ferma e demotiva non è la mancanza di energia, ma solo un blocco mentale.

La regola del 40% è uno strumento molto utile quando ci troviamo in situazioni difficili perché ci aiuta a superare i nostri limiti e cambiare prospettiva, ci dice che possiamo fare un passo in più, e poi un altro e un altro ancora...

Newt Gingrich, un politico americano, non poteva riassumerlo meglio: "la perseveranza è il duro lavoro che fai dopo esserti stancato del duro lavoro che hai già fatto".

Naturalmente, questo non significa che dobbiamo cercare le avversità o resistere stoicamente contro venti e maree, ma quando i problemi bussano alla nostra porta, dobbiamo essere pronti ad imparare la lezione e, soprattutto, sapere che possiamo contare sulle nostre forze.


Fonti:
Seery, M. D. et. Al. (2010) Whatever does not kill us: Cumulative lifetime adversity, vulnerability, and resilience. Journal of Personality and Social Psychology; 99(6): 1025-1041.
Taylor, S. E.; Lichtman, R. R. & Wood, J. V. (1984) Attributions, beliefs about control and adjustment to breast cancer. Journal of Personality and Social Psychology; 46: 489-502.
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19 luglio 2017

5 consigli della Psicologia Positiva che potrebbero rovinarvi la vita

psicologia

Da quando la distruttiva “macchina della felicità” è operativa, alcuni hanno dimenticato che la vita è fatta di alti e bassi, che non si può essere sempre felici e ci sono momenti in cui ci sentiamo male, molto male.

L’incomprensione e la successiva divulgazione della psicologia positiva sta lasciando dietro di se insoddisfazioni, frustrazioni, blocchi e, in generale, un sapore amaro in bocca a tutti coloro che non riescono a sorridere sempre.

In realtà, alcuni dei consigli di auto-miglioramento non sono così positivi come si pensa, soprattutto se vengono considerati verità assolute. Qualcuno potrebbe anche avere un effetto diametralmente opposto e potrebbe rovinarvi la vita.

1. Puoi fare tutto ciò che vuoi

C'è una grande differenza tra cercare di dare il meglio di noi e pensare che siamo in grado di fare tutto, o che tutto dipenda da noi. Infatti, una delle massime più importanti che la psicologia ha preso in prestito dal pensiero greco è "conosci te stesso".

Questo significa che dobbiamo conoscere i nostri punti di forza e virtù, ma anche i nostri limiti e difetti. Se ci prefissiamo obiettivi ambiziosi senza conoscerci bene, corriamo il rischio di sentirci inutili e falliti quando non riusciamo a realizzarli, soprattutto se abbiamo una mentalità del tipo “o tutto o niente”, e assumiamo le esperienze in termini di successi o sconfitte.

Inoltre, questa idea può produrre un pensiero illusorio, che non si basa sulla realtà, ma sulle nostre aspettative, e ci allontana dalla obiettività tanto necessaria per far sì che i nostri progetti si trasformino in realtà.

Pertanto, un buon consiglio sarebbe: "aspettati sempre il meglio, preparati per il peggio e accetta ciò che viene". Ricorda che ognuno è diverso e non deve seguire gli stessi obiettivi degli altri. Inoltre, la cosa più importante a volte non sono i risultati, ma quello che accade durante il cammino, perché la crescita non si verifica quando si arriva sulla cima, ma mentre si sale.

2. Sorridi, sempre


È vero che il pessimismo può arrivare a paralizzarti e non ti fa sentire bene, ma tutte le emozioni hanno la loro ragion d'essere e non sono negative in ​​se stesse. Ad esempio, la tristezza ti dice che hai sbagliato strada e devi cambiare qualcosa.

Anche se nella nostra società le emozioni "negative" sono state demonizzate a tal punto che cerchiamo di nasconderle e, quando ci chiedono come stiamo rispondiamo sempre “bene”, anche quando non è vero, questi stati inviano comunque dei segnali. Si può pensare alle emozioni "negative" come a dei segnali stradali che indicano che non dovremmo prendere quella strada o che dovremmo guidare prudentemente, se non ci fossero, sarebbe più difficile cambiare direzione e dovremmo affrontare dei mali peggiori.

Pertanto, stamparsi il sorriso sulla faccia non è la soluzione, perché cercare di nascondere o negare le emozioni farà solo in modo che queste diventino croniche. Gli psicologi della Michigan State University analizzarono l'impatto di un falso sorriso sul nostro umore. Seguirono per due settimane un gruppo di autisti e scoprirono che, mentre più sorrisi fingevano, peggiore era il loro umore quando tornavano a casa, uno stato d'animo segnato da irritabilità, rabbia e tristezza.

Non devi sorridere sempre, soprattutto quando non hai voglia di farlo. Non devi nascondere le tue vere emozioni quando ti senti male perché questo non risolverà il problema, al contrario, aggiungerà più pressione.

3. Pensa positivo

È vero che il pensiero positivo ci aiuta in molte circostanze, ma non è una formula magica che può essere applicata a tutto e tutti. Esiste anche l'ottimismo tossico. Infatti, gli psicologi delle università di Waterloo e New Brunswick scoprirono che le persone con una bassa autostima si sentono peggio dopo essersi ripetute le frasi positive contenute in molti libri di auto-aiuto.

I ricercatori chiesero a persone con alta e bassa autostima che ripetessero a se stesse delle frasi positive, quindi valutarono come si sentivano. Scoprirono così che le persone con una bassa autostima si sentivano peggio.

Il problema è che frasi come "sono una persona amata", "avrò successo" o "mi accetto completamente per quello che sono" hanno in questi casi un carattere contraddittorio o irrazionale. In breve, non siamo in grado di ingannare la nostra mente in un modo così puerile, il fatto che ti ripeti continuamente qualcosa non lo rende vero, è necessario un lavoro molto più profondo. Inoltre, questo tipo di affermazioni può farti sentire come in una farsa, e ciò danneggerà ulteriormente l’immagine che hai di te.

4. Non arrenderti, mai

C'è un tempo per perseverare e un altro per lasciare. In realtà, l'intelligenza consiste nel sapere quando è il momento di persistere e quando di smettere. Ci sono situazioni in cui arrendersi è la soluzione migliore per il nostro equilibrio emotivo e non è sinonimo di debolezza.

Perseverare, quando un obiettivo ha perso il suo significato o quando le condizioni sono cambiate drasticamente, significa solo essere testardi. In questo modo starai solo destinando a un progetto un'energia preziosa che potrebbe essere utilizzata in altre cose che ti soddisferebbero di più.

Naturalmente, questo non significa che dobbiamo abbandonare subito, ma dobbiamo essere abbastanza maturi per capire quando stiamo insistendo solo per paura di fallire o che gli altri ci giudichino deboli o falliti. La chiave sta in non rinunciare troppo presto o insistere troppo a lungo.

5. Devi essere felice

L’ideale sarebbe essere felici, quando siamo veramente felici ci sentiamo soddisfatti e sereni. Tuttavia, non possiamo essere sempre felici. Infatti, l'ossessione per la felicità potrebbe renderci essa stessa infelici. Diversi studi hanno dimostrato che le persone che più si preoccupano di essere felici, diventano spesso più infelici e depresse.

In uno studio condotto presso l'Università di Denver, gli psicologi chiesero ai partecipanti quanto apprezzassero la felicità e quanto pensassero che fosse importante impegnarsi per essere felici. Scoprirono così che coloro che sottolinearono con più enfasi la necessità di essere felici riportarono il 50% in meno di emozioni positive, il 35% in meno di soddisfazione nella loro vita e il 75% in più di sintomi depressivi rispetto a quelli che avevano altre priorità.

Ciò non significa che non dovremmo cercare di essere felici, ma che non dovremmo ossessionarci perché la pressione per essere felici è controproducente. La felicità sta nelle piccole cose ed è uno stato incredibilmente facile da raggiungere, basta saper fluire con la vita e apprezzare ciò che abbiamo.


Fonti:
Scott, B. A. & Barnes, C. M. (2011) A Multilevel Field Investigation of Emotional Labor, Affect, Work Withdrawal, and Gender. Academy of Management Journal; 54(1): 116-136.
Mauss, I. B. et. Al. (2011) Can seeking happiness make people unhappy? Paradoxical effects of valuing happiness. Emotion; 11(4): 807-815.
Wood, J.; Perunovic, W. & Lee, J. (2009) Positive Self-Statements: Power for Some, Peril for Others. Psychological Science; 20(7): 860-866.
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17 luglio 2017

Come le etichette dei vini ci “ingannano” per farci sembrare che il gusto sia migliore

marketing

Crediamo che il gusto sia qualcosa che percepiamo oggettivamente, ma non è così. Numerosi studi hanno dimostrato che nella percezione del sapore influiscono molti fattori, la maggior parte dei quali sfuggono alla nostra coscienza, dall’intensità della luce intorno a noi alla musica e addirittura il colore dei piatti.

Ora un nuovo studio condotto dall'Università di Adelaide suggerisce che il linguaggio utilizzato nell’etichetta di una bottiglia di vino potrebbe essere tanto importante per apprezzarlo quanto il sapore del vino stesso.

Il gusto non si trova solo nelle papille gustative


I ricercatori reclutarono 126 persone che bevevano vino regolarmente e presentarono loro una selezione dei tre vini bianchi più popolari in Australia: Chardonnay, Riesling e Sauvignon Blanc.

Nella prima sessione di degustazione venne chiesto ai volontari di valutare il sapore dei vini. Una settimana più tardi vi fu un secondo incontro, ma in realtà i partecipanti tornarono a provare gli stessi vini, prima leggendo una descrizione molto basilare e in seguito una descrizione molto più "elaborata ed emotiva". Il trucco stava nel fatto che le persone erano convinte di degustare sei vini diversi, mentre in realtà erano sempre gli stessi tre fin dall'inizio.

Ad esempio, una descrizione basilare del Riesling diceva "pallido, di colore giallo-verde", mentre una descrizione più completa era "gusto rinfrescante di limone e lime accompagnato da delicati aromi floreali di gelsomino, proveniente da un vigneto a conduzione familiare dove si produce vino da 145 anni". Inoltre, si inclusero frasi come "un rispettoso omaggio ai nostri antenati" e "prodotto artigianalmente con frutta raccolta a mano dai nostri vigneti di altissima qualità".

Sorprendentemente, le descrizioni più elaborate dei vini, che comprendevano informazioni sulla storia della cantina e un feedback positivo sulla qualità del vino, fece in modo che le persone li preferissero rispetto agli altri. Infatti, i partecipanti furono il ​​30% più propensi ad acquistare i vini con le descrizioni più elaborate.

I partecipanti considerarono che il vino era migliore, più delizioso e più costoso, se nella descrizione erano inclusi dettagli sulla storia della cantina e se ne analizzava dettagliatamente il sapore. Al contrario, quando gli stessi vini vennero presentati senza descrizioni, ricevettero delle recensioni peggiori.

Indubbiamente, quando scegliamo i prodotti ci concentriamo molto nella loro presentazione, descrizione e prezzo, che finiscono per influenzare la nostra percezione del sapore. Abbiamo l'idea che i prodotti più costosi siano sempre i migliori, così questa convinzione agisce come una sorta di effetto placebo che inganna il cervello e ci fa pensare che il sapore sia migliore.


Fonte:
Danner, L. et. Al. (2017) “I like the sound of that!” Wine descriptions influence consumers' expectations, liking, emotions and willingness to pay for Australian white wines. Food Research International.
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14 luglio 2017

10 comportamenti tipici delle persone miserabili

crescita personale

Paul Watzlawick, uno psicologo austriaco, affermava che gli esseri umani hanno un talento innato per la tragedia. Lo dimostra nel suo libro "L'arte di amareggiarsi la vita", nel quale illustra che trasformare la vita in una esperienza miserabile per noi e per chi ci sta intorno, è un duro lavoro a tempo pieno.

L'arte di rovinanrsi la vita è a portata di tutti


Attualmente esiste un imperativo che si può incontrare ovunque: godi. L’ansia per raggiungere la felicità ha raggiunto limiti insospettabili. Ma nonostante ciò, ci sono ancora persone che fanno di tutto per essere miserabili e amareggiarsi la vita. Infatti, se prestiamo loro attenzione noteremo che dedicano una quantità enorme d’energia per trasformarsi nei carnefici di se stessi.

L'immaginazione è il loro strumento più potente per trasformare la loro vita in un calvario. Tuttavia, dobbiamo prestare attenzione a questi comportamenti perché nessuno è esente dal cadere nella loro rete o iniziare ad amareggiarsi la vita senza rendersene conto.

1. Avere paura, di tutto il possibile e dell’impossibile

La paura è un sentimento normale che ha un ruolo adattativo perché ci protegge dal pericolo. Ma quando eleviamo il livello della paura smettiamo di vivere. Vivere costantemente nella paura non è vivere, è morire lentamente. Le persone miserabili si assicurano che tutto diventi una minaccia, così finiscono per vivere in una zona di comfort sempre più piccola.

2. Annoiarsi, fino alla nausea e oltre

Se vuoi che il tempo trascorra più lentamente e che ogni giorno conti, fai qualcosa di nuovo ogni giorno. Se desideri che le pagine del calendario volino, lasciati consumare dalla routine. La scelta migliore per rendere la vita miserabile è quella di fare sempre le stesse cose nello stesso modo, seguire la stesse routine anno dopo anno e chiudersi a tutto ciò che è nuovo. Queste persone hanno tutte le ragioni per lamentarsi, ma non si rendono conto che il muro intorno a loro l’hanno costruito esse stesse.

3. Deportare lo “stupirsi” e il “meravigliarsi” nel “paese del mai”

Non c'è niente che ci faccia sentire più vivi che la scoperta continua. Quando scopriamo qualcosa di nuovo il nostro cervello si attiva e siamo felici, soddisfatti ed euforici. Al contrario, le persone miserabili si circondano di un alone da “tuttologi”: nulla li stupisce, e ciò che stupisce gli altri è classificato come plagio di qualcosa che già esiste. Così, nella loro vita tutto diventa prevedibile, la loro esistenza è piena di noia perché hanno chiuso le porte per evitare che qualcosa di meraviglioso accada, per quanto piccolo.

4. Discutere per cose stupide, per il solo "piacere" di discutere

Per le persone miserabili, aver ragione è più importante che dialogare per trovare un accordo. È un problema difficile da gestire, soprattutto nei rapporti di coppia, perché queste persone si fissano nei dettagli per rovinarsi la giornata e, di conseguenza, rovinarla al partner. Il problema è che queste persone non discutono per cose importanti, né per difendere certi valori, ma si fanno prendere dall’euforia, aggrediscono ed è impossibile mantenere una discussione civile con loro.

5. Eliminare la parola "gratitudine" dal vocabolario

Queste persone hanno sviluppato una visione molto negativa del mondo, quindi non trovano alcun motivo per provare gratitudine. Non sono capaci di trovare qualcosa di positivo in ogni situazione, non si rendono conto di tutte le cose buone che hanno perché si concentrano solo sui fallimenti, gli errori e le debolezze. Pensano spesso che solo gli "stupidi" possano provare gratitudine e che il mondo è una valle di lacrime in cui non succede mai nulla di buono.

6. Lamentarsi di tutto e tutti


Dal momento che le persone miserabili non hanno motivo di sentirsi felici o grate, di solito si lamentano di tutto, diventano dei lamentatori cronici. Tanto la conversazione come il loro dialogo interiore si concentrano solo sulle cose negative che gli accadono. Si lamentano quando piove, ma anche quando c’è il sole, quando hanno un lavoro e quando lo perdono, quando vince la destra e quando vince la sinistra... In questo modo perdono molte buone opportunità perché vedono solo il lato negativo delle situazioni.

7. Il passato determina il presente, ad infinitum

Ciò che è successo in passato, si trascina tuttora nel presente. Queste persone riescono a fare l’impossibile per portare con sé il peso delle occasioni mancate, sprecate o ignorate. Ricordano addirittura i brutti voti ricevuti a scuola, anche se sono già passati 30 anni. Pensano che i "brutti ricordi sono per sempre". Tuttavia, se il passato è stato migliore, allora pensano che non saranno mai più felici e si rassegnano a morire un po’ ogni giorno.

8. Scegliere la versione peggiore di se stessi

Tutti noi abbiamo determinate caratteristiche della personalità che non ci facilitano la vita. Alcune persone hanno la tendenza ad essere ansiose, altre all’ossessività, la paranoia o l’ipocondria. Sono ciò che si conosce come "personalità accentuate". La maggior parte delle persone cercano di compensare questi tratti e limitare i loro effetti, migliorando le altre caratteristiche positive. Le persone infelici, al contrario, le accentuano. Fanno di tutto per essere la versione peggiore di se stesse e lasciano che queste caratteristiche determinino la loro esistenza. Così possono dare per scontato che tutti i giorni della loro vita saranno negativi.

9. Diffidare degli altri come farebbe un “agente segreto” paranoico

"Nessun uomo è un'isola completa in se stesso", disse Eduardo Galeano. Abbiamo bisogno degli altri, il contatto con gli altri ci apporta molti benefici, ma solo quando siamo in grado di mantenere relazioni interpersonali assertive. Le persone miserabili si assicurano che ciò non accada. Diffidano continuamente delle intenzioni degli altri e se si fa loro un favore o un complimento, pensano subito che ci sia una seconda intenzione, che vogliamo qualcosa o che si tratti di una forma velata di umiliazione. Le persone miserabili dipendono sempre da ciò che gli altri non dicono, piuttosto che da quello che dicono effettivamente. Ovviamente, in questo modo finiscono per restare sole. Così hanno un altro motivo per lamentarsi di quanto miserabile sia la loro vita.

10. Se tutto va male, la colpa è degli altri

Per vivere infelici, c'è un modo che non sbaglia mai: dare la colpa agli altri. Il problema è che se assumiamo la responsabilità significa che abbiamo anche la capacità di essere felici e di cambiare. Al contrario, le persone miserabili puntano il dito accusatore contro gli altri. Tutte le loro disgrazie sono sempre colpa degli altri: i genitori che non gli diedero la corretta educazione, aver avuto un figlio troppo presto, un padrone-despota sul lavoro, un partner sconsiderato o il politico di turno. Ogni capro espiatorio è buono. Ma non c'è niente di meglio per essere miserabili che l'odio gratuito.
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12 luglio 2017

Se non mi aiuti a decollare togliti dalla pista

crescita personale

Nel corso degli anni incontriamo molte persone. Alcune si trasformano in un appoggio prezioso, ci sostengono nei momenti più difficili e ci danno la forza per continuare. Altri ci ispirano o assumono il ruolo di guida e mentore.

Ma incontriamo anche persone che trovano un problema per ogni soluzione, ci mettono il bastone tra le ruote e ci contagiano con il loro pessimismo, per assicurarsi che non riusciamo a spiccare il volo. Queste persone esistono e, anche se dobbiamo imparare a convivere con loro, non dobbiamo permettere che si intromettano nei nostri sogni e progetti.

Le persone che ti ostacolano: La loro strategia è quella di seminare il dubbio


Può essere un membro della tua famiglia, un amico, un collega di lavoro o anche un vicino di casa con il quale ti incontri in ascensore. All'inizio queste persone sembrano molto amabili, ma poco a poco inizi a renderti conto che hanno opinioni taglienti sugli altri e sono molto inflessibili.

Quindi scopri che parlandogli di un tuo progetto, fanno l’impossibile per cercare di seminare il dubbio. Può essere una frase del tutto casuale, una domanda apparentemente innocente, il tono di voce più strano del solito o anche un semplice sguardo di incredulità.

In alcuni casi possono darti il classico consiglio disinteressato da "amico" con il cuale ti incoraggiano ad abbandonare il progetto. Le ragioni variano, ma sono quasi sempre troppo generiche perché non hanno un fondamento solido: “credo che non sia per te”, “questa idea non ha futuro” o “ci hai già provato senza ottenere risultati”.
Le persone che ti ostacolano sono esperte nel seminare dubbi, sia a proposito delle tue capacità o della fattibilità dei tuoi progetti. E nel mentre ti trasmettono la loro visione negativa e allarmista del mondo. Se non le identifichi per tempo e impari a contrastare la loro influenza, corri il rischio di abbandonare i tuoi sogni senza nemmeno provarci.

Tutti i punti di vista sono importanti


Le persone che ci motivano e ci incoraggiano sono importanti perché rafforzano la nostra autostima e infondono fiducia. Tuttavia, una dose di negatività strategica non fa male, soprattutto quando si tratta di progetti molto ambiziosi.

Pertanto, è importante anche il ruolo delle persone che cercano di farci notare tutti i disastri che potrebbero verificarsi. La chiave sta nell’assumere una distanza psicologica, ascoltare ciò che dicono senza lasciarci impregnare dal loro pessimismo.

Ricorda che nella vita la chiave dell’equilibrio sta nel riuscire a unire le estremità. Molti progetti sono falliti a causa di un eccesso di ottimismo o un ottimismo tossico.

Se desideri volare alto e lontano, non basta desiderarlo e avere un atteggiamento positivo, è anche necessario che costruisci il tuo “aeroplano” e prevedi possibili tempeste. A tale proposito, le persone che ci ostacolano sono veri specialisti.

Tutto ha un limite


La persone che ci ostacolano non cambieranno la loro visione del mondo. Ognuno ha la sua opinione e ha il diritto di esprimerla, anche se sbagliata, anche se non è la più intelligente ed è demotivante. Non puoi cambiare questo. Ma puoi cambiare il modo in cui reagisci a quelle opinioni.

Se si tratta di qualcuno vicino a te che sente il bisogno di esprimere continuamente un opinone in merito ai tuoi progetti, è probabile che, nel fondo, provi paura per te e non vuole che tu assuma nuovi rischi, perché è solo capace di vedere i pericoli che comporta la tua scelta.

In questi casi, è importante imparare a prendere la necessaria distanza, per il tuo benessere psicologico.

Digli che hai preso nota delle sue opinioni e consigli, ma che sarai tu a decidere. Non puoi costringerlo ad appoggiarti in un progetto in cui non crede o lo spaventa, ma non ha neppure il diritto di ostacolare il tuo volo.

Chiedigli, gentilmente, di liberare la pista di decollo.
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10 luglio 2017

Questo video mostra la rapidità con cui ci lasciamo condizionare da pregiudizi e false impressioni

video

Troppo spesso ci facciamo prendere la mano dalla prima impressione, che è generalmente determinata da stereotipi sociali e dai nostri pregiudizi. Così nascono i malintesi e possiamo fare l'errore di trattare gli altri ingiustamente lasciandoci trasportare dall’immagine che abbiamo nella nostra mente.

La prima impressione è un meccanismo ancestrale abbastanza impreciso


Tutti giudichiamo velocemente nella nostra vita quotidiana e ci lasciamo condizionare dagli stereotipi. Dopo pochi secondi che abbiamo conosciuto qualcuno, anche senza scambiare nemmeno una parola, stiamo elaborando una teoria su chi è e com’è la sua personalità.

La prima impressione è un'attribuzione rapida e inconscia di tratti della personalità stabiliti basandoci su dettagli banali. Non è qualcosa di negativo, perché si tratta di un meccanismo ancestrale che ci permette di districarci nelle situazioni confuse e ci aiuta a valutare rapidamente se una persona completamente sconosciuta potrebbe essere pericolosa.

Si tratta di un processo di segnalazione basico che ci porta ad avvicinarci o allontanarci da uno sconosciuto. Il problema è che per emettere il giudizio ci affidiamo eccessivamente alle esperienze che abbiamo avuto con altre persone e agli stereotipi sociali.

Pertanto, anche se la prima impressione può darci alcune tracce di base, è importante capire che non è niente di più di un'impressione piuttosto imprecisa che in molti casi può essere anche falsa, come mostrato da questo video.

Il video, dal titolo "Craving", il cui direttore è Andrew Cadelago, che lavora per la Pixar, ci mette faccia a faccia con la nostra tendenza a relazionarci attraverso gli stereotipi.

Tre lezioni preziose per la vita


1. Prenditi del tempo per giudicare e sii rapido nel correggerti. Non possiamo evitare il meccanismo della prima impressione e non possiamo eliminare completamente i nostri pregiudizi, ma questo non significa che dovremmo lasciare che determinino il nostro comportamento ed il modo di giudicare gli altri. Quindi, prima di giudicare una persona, assicurati che non sono i tuoi stereotipi quelli che parlano. E se commetti un errore, ammettilo subito. Riconoscere il tuo errore non ti farà sembrare più debole, ma più intelligente. Solo chi pensa e riflette è in grado di cambiare idea.

2. Non lasciarti condizionare dagli stereotipi sociali. Ricorda che la società tende a promuovere gli stereotipi che gli sono più convenienti. Non lasciarti condizionare da questi. Dietro ogni stereotipo ci sono persone, e ognuna di queste è unica e speciale. Se ti prendi il tempo per conoscerle, probabilmente resterai piacevolmente sorpreso.

3. Non sottolineare la pagliuzza nell'occhio del tuo vicino, se non vedi la trave nel tuo.
È più facile accusare gli altri che se stessi. Tuttavia, prima di giudicare dobbiamo ricordare che non siamo esattamente perfetti, anche noi abbiamo dei difetti che potrebbero infastidire gli altri.
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7 luglio 2017

Compassione: La cosa migliore che puoi fare per te stesso è aiutare gli altri a rialzarsi

crescita personale

Per secoli l'intelligenza è stata legata alla logica. Si pensava che essere intelligenti garantisse il successo nella vita. Ma negli ultimi anni sono apparsi nuovi tipi di intelligenza che sono migliori predittori di successo, soddisfazione e benessere rispetto al semplice quoziente intellettuale. Oggi sappiamo che sviluppare l'intelligenza emotiva è più importante che avere un quoziente intelletivo alto.

Ci sono diversi tipi di intelligenza, ma uno dei più interessanti è proprio il più sottovalutato, l'intelligenza compassionevole. Quando mostriamo compassione avviene un piccolo miracolo perché non stiamo solo aiutando l'altro, ma anche noi stessi. Quindi, niente di meglio che applicare la frase del Dalai Lama: "se vuoi che gli altri siano felici, pratica la compassione. Se vuoi essere felice tu, pratica la compassione".

La differenza tra empatia e compassione


L'empatia è la capacità che ci permette di metterci al posto dell’altro e arrivare a sperimentare i suoi sentimenti e gli stati emotivi. Si crede che il nostro cervello sia cablato appositamente per provare empatia. Grazie ai neuroni specchio possiamo sperimentare in prima persona ciò che provano gli altri, soprattutto quando si tratta di persone vicine a noi.

Tuttavia, la compassione è uno stadio più alto perché implica un livello di compromesso consapevole per alleviare il dolore o la sofferenza degli altri. Infatti, anche se molte persone la confondono con la pietà, in realtà è davvero una capacità molto complessa che sarebbe auspicabile sviluppare.

La compassione ha tre componenti principali:

1. Emozionale, è un'emozione che si presenta quando vediamo qualcuno soffrire e genera una forte reazione nel sistema cerebrale collegato al benessere.

2. Cognitiva, comporta prestare attenzione alla sofferenza degli altri, valutarne l’intensità e riflettere sulla nostra capacità di intervenire in modo efficace.

3. Comportamentale, implica impegnarsi in modo consapevole per fare qualcosa per alleviare le sofferenze di quella persona.

Gli incredibili benefici della compassione


Connettersi con gli altri in modo significativo aiuta ad avere una migliore salute mentale e fisica e addirittura permette di recuperarsi più velocemente dalle malattie.

A quanto pare, la chiave sta nel fatto che l'intelligenza compassionevole migliora il nostro benessere psicologico per il semplice fatto che l'atto di dare da più piacere che il ricevere.

Uno studio condotto presso il National Institutes of Health ha dimostrato che i "centri del piacere" nel cervello; vale a dire, le parti che si attivano quando proviamo piacere, rispondono sia quando riceviamo denaro che quando lo doniamo in beneficenza.

In un altro esperimento condotto presso l'Università della British Columbia, i partecipanti ricevettero una somma di denaro. La metà di loro vennero istruiti a spendere i soldi per se stessi, all'altra metà venne detto di spenderli per gli altri. Alla fine, coloro che avevano speso i soldi per gli altri riferirono di sentirsi molto più felici rispetto a coloro che li avevano spesi per se stessi.

Un'altra ragione per cui la compassione è così benefica è che crea uno stato di benessere positivo, una serena felicità che ha enormi ripercussioni a livello fisico.

Infatti, uno studio condotto presso l'Università della California rivelò che i livelli di infiammazione cellulare delle persone che praticavano la compassione e venivano considerate "molto felici" erano molto bassi. L'infiammazione è un precursore di molte malattie, compreso il cancro e le malattie neurodegenerative.

Ma il lato curioso di questo studio consisteva nel fatto che le persone che si consideravano "molto felici", semplicemente perché vivevano una "bella vita", il che è legato alla felicità edonistica, avevano livelli di infiammazione più elevati.

Ciò indica che non è solo la felicità che ci migliora, ma soprattutto ciò che si conosce come eudaimonia, una parola che deriva dal greco e che erroneamente viene tradotta come felicità, ma in realtà significa pienezza dell'essere. I ricercatori hanno scoperto che le persone con bassi livelli di infiammazione erano coloro che riuscivano a dare un senso alla loro vita, in cui la compassione aveva un ruolo importante.

La compassione si può imparare


Richard Davidson, neuroscienziato presso l'Università del Wisconsin, decise di analizzare gli effetti della compassione nel cervello. Dopo un viaggio in India, dove praticò la meditazione, Davidson incontrò il Dalai Lama, che gli propose di studiare la gentilezza, la tenerezza e la compassione.

In uno dei suoi esperimenti, istruì i partecipanti in quella che si conosce come meditazione compassionevole, una antica tecnica buddista che ha lo scopo di promuovere atteggiamenti caritatevoli nei confronti delle persone che soffrono. Nella meditazione, i partecipanti visualizzavano un momento in cui qualcuno aveva sofferto e poi desideravano alleviare le sue sofferenze.

I partecipanti praticarono con diversi tipi di persone, iniziando con una persona cara, qualcuno per il quale potevano facilmente provare compassione. Quindi proseguivano con loro stessi e poi con uno sconosciuto. Infine, praticavano la compassione per qualcuno con il quale ebbero un conflitto attivo, una "persona difficile", come un fastidioso compagno di lavoro.

Ad un altro gruppo di persone venne insegnata la tecnica della ristrutturazione cognitiva, in base alla quale i partecipanti dovevano imparare a rivedere i loro pensieri per essere meno negativi.

L'esperimento durò solo due settimane, un tempo relativamente breve, quando si tratta di cambiare i sentimenti e apprezzare cambiamenti a livello cerebrale.

In seguito, Dadvidson mise alla prova la compassione dei partecipanti chiedendo loro di partecipare ad un gioco altruistico. I partecipanti videro che una delle persone nel gioco aveva dato alla vittima solo 1 dollaro dei 10 che aveva a disposizione. Quindi toccò a loro decidere quanto desideravano apportare del loro proprio denaro.

Le persone che erano state addestrate nella meditazione compassionevole furono più propense a condividere i loro soldi per aiutare le vittime, mentre quelle che utilizzarono la ristrutturazione cognitiva mostrarono meno compassione.

Ad ogni modo, il dettaglio più interessante fu che durante l’esperimento vennero valutati i cambiamenti a livello cerebrale. Le immagini non lasciavano dubbi: coloro che praticavano la meditazione compassionevole mostravano un aumento dell'attività della corteccia parietale inferiore, una regione coinvolta nell’empatia e la comprensione degli altri. Si riscontrò anche un aumento dell'attività nella corteccia prefrontale dorsolaterale e nel nucleo accumbens, due aree del cervello coinvolte nella regolazione emotiva e le emozioni positive.

Ciò significa che la compassione è un'abilità che può essere sviluppata.

Un esercizio per sviluppare la compassione


Per sviluppare la compassione, possiamo iniziare prendendo coscienza di ciò che gli altri hanno fatto per noi, o che noi stessi abbiamo fatto per gli altri. È importante cercare di ricreare le sensazioni e le emozioni che abbiamo provato in entrambi i casi.

È inoltre possibile praticare questo esercizio di meditazione compassionevole:

1. Concentrati sul presente e renditi consapevole delle tue emozioni, sensazioni, sentimenti e pensieri.

2. Pensa a qualcuno che ami e che sta soffrendo. Pensa alle diverse manifestazioni di quella sofferenza, indipendentemente che tu le abbia osservate direttamente o meno. Ricorda che la sofferenza non sempre si manifesta allo stesso modo e, talvolta, la persona può cercare di nasconderla, come nel caso della depressione sorridente. Quindi l’attenzione attiva gioca un ruolo molto importante nello sviluppo della compassione.

3. Pensa a come potresti aiutare quella persona a superare la sua sofferenza. Desideralo con tutto te stesso. È probabile che il tuo corpo reagisca a questa mobilitazione mentale. Mantieni questo pensiero per un momento e concentrati sulle tue sensazioni.

4. Pensa alla tua sofferenza e trasferisci il desiderio di aiutare e migliorare gli altri su te stesso. Questo passaggio ti faciliterà l’auto-compassione, in modo tale che svilupperai un rapporto migliore con te stesso.

Puoi ripetere questo esercizio prima con uno sconosciuto e poi con qualcuno che non ti piace, nel qual caso l'esercizio sarà molto liberatorio, perché ti aiuterà anche a liberarti dall'odio e dal rancore.

E ricorda sempre questa frase dal vincitore del premio Nobel per la Pace Albert Schweitzer: "Fino a quando il cerchio della compassione non abbraccerà tutti gli esseri viventi, l'uomo non troverà pace per se stesso".


Fonti:
Davidson, R. et. Al. (2013) Compassion Training Alters Altruism and Neural Responses to Suffering. Psychological Science; 24(7): 1171–1180.
Fredrickson, B. L. et. Al. (2013) A functional genomic perspective on human well-being. PNAS; 110(33): 13684–13689.
Dunn, E. W.; Aknin, L. B. & Norton, M. I. (2008) Spending money on others promotes happiness. Science; 319(5870): 1687-1688.
Grafman, J. (2006) Human fronto-mesolimbic networks guide decisions about charitable donation. Proceedings of the National Academy of Sciences; 103: 15623–15628.
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